pexels-cottonbro-studio-4040906

VALORI E CREDENZE: COME AGISCONO NELLA RELAZIONE e NELLA COMUNICAZIONE

Quante volte ti è capitato di dire qualcosa a qualcuno, che ha avuto una reazione del tutto inaspettata rispetto a ciò che gli hai detto, magari anche mostrando un certo risentimento e fastidio?

Ecco, questo succede perché non sei riuscito ad essere coerente con il messaggio che stavi passando e probabilmente non hai tenuto conto del fatto che stavi trasmettendo una tua opinione personale, non priva di giudizio o accuratamente edulcorata.

Quante volte ti sei nascosto/a dietro la scusa “Mah, ho detto solo la verità!” senza considerare che quella era la TUA verità, che per l’altro poteva diventare addirittura scomoda?!

Quando ci mettiamo in comunicazione con l’altro troppo spesso pensiamo che basti passare il messaggio, come l’abbiamo pensato, per essere certi che l’altro lo recepisca nel modo corretto.

La verità, purtroppo, è un’altra: la comunicazione è un’operazione complessa, che dovrebbe tenere conto di alcuni filtri, che sono dettati dalle esperienze passate, dai valori, dai condizionamenti, dalle credenze e dalla cultura di chi manda il messaggio, ma anche di chi lo riceve!

Se volessimo comunicare in modo davvero efficace, sarebbe necessario essere ASSERTIVI.

Questo si tradurrebbe nell’esprimere in modo socialmente adeguato e costruttivo i propri diritti e interessi, lasciando spazio per i diritti e i bisogni altrui, manifestando i propri sentimenti, sia positivi che negativi, imparando anche a dire di NO a richieste irragionevoli e sapendo chiedere favori agli altri, oltre che a riconosce i propri limiti e gestire efficacemente le critiche e la pressione sociale.

Essere comunicatori efficaci quindi si può, è necessario allenarsi e conoscere le giuste strategie per riuscire a mettersi in relazione con l’altro. La stessa relazione tra due (o più) persone è però governata dal sistema di valori e credenze degli interlocutori.

Vediamo insieme di cosa si tratta…

I valori sono quelle idee, realtà, esperienze che reputiamo valide e desiderabili nella nostra vita.

L’universo valoriale di riferimento cambia da persona a persona e, anche di fronte ai medesimi valori, la priorità che gli attribuiamo è assolutamente personale.  I nostri valori sono il frutto dell’ambiente all’interno del quale siamo cresciuti e delle persone con le quali ci siamo interfacciati sin da piccoli, oltre che agli esempi che abbiamo avuto.

La conoscenza dei valori altrui è decisiva in una comunicazione, soprattutto se desideriamo esercitare qualche influenza sul nostro interlocutore.

Ad esempio, se l’onestà occupa un posto di rilievo nella gerarchia di valori del nostro interlocutore, siamo destinati al fallimento in termini di efficacia comunicativa se gli proponiamo qualcosa di illecito.

Le credenze invece risultano più labili e sono sempre in via di ridefinizione in base alle nostre esperienze, man mano che cresciamo e diventiamo adulti. Anche queste sono influenzate dall’ambiente che ci circonda, ma acquista una visione più personale delle cose.

Se crediamo, ad esempio, che il nostro paese sia il migliore dal punto di vista culinario, possiamo cambiare opinione dopo un viaggio in cui assaggeremo qualcosa di mai provato prima.

Quelle che definiamo “collisioni di valori” non rappresentano una minaccia per la relazione solo se gli interlocutori comprendono questa loro diversità e la accettano. Se invece la differenza di valori risulta un nodo che non si riesce a slegare, difficilmente si riuscirà ad ottenere un accordo.

Fa parte di un comportamento assertivo fornire le ragioni delle proprie scelte, opinioni e credenze, rispettando quelle altrui. Se cambiare l’altro è per voi davvero importante, cercate innanzitutto di proporre all’altro un cambiamento nel comportamento che vi infastidisce e non nel suo schema di valori.

Ad esempio, se non sopportate che un vostro amico fumi, chiedetegli di non fumare in vostra presenza, utilizzando messaggi in prima persona (“Quando fumi vicino a me, sento un fastidio alla gola e non riesco più a respirare bene”, piuttosto che “Fumare fa male a te e a me, quindi smettila!”).

Ricordiamoci di considerare che gli atteggiamenti umani sono condizionati continuamente da paure, pregiudizi e preconcetti totalmente personali e frutto di valori e credenze ben radicate.

Ogni società, ogni ambiente ne possiede di specifici, legati al bisogno continuo di perfezionismo, ai sensi di colpa che la società ci infonde e ai falsi miti, dai quali difficilmente riusciamo a distaccarci.

È utile scoprire quale incidenza questi hanno sul nostro comportamento e quali emozioni ci provocano, per essere maggiormente efficaci nel momento in cui ci mettiamo in relazione e quindi in comunicazione con gli altri.

pexels-andrea-piacquadio-3812746

TI ARRABBI SPESSO E NON CAPISCI PERCHE’?

TRASFORMIAMO LA RABBIA IN QUALCOSA DI COSTRUTTIVO!

Spesso ti capita di sentir crescere la rabbia dentro, magari mentre ti stai confrontando con qualcuno, e non capisci perché?

