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LA COMPASSIONE COME ALLEATA NEL QUOTIDIANO

Leggendo e studiando mi sono resa conto che avevo una visione della “compassione” completamente distorta; non so perché ma l’ho sempre legata ad un aspetto più spirituale, quasi legato alla pietà, che non ad un qualcosa legato alla quotidianità, immagino per retaggi del passato.

Ho scoperto invece che la compassione risulta necessaria nel nostro quotidiano e che non è un qualcosa che si rivolge solo agli altri, ma che è indispensabile avere innanzitutto per sé stessi.

Vorrei provare a spiegarvi di cosa si tratta…

La compassione e la self-compassion (ovvero provare compassione verso sé stessi) sono emozioni lente, che nascono dalla nostra volontà di farci toccare dal dolore e dalla sofferenza.

Normalmente fuggiamo da queste emozioni perché abbiamo paura di cosa potrebbero farci “sentire” ed è più facile negare, piuttosto che approfondirne le cause.

Provare self-compassion significa semplicemente provare affetto e gentilezza per le proprie difficoltà.

Provare compassione significa avere un’attenzione affettuosa per le difficoltà degli altri.

La compassione, in pratica, ci aiuta a mettere il nostro dolore in “pausa” piuttosto che metterci in “fuga” da esso. È una cura che restituisce senso di appartenenza e accettazione, quella accettazione per un qualcosa che forse non vorremmo sentire, ma che è necessario lasciar fluire.

Attenzione a distinguere però se davvero necessario mettere in “pausa” il nostro sentire, perché il rischio è di combattere con uguale forza disagi piccoli e dolori grandi, mettendoci in una continua lotta per la sopravvivenza e questo ci toglierebbe energie e forze e non va bene.

C’è un’altra sostanziale distinzione che è necessario fare ed è quella tra sofferenza e dolore.

Il dolore è un’esperienza inevitabile che si accompagna ad una ferita fisica o emotiva (dolore del cambiamento, dell’invecchiamento, della malattia…)

La sofferenza è la lotta volta a combattere il dolore: non accettiamo il dolore per cui lottiamo per mandarlo via. È come se avessimo un incendio in casa e invece di spegnerlo stessimo a rimproverare noi o gli altri perché si è verificato l’incendio e intanto la casa brucia….

Questo ci porta ad una inevitabile avversione e autocritica, che non fanno altro che lavorare sulla nostra insicurezza, andando a ledere il nostro livello di autostima. Entriamo così in un circuito che ci riporta sempre nello stesso punto: se continuiamo a pensare di essere degli incapaci cadremo sempre perché incapaci di sostenerci e andare avanti. Il tutto (e qui viene il bello!!) alimentato da parenti e amici che continuano a dirci “Devi farcela!” “Datti una mossa!” “Svegliati!”, cioè esattamente quello che in quel preciso momento non riusciamo a fare.

Ecco che allora, se decidiamo di andare incontro al nostro dolore con affetto e gentilezza, si svilupperanno compassione e cura, quella cura che ci permetterà, poi, di rialzarci.

Compassione e self-compassion hanno due nemici storici: la critica e la crudeltà ed entrambi non ci aiutano a risollevarci o ad aiutare qualcuno a risollevarsi.

A tal proposito, nel rapporto a due, dare consigli, cercare di convincere l’altro a fare come diciamo noi, consolare, minimizzare, rimproverare, giudicare l’altro sono tutte azioni che non faranno altro che portare la persona di fronte a noi a cadere sempre più giù! Queste sono le basi per una comunicazione efficace.

Citando Gordon e alcuni dei suoi “12 Ostacoli alla Comunicazione”, possiamo dire che:

  1. Dare consigli e soluzioni: “Io al posto tuo…”, “Perché non fai così…?”, trasmettono sfiducia nella capacità dell’altro di trovare da solo una soluzione, bloccano la comunicazione, danno la sensazione che si ha fretta di concludere il discorso.
  2. Convincere con argomentazioni, spiegare: “Tu sbagli perché…”, “In realtà le cose non stanno così…”, induce a porsi sulla difensiva, fa sentire inadeguati e non compresi.
  3. Consolare, rassicurare: frasi come “Vedrai che andrà tutto bene” o “Su, non piangere!” bloccano l’espressione delle emozioni, irritano, danno la sensazione di voler tagliare corto perché siamo noi a non reggere il disagio e lo sfogo dell’altro.
  4. Cambiare argomento, minimizzare, fare sarcasmo: dire “Non ci pensare!”, “Basta, parliamo di cose allegre!”, “Ti preoccupi troppo”, significa svalutare ciò che l’altro prova e bloccare la comunicazione.
  5. Rimproverare, fare la morale: espressioni come “Per il tuo bene dovresti…”, “Non ci si comporta così!”, provocano senso di colpa, chiusura, ribellione e fanno sentire manipolati.
  6. Criticare, giudicare: “Sei un irresponsabile!”, “Sei un egoista”, “Non sei capace”, fanno sentire l’altro svalutato, provocano rabbia e, a lungo andare, minano l’autostima.

Questi atteggiamenti non solo bloccano la comunicazione, ma implicano un rapporto in cui una persona è in posizione di autorità sull’altra. Il messaggio sottinteso è: ‘fidati, lo io cosa devi fare’.

Se leggendo queste righe ti sembra di attuare tutti questi comportamenti, non ti preoccupare è assolutamente normale. Le barriere della comunicazione sono modi di porsi naturali che fanno parte della nostra quotidianità, non è possibile evitare completamente di utilizzarle.

E ricordiamoci soprattutto che … a meno che qualcuno non ci chieda apertamente un consiglio, dire cosa fare agli altri viene vissuto negativamente, sempre! 

Sposta le dinamiche dalla collaborazione alla competizione e non è quasi mai un atteggiamento sano.

Questo per dire che, essere compassionevoli verso noi stessi, ma anche verso l’altro, è la strada giusta per aiutarci e aiutare le persone a risollevarsi.

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RIMANERE FLESSIBILI PER SPERIMENTARE

Con la mindfulness si può portare alla luce, in modo elegante ed efficace, il meglio di noi stessi. 

Ma in primo luogo, è fondamentale esplorare noi stessi, come abbiamo già detto tante volte per imparare ad essere (o tornare) flessibili. 

Essere rigidi, nascosti dietro alle nostre convinzioni, alle nostre credenze non ci permette di mettere il naso fuori e scoprire davvero il mondo, oltre che permettere al mondo di creare una connessione con noi.

L’obiettivo deve essere quello di far emergere il nostro vero potenziale, non di aggrapparci a un rigido sistema di pensiero. 

In qualsiasi momento, occorre adattare il nostro approccio, in modo che possa rispondere alle situazioni che si verificano nel nostro quotidiano. Il processo di cambiamento è ovviamente specifico per ciascuno e non esiste una formula preconfezionata da seguire, ma si rende necessario regolare questo approccio (all’altro e alla vita) affinché coincida con le aspettative e le esigenze nostre e degli altri.

Il processo non è incentrato soltanto “su di te”, ma è comunque realizzato da te. 

È indispensabile sviluppare una curiosità insaziabile per quanto riguarda la propria vita. 

Questo atteggiamento consente di percepirsi come un essere umano unico, animato da emozioni, sentimenti e problemi propri. 

Questa consapevolezza incrementa la capacità di mettere in atto soluzioni nonché di analizzare ogni situazione con un certo distacco. 

Quando le persone si pongono obiettivi rigidi, spesso ciò produce una linea di condotta che porta a qualcosa di inconclusivo/insoddisfacente. La vita non si svolge mai in modo lineare. Le sfide possono sorgere dal nulla e occorre essere disposti ad apportare modifiche, se necessario.

I bambini ci offrono bellissimi esempi di flessibilità. 

Un bambino può conservare un’idea per un lungo periodo di tempo (come, ad esempio, farsi regalare un giocattolo particolare per il suo compleanno).

Si adopera in ogni modo per realizzare il suo sogno e rimane concentrato sul suo obiettivo, senza prendere nemmeno in considerazione la possibilità che il suo desiderio non si avveri. 

Sarà capace di negoziare, contrattare, supplicare, piangere pur di ottenere ciò che vuole. 

Dispiegherà quindi una serie di comportamenti molto più ampia di quella di un adulto, che invece ha sempre timore di mostrarsi più imbarazzato che efficace.

Ammettiamolo, molti di noi adulti hanno perso questa flessibilità. 

Ok, non viene richiesto di buttarsi a terra e fare i capricci come se fossimo bambini viziati, ma mantenere la visione flessibile e curiosa che i bambini hanno e che noi adulti, per mille ragioni, abbiamo accantonato o perso crescendo.

“Sperimentare” è l’azione da tenere bene a mente. 

Vedi che cosa funziona, e che cosa no, per adeguare l’approccio flessibile in base al contesto circostante.

In qualsiasi sistema o organizzazione, chi possiede flessibilità si trova sempre a ricoprire ruoli di un certo livello. Se siamo in grado di considerare una prospettiva interessante che gli altri non vogliono o non possono prendere in considerazione, emergiamo dalla massa in modo del tutto naturale. 