Questa rabbia poi ti porta anche a dire o fare cose per le quali pochissimi secondi dopo ti sei già pentito/a o per le quali poi provi un profondo senso di colpa?

La rabbia, come tutte le emozioni che scatenano una forte reazione (a volte anche fisica) ha la necessità di essere ascoltata. Perché?

Perché ci spiega che stiamo avendo una reazione emotiva ad un comportamento, ad una situazione, ad una persona, ad una parola, che ci ha destabilizzato ed è quindi davvero molto importante approfondirne la causa alla radice.

Prova a chiederti: perché mi sono arrabbiato? Cosa ha scatenato in me questa emozione?

Questo serve per andare a identificare in modo puntuale e preciso COSA e COME sono arrivato/a a provare certe sensazioni e ad avere determinate reazioni.

È un comportamento ben preciso che ha scatenato in me una reazione?

È una persona con la quale non riesco a creare un buon feeling?

È una parola o un concetto ben definito che mi infastidisce?

La ricerca della causa serve per non ricadere nella stessa identica situazione un’altra volta.

Attenzione perché la rabbia è fetente; altera la nostra percezione della realtà e frammenta/congela il nostro livello di attenzione, attivando comportamenti che possono essere di fuga o di evitamento.

In entrambi i casi non affrontiamo la motivazione che sta alla base della nostra reazione emotiva, ma scappiamo oppure facciamo finta di niente, rimanendo passivi.

Normalmente la rabbia nasce quando veniamo ostacolati nel raggiungimento dei nostri obbiettivi, oppure quando ci sentiamo trattati in modo scorretto/ingiusto. In questi casi serve come reazione al “non farsi mettere i piedi in testa”, permettendoci di stabilire e mantenere dei confini ben precisi con le altre persone. Ti ritrovi in questo?

La rabbia ha un ampio range di manifestazione, da un iniziale nervosismo fino alla furia più nera.

Quando si manifesta, difficilmente lascia spazio alle altre emozioni perché va a saturare tutto il nostro livello di attenzione.

Quando diciamo “Vedo tutto nero!” oppure “Mi si è chiusa la vena!” è di questo che stiamo parlando…

La rabbia, come la tristezza, è una delle emozioni primarie. Ha una funzione di difesa da una minaccia e di protezione da un pericolo e, come tutte le emozioni di base, è utile alla sopravvivenza. Può essere gestita efficacemente e per farlo è necessario riconoscerla e comprenderne le cause.

Se siamo arrabbiati si vede e si percepisce!

La mimica facciale tipica della rabbia è costituita da sopracciglia corrugate e curvate verso il centro della fronte a formare rughe verticali; un’intensa espressione degli occhi, con sguardo fisso e palpebre tese; le narici sono dilatate, le labbra, i denti e la mandibola serrate. La postura appare rigida e i muscoli tesi.

La rabbia porta le persone a sporgersi in avanti con il corpo e a gonfiare il petto, per apparire più “grandi”. Si provano sensazioni come calore, sudorazione e a volte si arriva ad esprimere ciò che si prova attraverso la voce, con urla, oppure, se tenuta sotto controllo, attraverso una voce secca e tagliente.

Come possiamo allora convivere con questa parte così irrequieta e apparentemente incontrollabile?

Di base ci deve essere un NON GIUDIZIO. Non dobbiamo giudicarci per provare questa emozione.

Il non giudizio è il primo passo per riuscire a riconoscerla quando arriva, accettarla per quella che è ed imparare a gestirla.

Tra le tecniche di gestione della rabbia vi sono:

  • La respirazione profonda (e la meditazione mindfulness)
  • La comunicazione assertiva
  • Le strategie di risoluzione dei conflitti
  • Basi di problem solving

Se sei interessato/a ad approfondire queste tecniche e ad imparare a riconoscere, accettare e gestire la rabbia, in modo specifico per le tue necessità ed esigenze, contattami!

Intanto fammi sapere sotto nei commenti se sei una persona che si lascia trascinare dalla rabbia oppure sai gestirti nei momenti in cui la furia vorrebbe prendere il sopravvento…

pexels-guilherme-almeida-1858175

POSITIVITA’ TOSSICA : PARLIAMONE!

Che belle le persone che sono sempre sorridenti, alle quali sembra che vada sempre tutto bene, che non ci sia nulla che le scompone o che le smuove dalla loro quotidianità perfettamente incorniciata e splendente… che quasi fanno venire il nervoso perché ti chiedi “Ma come cavolo è possibile??”

Ecco, appunto… ma come è possibile che ci siano persone così forzatamente positive da non accettare che possano esserci momenti no, momenti di sconforto, momenti in cui puoi concederti di essere triste, arrabbiato o momenti nei quali avresti voglia di chiuderti in un eremo?

E infatti, non è possibile.

O meglio, è possibile, ma queste persone sicuramente soffrono di Positività Tossica.

Nell’era dei social, in cui è necessario postare foto a più non posso (in cui è diventato un obbligo mostrare quanto è bello ciò che mangi, quanto sei felice, quanto stai bene con le persone che ti circondano, quanto ami socializzare, quanto tu sia sempre e comunque positivo e sorridente, sbeffeggiando anche un po’ chi invece non lo è…) si è andato a diffondere un atteggiamento forzatamente positivo e ottimista.

Questo atteggiamento è tipico delle persone che hanno interiorizzato il principio secondo il quale non importa quanto complessa e potenzialmente spiacevole possa essere una situazione, occorre mantenere sempre e comunque un mindset positivo.

Attenzione: Ottimismo ≠ positività tossica

Essere ottimisti vuol dire coltivare un pensiero positivo, nella piena consapevolezza e nel rispetto delle emozioni (dal risvolto positivo e negativo) che una situazione negativa può suscitare in noi.

La positività tossica esclude in toto questa possibilità, sposando totalmente la politica delle “good vibes only”.

Ma quanto ci costa a livello fisico ed emotivo essere sempre e solo al TOP?

La vita è un meraviglioso viaggio che può concretizzarsi in un susseguirsi di sali e scendi: sta a noi mantenere il giusto ritmo per riuscire a godere delle discese, utili a ricaricare le energie per affrontare poi le salite.

Mantenere invece dei ritmi sempre accelerati, con un alto livello di entusiasmo, risulta complesso e porta ad un inevitabile dispendio di energie.

Come riconoscere la Positività Tossica?

Normalmente si associa a determinate manifestazioni e comportamenti:

  • Il senso di colpa che emerge perché “non va bene” percepire sensazioni spiacevoli;
  • La propensione a giudicare le emozioni altrui come un qualcosa di negativo, senza preoccuparsi di capire le cause alla base del malessere emotivo di chi le prova;
  • La tendenza a non manifestare mai emozioni e stati d’animo che possano essere riconducibili a situazioni spiacevoli o negative;
  • La predisposizione a ripetere continuamente mantra positivi come “Andrà tutto bene!” o “Dobbiamo essere positivi!”

È importante contrastare quanto più possibile questo atteggiamento per svariati motivi:

  • È sbagliato negare a sé stessi la possibilità di vivere tutte le emozioni a pieno (anche quelle considerate potenzialmente con risvolto “negativo”);
  • Può portare a nascondere un pezzo di realtà ai nostri stessi occhi, obbligandoci a costruire una maschera e una identità prive di qualsiasi sfumatura, allontanandoci dalla vita reale;
  • Si perde la visione generale delle cose e degli avvenimenti, perdendo parti importanti del nostro e altrui vissuto.

L’attivazione del mindset (sempre e comunque) positivo si manifesta come un meccanismo di difesa (a volte anche involontario) che attuiamo per evitare di elaborare emozioni che consideriamo “scomode” e che temiamo di non saper gestire in modo consono.

Si può evitare la positività tossica? SI’.

Parte tutto da noi! Se capiamo di essere in questa modalità, il primo passo da fare è comprendere che “E’ OK NON ESSERE SEMPRE OK”, ovvero, ci dobbiamo concedere il lusso di poter provare le emozioni nella loro totalità e nelle loro sfumature, accettando il fatto che queste sono funzionali al nostro benessere emotivo.

Siamo vulnerabili? Forse sì, ma la nostra forza risiede nel nostro benessere interiore, non nella negazione della vulnerabilità stessa. È necessario darci modo di esplorare questa nuova dimensione, con rispetto, compassione e pazienza verso noi stessi.

Mostrarsi forti non è sempre un passo dovuto, per avere successo nella vita di tutti i giorni.

Provare incertezza, sconforto, paura, tristezza fa parte del nostro vivere una vita a “colori”.

E’ necessario normalizzare questo essere, per assicurarci di non vivere una vita sempre e solo in bianco e nero.

E se non dovesse bastare e capissimo che da soli non riusciamo ad uscirne?

Chiediamo aiuto, non è mai un errore!

Sono curiosa di sapere se vi ritrovate nella descrizione della positività tossica oppure se siete solo degli inguaribili ottimisti. Fatemi sapere sotto nei commenti!

pexels-monstera-production-7114755

ACCETTAZIONE E NON GIUDIZIO: SEI PERMALOSO/A?

Il regalo più grande che possiamo farci e che possiamo fare è quello di ACCETTARE noi stessi e gli altri per la nostra unicità. Dobbiamo accettare le differenze e smettere di voler cambiare gli altri a nostra immagine e somiglianza. Gli altri hanno il diritto di poter esprimere i propri bisogni e modi d’essere tanto quanto noi abbiamo il diritto di farlo.

In una comunicazione, a due, equilibrata ed efficace, si lascia spazio all’altro e si sa quando è il momento per prendersi i propri spazi.

Eccedere da una parte o dall’altra può solo portare a posizioni altamente remissive o troppo aggressive. Stare nel mezzo e utilizzare uno stile assertivo è ciò che ci aiuta nel metterci in relazione con gli altri.

Proviamo a collocarci nelle colonne delle 8 caratteristiche di personalità qui sotto riportate.

Domandiamoci per ognuna: “Mi colloco agli estremi o sono piuttosto nel mezzo?”

E se mi colloco agli estremi, qual è la mia tendenza?

Estremo 1MezzoEstremo 2
Il chiacchierone Il silenzioso
Il proattivo Il reattivo
Il sensibile al dolore Il poco sensibile al dolore
Il socievole Il solitario
Il diurno Il notturno
Il perfezionista L’approssimativo
Il rapido Il lento
L’affettuoso Il freddo/distaccato

Non c’è giusto o sbagliato. Questa visione serve solo per capire da che “parte” tendenzialmente stiamo. E per questo non ci giudicheremo, perché il non giudizio, insieme all’accettazione, sono i punti focali di un buon comunicatore.