Questo concetto è qualcosa da apprezzare e applicare per tutta la vita.

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PENSIERI ED EMOZIONI

I nostri pensieri possono influenzare le nostre emozioni. 

Viceversa, le emozioni possono influenzare i nostri pensieri.  Il nostro umore per natura è variabile. 

Alcuni schemi di pensiero però possono trasformare un momento di calo del nostro benessere emotivo in qualcosa di più duraturo come ansia, tristezza e stress.

Oggi gli studi hanno determinato che non sono in sé le emozioni negative a fare “il danno”, ma il modo in cui reagiamo ad esse. Lo sforzo che compiamo per cercare di liberarci dagli stati negativi, la ricerca a tutti i costi di una causa o di una soluzione, rischia di peggiorare le cose.

L’effetto che si ottiene è quello delle sabbie mobili: più si lotta per uscire e più si affonda.

Questo accade perché la nostra mente è strettamente connessa alla memoria.

Davanti a uno stato emotivo negativo che insorge, inneschiamo un processo per cui, se ci sentiamo tristi, iniziamo a disseppellire dal passato ricordi che rispecchino il nostro stato emotivo del momento, per cui la tristezza si autoalimenta.

Questa attività mentale, infatti, fa sì che, al malessere del momento, si sommino i dolori del passato e i timori per il futuro.

Come se non bastasse, questo genera in noi una serie di sensi di colpa, perché sprofondiamo ulteriormente nella tristezza, anziché riuscire ad uscirne. 

Di conseguenza, iniziamo a generare pensieri autocritici e a giudicarci negativamente: “E’ colpa nostra. Non siamo abbastanza forti. Non ci stiamo impegnando abbastanza. Dovremmo fare di più. Non ce la faremo mai…”

In questo ciclo distruttivo di recriminazioni e di autocritica, finiamo per incolparci sempre di più di non riuscire a essere chi vorremmo essere, di non corrispondere al nostro ideale di persona.

Tutto questo processo accade in un tempo brevissimo, senza che ne siamo consapevoli.

È così che il nostro modo di reagire può trasformare emozioni temporanee e non problematiche in emozioni persistenti e problematiche.

Infatti, ogni sforzo che facciamo per liberarci delle emozioni e dei sentimenti sgradevoli, cercando di risolvere il problema, non fa che ritorcersi contro di noi.

Il perché è da ricercare in uno strumento potentissimo della mente: il pensiero razionale critico (Metodo Mindfulness, di Penman – Williams).

La mente analizza la distanza che c’è tra il suo stato nel presente (per esempio la tristezza) e come invece vorrebbe essere (felice). Lo fa continuando ad applicare la modalità del fare: suddividendo il problema in tanti piccoli pezzi, cercando di risolvere ognuno di questi e, successivamente, tornando a guardare il problema nel suo complesso per vedere se si è ridotta la distanza tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere, e se ci siamo quindi avvicinati all’obiettivo.

Se questo funziona bene nelle questioni pratiche, applicato alla sfera emozionale, può peggiorare notevolmente la situazione.

Ciò accade perché la nostra attenzione si concentra sulla distanza tra come siamo e come vorremmo essere, suscitando in noi domande pericolose, come “cosa c’è che non va in me?”, “perché sbaglio sempre?”, “perché faccio sempre gli stessi errori?”.

Queste domande avviano un ciclo distruttivo di recriminazioni, di autocritica e di sensi di colpa, che minano la nostra autostima e la fiducia in noi stessi.

Le ricerche dimostrano che rimuginare è il problema e non la soluzione.

Partendo quindi dal presupposto che non è possibile impedire che si inneschino:

  • Emozioni e ricordi infelici
  • Pensieri autocritici
  • Pensieri negativi

L’unico modo che abbiamo per intervenire è quello di fermare ciò che accade dopo l’insorgere di uno stato emotivo negativo, quindi evitare che si crei il circolo vizioso che si autoalimenta e che innesca un vortice di ulteriori pensieri negativi e ipercritici.

Questo è possibile farlo solo attraverso la consapevolezza.

Essere consapevoli che stiamo pensando quando stiamo pensando, ci consente di osservare i nostri pensieri a distanza, senza identificarci, senza seguirli. Lo stesso vale per le sensazioni e le emozioni.

Essere consapevoli significa fare un passo di lato, che ci permette di uscire dal chiacchiericcio negativo continuo della mente e dalle emozioni che si innescano come reazione e così lasciar scorrere i pensieri e le emozioni, senza lasciarci sopraffare da esse.