Imparare a non giudicarsi è il primo passo verso l’accettazione di noi e delle nostre emozioni e peculiarità. Il non giudicare ci permette di mantenere l’altro al nostro stesso livello (senza ergerci sul gradino più alto, oppure perire su quello più basso).

Questa continua lotta tra accettazione e giudizio caratterizza le persone definite “permalose”.

Una critica sincera è difficile da accogliere, specie se arriva da una persona molto vicina a noi (come un parente o un amico), ma da fastidio anche se a farla è un perfetto sconosciuto.

L’essere permalosi è una caratteristica molto più diffusa di quanto pensiamo. Anche chi ci dice di non prendersela mai, in realtà scalpita ogni qualvolta viene messo in imbarazzo o giudicato di fronte ad altri. E’ necessario però fare una distinzione tra le diverse tipologie di permalosi.

Ci sono 3 tipologie di permaloso:

Il perfettino: quello che non può mai sbagliare e che prende ogni commento o osservazione come se fosse un affronto personale. Se ti ritrovi in questa tipologia, è suggerito imparare ad accettare che gli errori fanno parte della nostra vita e che non dipende tutta la nostra vita da quel singolo evento.

L’inefficace: qualsiasi critica è una conferma del suo essere sempre e comunque inutile; una persona di poco valore, qualcuno che non conta nulla. Questo atteggiamento ha radici un po’ più profonde e con molta probabilità risale ad episodi dell’infanzia in cui sono state ricevute scarse attenzioni e che hanno leso la nostra autostima.

Il viziato: colui che secondo mamma e papà può tutto. Portato su un piedistallo d’oro fino a dopo la Laurea, il soggetto scopre inaspettatamente che là fuori c’è un mondo che non è obbligato a lodarlo e venerarlo per le sue caratteristiche. Il colpo è spesso traumatizzante e le critiche diventano così intollerabili.

E tu, che permaloso sei?!

Qualsiasi permaloso tu sia, alla base di tutto c’è un unico elemento: il poco equilibrio tra accettazione e giudizio.

Siamo così sensibili alle critiche perché in fondo temiamo che gli altri abbiano scoperto che quello che abbiamo sempre pensato (male) di noi, sia ora visibile a tutti.

Questo diventa per noi intollerabile, motivo per cui reagiamo con il classico atteggiamento del permaloso.

Rafforzare la nostra autostima, attraverso l’accettazione di chi siamo e di chi vogliamo essere, senza giudicarci eccessivamente, risulta quindi un ingrediente essenziale per raggiungere i nostri obiettivi.

Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi. Fammi sapere sotto nei commenti!!

pexels-elizaveta-dushechkina-3727149

IL POTERE DELLE PAROLE E DEL SILENZIO

Bastano poche variazioni nel modo in cui parliamo per modificare completamente il modo in cui ci muoviamo all’interno del nostro mondo emotivo e relazionale.

Il linguaggio è un potente strumento a nostra disposizione; il modo in cui viviamo, ci muoviamo, riflette ciò che pensiamo e sentiamo.

Quante volte utilizziamo il verbo “dovere”?

“Devo fare quella cosa, per cui non posso venire…”

E’ un verbo pesante, che evoca obblighi ai quali si pensa non potersi sottrarre, che spesso stanca, affatica, rende le gambe stanche e i movimenti lenti.

Se lo sostituissimo con il verbo “potere” le cose già cambierebbero… è quasi una piccola rivoluzione!

Il verbo potere ha in sé l’idea della scelta, è un verbo che lascia aperta anche una possibilità di fuga, soprattutto se viene utilizzato al condizionale “potrei”.

Un buon punto di partenza è quello di curare di più le parole che utilizziamo quotidianamente, rivalutando così la nostra posizione, in primis con noi stessi e poi nei confronti degli altri.

E’ quindi vero che l’utilizzo di certi verbi può fare la differenza, ma anche il silenzio è un grande aiuto! A volte ci sentiamo in obbligo di parlare, riempiamo di chiacchiere inutili il vuoto, spesso se siamo con qualcuno e viviamo un possibile silenzio come un qualcosa di negativo.

Se siamo a casa da soli accendiamo la TV, o la radio, facciamo rumore… quasi come a riempire un vuoto.

Così facendo però, non permettiamo alla nostra dimensione più intima di rimanere in pace, perché sempre invasa da qualcosa che proviene dall’esterno.

Abbiamo forse paura di ascoltarci e sentire cosa abbiamo da dire a noi stessi? Probabilmente sì!

Il silenzio ci dà l’opportunità di entrare in contatto con il nostro IO.

Non è indispensabile meditare o attuare particolari sistemi di riconnessione con se stessi.

Basta stare in silenzio ed iniziare ad ascoltarci e ascoltare i nostri pensieri, così da fare un po’ di pulizia!

Ci sono frasi giuste e frasi sbagliate che possiamo dire? Forse sì, ma a me piace definirle efficaci o non efficaci. Proviamo a vedere un paio di esempi.

Frase efficace:

“Io la penso così” : alleniamoci a far sentire la nostra voce, a dire ciò che pensiamo, così da darci il valore che meritiamo. Noi valiamo tanto quanto le persone che ci circondano e troppo spesso ce ne dimentichiamo. Attenzione a non cercare di prevaricare sull’altro, attuando uno stile aggressivo. Con pacatezza e decisione possiamo dire ciò che pensiamo. Provare per credere.