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COSTRUIRE LA GIUSTA CONSAPEVOLEZZA IN RAGAZZI E BAMBINI

“Consapevolezza significa prestare attenzione in un modo particolare, di proposito, nel momento presente e senza giudicare”

J. Kabat-Zinn

I bambini hanno una predisposizione naturale alla consapevolezza, che però diminuisce crescendo. Per mantenerla nel tempo è importante continuare a coltivarla durante la crescita.

La consapevolezza, in bambini e ragazzi:

  • Può essere favorita o ostacolata a seconda dell’ambiente in cui crescono e degli adulti con cui si confrontano;
  • Può essere insegnata in modo semplice, sin dall’inizio del percorso scolastico.

Infanzia e adolescenza sono fasi importanti per lo sviluppo degli adulti del domani e, secondo diversi studi sulla consapevolezza, si sono dimostrati una serie di benefici sociali, cognitivi ed emotivi per gli studenti di scuole elementari e medie.

Coltivare la consapevolezza lungo il percorso educativo:

  • Promuove la creatività
  • Sviluppa la concentrazione
  • Migliora le prestazioni scolastiche
  • Migliora le prestazioni sportive
  • Sviluppa l’intelligenza emotiva
  • Sviluppa la salute e il benessere mentale

Come educare alla consapevolezza?

L’educazione alla consapevolezza è esattamente ciò che sembra: l’inclusione mirata dei principi della mindfulness nell’educazione.

 Gli obiettivi di questo tipo di educazione dovrebbero essere quelli di riuscire ad acquisire:

  • Consapevolezza di sé
  • Empatia
  • Comunicazione consapevole
  • Tecniche per calmare e focalizzare la mente

Il cambiamento dei metodi e dei giochi infantili rispetto al passato, che consistono in sempre più tempo trascorso davanti ad uno schermo, il bombardamento mediatico che ne consegue e un’interazione coi dispositivi tecnologici sempre più precoce, non favorisce uno sviluppo ottimale di una parte del cervello, lo dicono diversi studi (ve ne cito un paio se volete andare a curiosare: Zimmerdan&Christakis  oppure  Landhuis del 2007).

I bambini hanno bisogno di interazioni con l’ambiente circostante per creare le connessioni di cui necessita il loro cervello per svilupparsi.

Attività all’aperto, manipolazioni, interazioni con coetanei e animali stimolano il cervello a creare le connessioni di cui necessiteranno per tutta la vita. Al contrario, l’interazione con uno schermo propone esperienze virtuali che non possono essere equiparate a quelle reali.

Non solo non stimolano ugualmente i sensi, ma questi ultimi vengono privati di connessione sensoriale, rendendo così ancora più difficile mantenere l’attenzione su qualcosa.

Attualmente stiamo costruendo un mondo che coltiva la disattenzione in ragazzini e bambini e che fomenta il multi tasking: è necessario fare più cose contemporaneamente, passando da una cosa all’altra, senza avere il tempo di respirare tra un click e l’altro. 

Sembrerà eccessivo come esempio, in effetti è portato al limite, ma mi serve per stimolare in voi una riflessione: quanto tempo lasciamo ai nostri figli per annoiarsi?

Vorrei che rispondeste con sincerità a questa domanda sotto nei commenti, perché mi piacerebbe innescare un interessante scambio, se vi va!

Un altro problema oggi è l’insorgenza di stress e ansia già nei bambini con pochi anni di età, i quali spesso assorbono inconsciamente ansia e abitudini nocive dagli adulti che li circondano e, crescendo, vanno ad influire sulla loro capacità di immagazzinare ed elaborare le informazioni e sulle loro prestazioni.

In aggiunta saranno bambini che non saranno in grado di riconoscere le emozioni che nascono in loro e non riuscendo a dargli un nome e a capire perché queste emozioni fanno parte del loro “bagaglio”, difficilmente avranno la possibilità di riuscire a gestirle una volta divenuti adulti.

Aiutare i bambini e i ragazzi a raggiungere la giusta consapevolezza delle proprie emozioni li renderà in grado di riconoscere le stesse emozioni negli adulti con i quali si troveranno a interagire nella vita privata e professionale, da adulti; questo li renderà maggiormente empatici e propensi ad avere comunicazioni efficaci e di qualità.

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LE 10 REGOLE DELL’ASCOLTO CONSAPEVOLE

Quotidianamente mettiamo in atto schemi di comportamento automatici, soprattutto quando ci mettiamo in rapporto con gli altri. Molti di questi comportamenti abituali provengono dal nostro passato e dalle prime esperienze interpersonali vissute, soprattutto in famiglia.

Se questi schemi acquisiti derivano da rapporti disfunzionali, daranno l’origine a rapporti altrettanto disfunzionali anche nel presente.

Applicare la mindfulness alle relazioni interpersonali vuol dire basarsi sulla capacità di esercitare la presenza mentale nel “qui e ora”, priva di giudizio, riconoscendo i vecchi schemi mentali di comportamento abituale, comprendendo il nostro passato e accettando le esperienze vissute.

Questa consapevolezza ci permette di uscire dalla nostra visione (filtrata), di riconoscere questi schemi e di decidere di non attuarli, spezzando il circolo vizioso, cercando di essere quanto più empatici e pazienti possibile, verso noi stessi e verso gli altri.

Diventare ascoltatori consapevoli significa essere presenti nel momento in cui entriamo in relazione con l’altro, restando concentrati sull’interlocutore, senza farci distrarre dai nostri pensieri (e filtri) o da elementi esterni, mostrando attenzione e comprensione.


Ecco le 10 regole per un ascolto consapevole:

1. Concentrazione. 

Non essere distratti da ciò che accade intorno a noi. 

Fattori come rumori forti o distrazioni possono influenzare la nostra capacità di ascolto. 

2. Evitare di interrompere. 

Lasciare che l’interlocutore finisca di parlare prima di fare un commento o una domanda.

3. Non finire le frasi dell’interlocutore, nella speranza di trasmettergli l’impressione di averlo compreso. Questo non funziona. La lettura del pensiero si rivela spesso sbagliata perché dà l’impressione che abbiate già ascoltato decine di volte quello che vi sta dicendo. È necessario cercare di ascoltare il vostro interlocutore come se non aveste la minima idea di ciò che sta per dire.

4. Mantenere il contatto oculare con l’interlocutore. 

Questo trasmette attenzione e concentrazione sull’altro.

5. Inserite segnali di assenso, come cenni del capo o una postura proiettata verso il nostro interlocutore; questo consente di entrare in maggiore sintonia.

6. Prestare attenzione ai segnali non verbali di chi ci parla: tono di voce, espressione del viso, il linguaggio del corpo, ecc. Questi segnali possono fornire utili indizi su ciò che il nostro interlocutore prova, sui suoi pensieri e sulle sue emozioni.


7. Usare espressioni di condivisione: 

“ciò che condivido è….”; 

“ritengo anch’io importante…” 

“anche a me è capitato di…”, ecc.

8. Usare la parafrasi. 

Ripetete in altre parole ciò che avete compreso, i concetti chiave della comunicazione del vostro interlocutore. Questo può contribuire a eliminare eventuali incomprensioni e ad evitare errori futuri.

9. Approfondire la vostra conoscenza attraverso l’uso di domande aperte. 

Fare domande mirate se abbiamo bisogno di chiarire ciò che l’altra persona ha espresso è molto importante perché può contribuire ad eliminare eventuali incomprensioni.

10. Rispondere anziché reagire. 

Pensare prima di parlare o esprimere pareri impulsivamente.


Se vogliamo migliorare la nostra comunicazione e quindi diventare ascoltatori consapevoli è necessario sperimentare e avere voglia di mettersi in gioco, provando anche solo inizialmente una parte delle 10 regole, quelle che vediamo essere a noi più affini. 

È già un buon punto di partenza…


E tu, ti senti pronto? Fammi sapere sotto nei commenti cosa ne pensi!

Se invece vuoi migliorare il tuo stile comunicativo vieni a curiosare tra i nostri corsi online, oppure contattaci per realizzare corsi dedicati alle tue necessità!

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C’E’ CRISI! COME AFFRONTARE TEMPI DIFFICILI…

Se volessimo parafrasare il buon Guzzanti (e il suo amatissimo Quelo) : “C’è grossa crisi. Qua non sappiamo più quando stiamo andando sulla terra, ti chiedi “come mai? Come dove nel mondo? Dove chi? Perché quando?”

Nessuno ha una vita priva di problemi, ma in generale noi umani siamo resilienti e ci adattiamo bene alle nuove situazioni.

La mindfulness ci propone un’altra possibile strategia: in vece di combattere il dolore, accogliamolo, diamo a noi stessi l’opportunità di affrontarlo e andare avanti.

Se lasciata a sé stessa, la mente, tende a sfuggire alle difficoltà e ad inseguire bisogni e desideri, ma alcuni problemi possono essere così grandi da opprimerci e seguirci, come fossero un’ombra. Nel lungo termine, scegliere di affrontare le difficoltà, invece di evitarle, è una gentilezza che facciamo a noi stessi. Annientarsi nella propria infelicità, negandola, significa combattere contro la realtà e tutte le lotte interiori sono stancanti e infruttuose.

Il modo migliore per sfuggire a una trappola è capirne il funzionamento e poi smontarla pezzo per pezzo: non si può rimanere intrappolati in un meccanismo che è stato fatto a pezzi.