Frase non efficace: 

“Oramai è così, non si può più fare nulla!” :la tipica frase che diciamo per sentirci sollevati da qualcosa.

E’ come se abbandonare le speranze ci possa autorizzare a non fare nulla.

In realtà ci stiamo solo sottraendo di fronte ad una fatica o ad un cambiamento che probabilmente ci spaventa. Così facendo però soffochiamo le nostre energie e inneschiamo un processo di rallentamento e recessione. 

Proviamo invece a pensare: “Cosa posso cambiare per risolvere la cosa?”

Se lasciamo apertura, sarà più facile raggiungere soluzioni alle quali magari non avevamo nemmeno pensato. Se poi chiediamo aiuto e magari che facciamo dire da qualcuno accanto a noi come la vede, perché non integrare la sua e la nostra soluzione per raggiungerne una terza, magari più funzionale ed efficace?!

Cosa ne pensate? Fatemi sapere sotto nei commenti.

pexels-cottonbro-studio-4855351

I NOSTRI VALORI E L’IMPULSO DELLA SCELTA

I nostri valori sono generalizzazioni di ciò che è importante per noi. 

I sistemi di credenze e la nostra personale visione del mondo creano i confini del “nostro mondo”. 

I valori sono un sottoinsieme del sistema di credenze che controlla le scelte che si compiono all’interno di questi confini.  Sono direttamente collegati ai meccanismi che gestiscono il comportamento e ai principi che determinano ciò che si prova, in risposta alle proprie azioni e agli eventi che si verificano. 

A livello conscio, hai obiettivi, progetti e valori che tieni in grande considerazione: sai quello che è importante per te e sai cosa vuoi dalla vita. Ma qui inizia il dilemma…

La maggior parte di noi aspira consapevolmente a cose che non ha. Perché? 

Abbiamo valori sia consci sia inconsci e, alla fine, sono questi ultimi a determinare ciò che facciamo. 

Come esseri umani, abbiamo la capacità di produrre risultati e quindi la mente inconscia non si preoccupa delle aspirazioni o dei desideri espressi ad alta voce, capisce solo ciò cui veramente attribuiamo valore dentro di noi.

Esiste un modo semplice per scoprire quali sono i tuoi valori inconsci, non hai che da guardarti intorno ed esaminare una volta tanto la tua vita.  

Capisci quindi il motivo per cui è importante essere il più onesto possibile con te stesso…

Occorre tuttavia sapere che esistono diversi aspetti della vita su cui concordano al contempo i valori consci e quelli inconsci e quando due o più valori entrano in conflitto, scegli in base al tuo bisogno subconscio più elevato. 

Osserviamo come funziona tutto ciò: prendiamo l’esempio di una persona che desidera mettersi in proprio. 

Ha in programma di lanciarsi nel settore dell’abbigliamento e aprire un negozio in meno di un anno.  

Questa persona ha sempre proclamato l’importanza di perseguire i propri sogni, a qualunque costo.   

Vanta l’interesse e il beneficio personale di ottenere ciò che si vuole e all’occorrenza di diventare il capo di sé stesso.  Tuttavia, esaminando il comportamento di questa persona, leggiamo una storia molto diversa. 

In realtà, attende talmente a lungo prima di creare una società che un altro venditore al dettaglio si installa nel negozio cui ambiva. Trascura di richiedere un certificato fiscale e a causa di ciò non può stipulare contratti di collaborazione con i grossisti.  Il progetto di un anno si trasforma in un piano di 2, 3, 4, 5 anni. Dall’esterno, è facile concludere che questa persona si sia auto-sabotata. Eppure, questo è sorprendente in qualcuno così ambizioso, così determinato, così sicuro di sé.

Se avessimo una finestra aperta sulla mente subconscia della persona, troveremmo una spiegazione del suo comportamento. A livello conscio, questa persona esalta l’indipendenza, la libertà e l’ambizione. 

Sente intensamente la necessità di intraprendere questo progetto e diventare un imprenditore di successo. Tuttavia, possiede valori di certezza, familiarità e sicurezza e, a livello del subconscio, questi hanno un peso maggiore rispetto a quelli che alimentano i suoi desideri consci. 

E il problema è proprio lì, non può esserci successo senza correre rischi: perseguire un nuovo progetto richiede un viaggio verso l’ignoto. Così, ogni volta che la persona tenta di fare un passo verso il suo obiettivo, qualcosa dentro di lei la spinge a retrocedere.

Tutti noi abbiamo avuto l’occasione di incontrare qualcuno con un comportamento simile, a meno che non ci riconosciamo noi stessi in questo tipo di situazione. 

Esprimiamo il desiderio di realizzare un progetto, ma facciamo di tutto pur di non raggiungerlo. 

I nostri valori non sono assoluti, sono dipendenti dall’ambiente in cui operano. 

Sul posto di lavoro, ad esempio, puoi sviluppare un forte legame con i tuoi pari perché la cooperazione è il tuo più grande valore in questo contesto. 

Al contrario, è possibilissimo che discuti spesso con qualcuno a casa perché in quest’altro contesto il tuo più grande valore è avere ragione.  

Questo tipo di constatazioni può davvero destabilizzare. 