Quando stai vivendo un momento difficile, le tue difficoltà operano su due livelli:

  • La realtà che si deve affrontare è che c’è un problema e non si può cambiare;
  • La sofferenza della mente spesso inizia con un giudizio “Questo non avrebbe dovuto accadere”, che a sua volta scatena un’emozione primaria: la rabbia (e poi paura, frustrazione, disperazione…)

L’emozione non può essere controllata, ma il suo invito alla sofferenza può essere contrastato attraverso un atteggiamento consapevole.

Qualche dolore nella vita è inevitabile, ma la sofferenza è una scelta, basata sul rifiuto di quel dolore e sull’accettazione dell’afflizione che ne consegue.

La resistenza porta dolore fisico e mentale, agendo sul rilassamento della tensione, in qualche modo mettiamo in movimento anche la mente, allentando la sofferenza. Invece di prendere le distanze dal dolore, andiamogli incontro con compassione e dolcezza, lasciando andare il pensiero di quanto ti rende infelice.

E’ necessario ricordarci che ciò che minaccia il ns benessere è ciò che ci immaginiamo sia avvenuto o  avverrà, piuttosto che sensazioni basate su fatti reali. Stare nel momento presente ci aiuta ad affrontare l’ansia “da prestazione” che si genera in noi, di fronte a situazioni problematiche e ci permette di vedere le cose per come sono, facendo perdere potere al pensiero, focalizzandoci sulle azioni.

Come scomporre il dolore?

  1. Accoglierlo, piuttosto che resistergli e imparare a gestirlo
  2. Concederci l’auto-compassione (allontanando rabbia e impazienza)
  3. Guardare oltre il dolore, allungando il campo di attenzione a sensazioni positive
  4. Adottare misure pratiche, senza rimuginare, giudicare, lavorando sul problema e non sui sintomi

Ti senti pronto per affrontare un periodo di crisi o un problema?

Raccontaci nei commenti o in direct le tue esperienze in merito!

Ti aspettiamo!

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COME È DIFFICILE ESSERE SINCERI!

In che modo l’essere consapevoli si traduce nei rapporti con gli altri?

Significa dire sempre la verità?

E dal momento che mindfulness è anche compassione, come puoi affrontare l’enigma della verità, cioè dire una verità difficile, ma con gentilezza?

Vivere nel qui e ora con gli altri è molto diverso dal vivere nel qui e ora con te stesso.

Quando i pensieri vengono condivisi e formulati a parole, e a quelle parole seguono interpretazioni e reazioni, in gioco c’è un’immensa gamma di scambi reciproci. Potrebbero inserirsi anche messaggi non verbali inviati dal corpo o dal ns atteggiamento.  Essere del tutto presenti in simili circostanze significa rivolgere una piena attenzione a ciò che viene detto e alle implicazioni che ne derivano. 

Questo significa anche saper leggere gesti, sorrisi o altri segnali, che siano intenzionali o meno.

Non è sempre facile comunicare ciò che si ha dentro, soprattutto se si parla di sentimenti. 

Però, migliorando le nostre capacità comunicative (e qui ti invito a dare un’occhiata ai nostri corsi in vendita sul sito, che trattano proprio questi argomenti!), e impegnandoci nel vivere con consapevolezza, riusciremo ad esprimerci chiaramente, apertamente, pur tenendo per noi ciò che preferiamo non dire.

Quindi, dobbiamo dire o non dire?

Siamo soliti trattare con cautela argomentazioni che ci riguardano intimamente, nonostante il mondo che ci circonda sia più orientato verso l’ “oversharing” ovvero la smania di condividere tutto ciò che ci succede e anche le informazioni personali. 

Istintivamente, la maggior parte di noi, evita di cadere nella trappola dell’eccesso della condivisione con estranei o persone che non fanno parte della ns cerchia ristretta, però a volte, potremmo sentire di dover omettere informazioni anche a chi conosciamo bene o che ci è vicino.

La maggior parte delle volte, celare una verità, è un modo per proteggere sé stessi o gli altri da qualcosa che potrebbe generare dolore o disagio.

Il fatto di nascondere una verità difficile si porta dietro un duplice problema:

  1. Porta energia negativa nella relazione con te stesso e con la persona interessata
  2. Dire la verità potrebbe avere conseguenze imprevedibili (senza avere idea dell’intensità della reazione emotiva che questo potrebbe innescare nell’altro)

In aggiunta, se è una verità che fa davvero male, potrebbe portare addirittura alla rottura della relazione o ad uno scontro più o meno violento.

Aspettare il moneto giusto per parlarne è un gesto compassionevole, purché questa sia la tua vera motivazione e non un (vigliacco) procrastinare. 

Tutti noi tendiamo a soffocare le nostre emozioni, soprattutto quando riceviamo notizie sconvolgenti e se ci troviamo di fronte a persone diverse da partner o famigliari. 

E’ quindi necessario ricordarci che, qualunque sia il nostro giudizio, questo non provocherà alcun disagio.

Con delicatezza è possibile dire tutto!

Come dire la verità?

Considera i seguenti parametri prima di scegliere come parlare:

  • Qual è la tua relazione con quella persona
  • La necessità morale e profonda di riferire quella verità
  • L’importanza, per il benessere dell’altro, di conoscere quella verità
  • L’urgenza di farle sapere quella verità
  • L’importanza di scegliere l’occasione giusta per dirla

Dopo aver considerato questi punti, decidi quando e come parlare. Fallo con delicatezza, rispondendo con morbidezza alle reazioni dell’altro, essendo compassionevole e paziente, non giudicante e non reattivo.

Chiedere scusa con consapevolezza è una fonte di forza!

Chiedere scusa non è un segno di debolezza: le scuse sincere possono rafforzare il legame in una relazione.

Come chiedere scusa:

  • Racconta senza omettere niente (altrimenti le scuse non sono veritiere)
  • Non addurre scuse o spiegazioni (rischieresti di inquinare la sincerità con giustificazioni)
  • Mostrati imperfetto (e abbassa le difese, l’altro farà lo stesso)
  • Pensa alle scuse come ad un dono (donando te stesso potrai anche ricevere in cambio il perdono).

Ti senti pronto per dire la verità?

Raccontaci nei commenti o in direct le tue esperienze in merito!

Ti aspettiamo!

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CONCLUDI L’AFFARE! L’ARTE DI NEGOZIARE…

Negli affari la contrattazione spietata non si usa ormai più, sostituita da forme di negoziazioni maggiormente concentrate sulla relazione, sulle soluzioni creative e sul gettare le basi per una cooperazione futura. 

La mindfulness contribuisce molto a rendere questo approccio più illuminato ed efficace.

La negoziazione può assumere forme diverse: dai professionisti che devono accordarsi per un contratto o per un trattato internazionale, a contrattazioni improvvisate tra amici, per esempio sulla vendita di un’auto.

L’obbiettivo della negoziazione deve comunque sempre essere quello di ottenere il massimo guadagno.

Si può parlare di negoziazione distributiva quando entrambe le parti si spostano verso un compromesso accettabile, facendo minime concessioni. Oppure di negoziazione integrativa quando si cerca di avere una visione più a lungo termine della relazione, mirando ad un solo risultato win-win (solo vincitori), in cui vengono soddisfatti gli interessi di entrambi, basando la trattativa su fiducia e rispetto reciproco.

La consapevolezza del qui&ora supporta lo stile della negoziazione integrativa.

La strategia di negoziazione più efficace è quella di essere pienamente consapevoli di sé al momento presente, concentrati su quanto l’altro ci sta dicendo, stando attenti a tutto ciò che accade. 

E’ probabile che le emozioni affiorino di tanto in tanto, quindi se nell’altro osserviamo determinati segnali (quali risata nervosa, sguardo sfuggente, distrazione…) si potrebbe anche dubitare di ciò che ci sta dicendo… Ma attenzione anche alle nostre emozioni, ai segnali inconsci che trasmettiamo.

E’ importante lasciar fluire le nostre emozioni, senza farci travolgere da esse.

Durante una negoziazione, osservare i pensieri, le emozioni o le sensazioni fisiche e scegliere di non dargli voce e non identificarti con loro, ti consente di muoverti con maggiore abilità e responsabilità.

Come avviene una negoziazione integrativa efficace, grazie alla mindfulness?

L’obbiettivo è quello di “ingrandire la torta”, non solo di dividerla, fornendo a tutti maggiori benefici.

Queste le caratteristiche essenziali della negoziazione integrativa e i benefici apportati dalla mindfulness:

  1. Cerca risultati innovativi ed equi: liberiamoci dai vecchi schemi di comportamento, aprendoci a nuovi modi di pensare;
  2. Tratta la situazione come un problema condiviso: attraverso la comprensione si incoraggia l’empatia tra le parti;
  3. Soddisfa le reali esigenze di entrambi: allargando la consapevolezza possiamo identificare con esattezza le esigenze di entrambi;
  4. Ci si basa sulla fiducia: incoraggiando un’attenzione disinteressata, creiamo un’atmosfera di fiducia;
  5. Usa la creatività: nutrendo l’intuizione si incoraggiano soluzioni creative.