Può persino condurti ad attribuire la colpa all’altra persona a casa: “Deve essere colpa tua. In ufficio, con altre persone, mi trovo sempre benissimo”. 

In realtà, qualunque sia la situazione, ottieni il riflesso esatto dei valori che possiedi in un determinato contesto.

Ecco qualche esempio:

Le domande consce sono riportate in corsivo, mentre le risposte che provengono dal subconscio sono in grassetto. 

“Che cosa vuoi che io realizzi attraverso questo comportamento?” 

»Voglio che tu abbia fiducia in te stesso.

“Quindi, se avessi più fiducia in me stesso, che cosa otterrei?”

 »Saresti più rispettato.

“Che cosa succederebbe se fossi più rispettato?” 

»La gente aderirebbe alle tue idee.

“Se la gente aderisse alle mie idee, che cosa otterrei?” 

»Saresti notato e riconosciuto.

“Quale vantaggio porta essere notato e riconosciuto?” 

»Potresti avere più impatto sugli altri e sul mondo che ti circonda.

“Perché sarebbe un vantaggio per me avere un impatto maggiore sugli altri?” 

»Avresti valore.

Ti ci ritrovi? 

Fammi sapere sotto nei commenti.

pexels-kevin-menajang-982673

LA ZONA DI COMFORT

Abbiamo tutti sentito parlare della zona di comfort.  

È quella zona in cui si “impantanano” le persone che cercano di conservare “l’immobilità” nella vita.  

In questo luogo, il vissuto non è grandioso, ma neppure disastroso. 

Pensa a quante persone rispondono alla domanda “Come va?” con “Non c’è male”.  

Ma che cosa significa questa risposta?  “Non c’è male” non vuol dire bene, né grandioso, é  fantastico.  “Non c’è male” non è neppure confortevole.  

Questo tipo di fenomeno linguistico dimostra fino a che punto le persone utilizzano la focalizzazione in modo sbagliato. 

Una persona bloccata nella sua zona di comfort può credere di avere solo scelto il minore dei mali. 

Pensa: “Le cose non vanno alla grande, ma almeno quello che ho adesso è un “male” che conosco. Se provo a cambiare le cose, chissà cosa troverò dall’altra parte”. 

In un certo senso, non è sbagliato, perché uscendo dai sentieri battuti si entra per definizione in territorio sconosciuto.  

Una persona che pensa in questo modo e mantiene un piede nella sua zona di comfort mentre l’altro si muove a tentoni sul ciglio delle possibilità, può prendere alcune decisioni per raggiungere un obiettivo, ma torna poi rapidamente al sicuro.  

Questa strategia, sebbene conduca ad ottenere comunque dei risultati, obbliga la persona a un continuo avanti e indietro, sprecando tempo, energia e risorse. 

Troveremo sicuramente sulla nostra strada persone che sosterranno la nostra paura del cambiamento.  

Se non hanno in qualche modo lavorato su un proprio percorso di crescita, saranno abili nel darci moltissime ragioni per rimanere esattamente dove siamo.

Se abbiamo preso la decisione di migliorare qualcosa che nella nostra vita non ci piace o che ci ha portato ad una condizione stagnante, e quindi vogliamo fare capolino fuori dalla nostra zona di comfort per vedere se “là fuori” possiamo stare meglio, c’è da considerare che probabilmente sarà necessario acquisire una serie di strumenti, competenze e abilità, che aumenteranno per sempre la qualità della nostra vita, a prescindere dall’obbiettivo che ci siamo posti.

Questo percorso di crescita e apprendimento è quindi esso stesso, a tutti gli effetti, già il primo passo fuori dalla nostra zona di comfort. Azione che richiede tantissimo coraggio.

E’ necessario tenere a mente che bisogna proteggere, strada facendo, la nostra mente dalle forze della mediocrità e dell’indifferenza, che saranno sempre pronte a cercare di farci demordere o tornare indietro.

Inoltre, cerchiamo di controllare ciò che entra, ciò che è nuovo, lasciando andare via il vecchio.

pexels-mart-production-8032834

INFLUENZARE PER GUIDARE E NON PER MANIPOLARE!

Per capire cosa si intende precisamente per “influenzare”, esploriamo il concetto di influenza.  

L’influenza è spesso associata all’atto di vendere.  

In un certo senso, questo è esattamente ciò che è, anche se con alcune distinzioni. 

Esistono diverse forme di vendita:

  • le vendite tradizionali; una persona o un’organizzazione scambia un articolo o un servizio per una qualche forma di guadagno materiale diretto. 

Così, paghi qualcuno perché venga a tosare il prato o acquisti cibo nel negozio sotto casa. 

Per lo più, la vendita è considerata sulla base di questo modello.

  • l’arte di vendere idee; questa tecnica consiste nel trasferimento di prospettive ed esperienze nella mente di una persona. Usiamo costantemente questa modalità di influenza, perché è il modo più comune che abbiamo di comunicare con gli altri. 

Quando racconti a un amico una storia avvincente che ti è successa, tenti di portarlo nello stato emotivo che avevi raggiunto tu stesso, di fargli vivere questa esperienza come tu l’hai vissuta.

Se hai figli, probabilmente cerchi di vendere loro concetti come onestà, condivisione, responsabilità e disciplina.  

I coniugi tentano di vendersi reciprocamente punti di vista diversi sull’arredamento della casa, l’educazione dei bambini, i luoghi di vacanza, le scelte culinarie, la gestione della casa e ogni altro genere di cose. 

Può accadere di dover vendere una proposta ai colleghi o un’idea per la propria azienda a un banchiere.  

Quindi, se ci pensi, a volte la forma di influenza utilizzata è molto sottile. 

Proviamo a considerare alcuni dei modi a nostra disposizione per raggiungere questo obiettivo.   

Ad esempio, il tono della voce può essere uno strumento utilizzato per seminare, esplorare e vendere idee.   

Ci saranno occasioni in cui un cliente fa un’affermazione che sai essere fondamentalmente errata. 

Un modo per convincerlo a riconsiderare la sua affermazione è restituirgliela deliberatamente e lentamente, usando pause per distanziare le parole e applicando uno sguardo determinato.  

Molto spesso, semplicemente udire le stesse parole pronunciate a un ritmo più lento, aiuta il cliente a dissociare il contenuto della frase e a metterne in discussione la validità. 

È inoltre possibile utilizzare domande implicite per ottenere un effetto positivo. 

L’orecchio umano è molto sensibile alle variazioni di altezza, di tono e di inflessione, molto di più di quanto possiamo immaginare. 

Adottare un tono ascendente alla fine di una frase implica la formulazione di una domanda. 

Puoi quindi farlo per non esprimere direttamente che desideri una risposta. 

Ricorda che, quando la mente si vede porre una domanda, è spinta a generare una risposta. 

Puoi dire, ad esempio: “Forse può pensare a un momento in cui ricorda di aver avuto quel problema…” facendo salire la voce di un’ottava.  

Il subconscio del cliente percepirà questa affermazione come una domanda e cercherà le circostanze in cui aveva effettivamente raggiunto quello stato. 

Le domande possono essere utilizzate in questo modo anche per ottenere consensi sia consci sia inconsci da parte dell’interlocutore.

Albert Einstein ha detto: “Non possiamo risolvere un problema con il modo di pensare che lo ha generato”. 

Con il pensiero, alcuni si impantanano nei problemi, e non riescono a tirarsene fuori.

L’intelletto è uno strumento magistrale quando si tratta di considerare ciò che già sappiamo, ma non è molto utile per l’esame e l’esplorazione dell’ignoto.  

Questo perché non abbiamo né punti di riferimento, né mappe, per ciò che si trova nei territori inesplorati. 

Le persone spesso hanno impegnato molta energia per risolvere i loro problemi, ma i loro pensieri consci sono limitati dalla struttura di vecchie interpretazioni, convinzioni e condizionamenti.

Cerchiamo quindi di influenzare positivamente le persone, più che obbligarle a fare le cose “come faremmo noi”. Questo aiuta l’altro e gli lascia la giusta autonomia per trovare la sua soluzione al problema.

Manipolando, invece, si rischierebbe di far fare all’altro ciò che vogliamo noi, senza però renderlo partecipe e davvero coinvolto nel trovare la soluzione, generando più che altro frustrazione e malcontento.

Se volete migliorare il vostro stile comunicativo e grazie all’assertività imparare ad ascoltare l’altro e a non manipolarlo, c’è un corso online studiato proprio per migliorare il nostro approccio alla comunicazione.

Passate a curiosare!

Vi aspettiamo

pexels-photo-668553

INFRANGERE LE BARRIERE DELLA RESISTENZA

Quando una persona si trova ad affrontare un problema, si scontra contemporaneamente con alcune difficoltà, ma anche con una serie di influenze che possiamo definire sistematiche.  

Questo perché siamo parte di un “tutto”.  

Quando iniziamo un cambiamento nella nostra vita, vengono modificate tutte le dinamiche che compongono il nostro ambiente. In ogni processo di trasformazione ha quindi luogo una battaglia tra la persona che eri e quella che vuoi diventare. 

Interrogandoti sulla tua vita, devi quindi chiederti quali siano i sistemi di cui fai parte. 

Forse sei troppo empatico verso le persone che ti sono vicine e ti senti “in obbligo” di assecondarle se non approvano l’idea del tuo cambiamento, adducendo ad un tipico “Lo dico per te!”.

In realtà però sono proprio queste situazioni che vanno affrontate come una sfida e possiamo farle diventare lo strumento del nostro cambiamento.

Attenzione però, la nostra motivazione non deve durare soltanto per un breve periodo di tempo. 

La tua missione è impegnarti in un processo di progresso continuo.  

Giornalmente le persone che ti circondano ci terranno a ricordarti che “sei cambiato” come se fosse un qualcosa di negativo. Inoltre, ti troverai inevitabilmente di fronte a interferenze, distrazioni, opportunità per perdere tempo, riscontri negativi e influssi delle persone che non hanno avuto il tuo coraggio.

Gli eventi che subisci, tutti i giorni, da tutte le direzioni, non devono quindi domare la tua motivazione.

Una delle cose che puoi fare per evitare che i tuoi progressi si arrestino è esaminare l’impatto che avranno sul tuo ambiente.  

La maggior parte delle persone non ne tiene conto e sbaglia: quando incontrano una qualunque resistenza, perdono tutti i buoni propositi.  

È però possibile aggirare questo ostacolo chiedendosi: “Che effetto avrà questo mio cambiamento sulle persone intorno a me?” Dedica il tempo necessario per riflettere e rispondere con sincerità.

È possibile anche “immunizzarsi” contro le obiezioni.  I Commerciali, ad esempio, usano costantemente questa tecnica nella pratica professionale: è necessario anticipare e superare le difficoltà prima che si verifichino. Così, quando si porrà il vero problema, non verrai preso dal panico e non fallirai, perché avrai già pronta la contromossa. 

In questo modo, è possibile delimitare il problema prima che si presenti. 

Molte persone non avviano alcun percorso di sviluppo personale o di cambiamento: è più facile per loro mettere in dubbio ciò che fai tu, piuttosto che esaminare la loro vita. 

Attenzione quindi a non farti “frenare” dagli altri che si oppongono al tuo cambiamento solo perché loro non hanno il coraggio di uscire dalla loro comfort zone.

Esistono, in teoria, due categorie di persone: 

  • quelle che agiscono perché vogliono raggiungere un obiettivo e
  • quelle che agiscono per evitare problemi. 

Questa non deve essere una sfida basata su “tutto o niente”. 

Tutti prima o poi fanno parte dell’una o dell’altra categoria. 

Molti modelli terapeutici ci dicono che dobbiamo sempre cercare di ottenere un risultato positivo. 

Ma in realtà tendere ad andare verso il piacere o tentare di allontanarsi dal dolore sono condizioni equivalenti, l’importante è stabilire l’orientamento e usarlo durante il processo di trasformazione.

Alcuni pensano di procedere verso una meta, mentre in realtà si stanno allontanando da qualcosa. 

Altri credono di prendere provvedimenti per evitare qualcosa, quando in realtà cercano di raggiungere un risultato. Tocca a te scoprire che cosa succede nella tua mente e perseguire il processo di cambiamento, senza farti bloccare dalla paura del giudizio altrui o dall’insicurezza.

Se hai deciso di intraprendere un cambiamento è perché c’è qualcosa nella tua vita che non ti va più bene. Solo tu puoi sapere cosa sia giusto o sbagliato per te; pertanto, non farti influenzare e procedi nel tuo percorso di trasformazione.

pexels-photo-6457544

LA COMUNICAZIONE INTERPERSONALE EFFICACE

Per arrivare a capire come essere comunicatori efficaci, facciamo un passo indietro e contestualizziamo in modo preciso “la comunicazione”.

I fattori principali del processo comunicativo sono:

  • Il mittente: colui che invia il messaggio
  • Il destinatario: colui a cui è diretto il messaggio
  • Il messaggio: l’informazione/contenuto che viene trasmesso.

Il processo di scambio, codifica e decodifica delle informazioni avviene in modo del tutto inconsapevole per chi parla la stessa lingua e che quindi possiede lo stesso codice linguistico; diventa maggiormente complesso nel momento in cui due interlocutori parlano lingue differenti.

Paul Watzlawick nello specifico ha introdotto una differenza di fondamentale importanza nello studio della comunicazione umana: ogni processo comunicativo tra esseri umani possiede due dimensioni distinte: da un lato il contenuto, ciò che le parole dicono, dall’altro la relazione, ovvero quello che i parlanti lasciano intendere, a livello verbale e più spesso non verbale, sulla qualità della relazione che intercorre tra loro.

Inoltre è bene tenere a mente che la comunicazione interpersonale si suddivide in tre parti.

  • La comunicazione verbale, che avviene attraverso l’uso del linguaggio, sia scritto che orale (la parola).
  • La comunicazione non verbale, la quale invece avviene attraverso canali diversificati, quali mimiche facciali, sguardi, gesti, posture.
  • La comunicazione para verbale, che riguarda la voce, ossia il tono, il volume e il ritmo, ma anche le pause e altre espressioni sonore (quali lo schiarirsi la voce).

Questi tre livelli concorrono all’unisono per definire qual è il messaggio che stiamo trasmettendo.

Come essere comunicatori efficaci? 

In relazione alla competenza “comunicazione” è necessario definire un piano di azione atto a portare un miglioramento nel nostro stile comunicativo. 

Quali sono le azioni e i comportamenti da tenere per risultare efficaci?

Ne vediamo alcuni insieme:

  • Parla in modo chiaro e comprensibile
  • Cattura l’attenzione degli interlocutori, esponendo gli argomenti al momento giusto
  • Verifica ripetutamente se l’interlocutore ha compreso il messaggio. 
  • Sottolinea i punti di forza delle proprie argomentazioni e mostra di credere in quello che dici
  • Adatta il tuo comportamento a quello degli interlocutori 
  • Riconosci quando è necessario cambiare stile in base alle esigenze della situazione o dell’interlocutore.
  • Fai domande per ottenere informazioni e verificarne l’esattezza
  • Fai ogni tanto un efficace punto della situazione
  • Esprimi correttamente le conclusioni di un discorso
  • Dai spazio all’interlocutore, lascia parlare e ascolta attivamente
  • Tiene conto dei desideri ed interessi altrui e cerca di comprenderli bene, essendo empatico
  • Rifiuta fermamente richieste irragionevoli.
  • Richiedi rispetto per il tuo ruolo/persona.
  • Usa un tono di voce deciso, né apprensivo né succube

Hai trovato questi spunti utili per le interazioni di tutti i giorni?

Fammi sapere sotto nei commenti!