Qual è il tuo stile di negoziazione?

Prova a capire in quale categoria ti trovi:

Mediatori consapevoli (focus ampio):

  1. GLI ACCOMODANTI: apprezzano la reciproca risoluzione dei problemi; intuitivamente più sensibili ai segnali trasmessi dalla persona che hanno di fronte;
  2. I COLLABORATIVI: gli piace affrontare problemi difficili e trovare soluzioni creative; consapevoli e molto comunicativi, tendono ad avere una conoscenza dettagliata dei fattori rilevanti.

Mediatori inconsapevoli (focus ristretto):

  1. GLI EVASIVI: non amano i conflitti e tendono a favorire la comunicazione indiretta (es. mail piuttosto che telefonata), spesso non nascondono l’ansia e faticano a chiarire i propri obbiettivi;
  2. I COMPETITIVI: godono della vittoria e spesso utilizzano approcci molto strategici per raggiungere i loro obbiettivi; tendono a non considerare le soluzioni win-win;
  3. I COMPROMISSORI: lavorando per concludere velocemente un accordo; spesso fanno concessioni perché manca la visione a medio/lungo termine.

Se pensi di appartenere alla categoria dei mediatori “inconsapevoli” prova ad applicare le regole sopra riportate per la negoziazione integrativa, così da giovare dei benefici apportati dalla mindfulness.

Raccontaci nei commenti o in direct che mediatore sei e qual è il tuo approccio alla negoziazione!

Ti aspettiamo!

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IL POTERE DELLA MENTE POSITIVA

Siamo spesso inconsapevoli del potere che le nostre idee e i nostri pensieri possono avere sulla nostra vita.

Tuttavia, la nostra percezione della realtà viene plasmata dalla nostra interpretazione degli eventi, per cui tendiamo a vedere le difficoltà piuttosto che le opportunità. 

Una mentalità negativa e limitata può farci sentire impotenti e senza speranza, mentre un atteggiamento positivo e flessibile può farci sentire capaci di raggiungere qualsiasi obbiettivo.

Un atteggiamento positivo è la chiave per ottenere il massimo e ci aiuta ad immaginare, con ottimismo, il futuro.

Come assumere una mentalità positiva?

Il primo passo è la consapevolezza: essere consapevoli dei propri pensieri e delle proprie emozioni ci permette di avere la giusta percezione della realtà. 

Quindi, se riusciamo a focalizzarci sui pensieri positivi, tanto meglio per noi, perché vedere il lato positivo delle cose aiuta ad avere un atteggiamento, appunto, positivo, che ci permette di evitare distrazioni e di concentrarci sui problemi.

Poi, è necessario accrescere la nostra “sete di conoscenza” e la nostra curiosità. La conoscenza è potere e aiuta a mantenere la mente aperta e flessibile, per vedere le cose da prospettive diverse.

Successivamente, è utile apprezzare il supporto degli altri: avere persone positive e costruttive attorno a noi, che ci ispirano e motivano, influenza positivamente il nostro atteggiamento e la nostra mentalità.

Stessa cosa accade al contrario, se ci circondiamo di persone negative rischiamo influenze negative: facciamo attenzione!

La nostra cerchia di amici, famigliari e colleghi può avere un impatto significativo sulla nostra vita, sulle nostre decisioni e sul nostro futuro. 

Noi siamo la somma delle persone che ci stanno accanto!

Se siamo continuamente influenzati, in modo negativo, saranno influenzate anche le nostre decisioni e azioni; potremmo farci facilmente assalire dal pessimismo e dallo scoraggiamento e non è ciò che vogliamo.

Ci sono poche cose nella vita che possono fare tanto bene quanto ridere.

Una risata può farci sentire più felici e addirittura migliorare la salute fisica. Ma non si tratta solo di ridere in momenti di svago, ma avere un approccio ironico alla vita.

La risata può essere un ottimo antidoto allo stress: quando ridiamo il nostro corpo rilascia endorfine, che ci fanno sentire felici e rilassati, abbassando la tensione muscolare e la pressione sanguigna.

Inoltre, avere senso dell’umorismo può aiutare a vedere il lato divertente delle cose e permette di trovare il lato positivo, anche nelle situazioni difficili, mantenendo un’ottica proattiva.

Per avere le forze per affrontare, in modo positivo, la quotidianità è necessario dormire bene.

Il riposo è un elemento importante da tenere in considerazione per un benessere mentale e fisico a lungo termine. Ci permette di ripristinare l’energia, promuove la salute mentale, migliora la nostra produttività, aiuta a mantenerci in equilibrio tra i vari impegni del quotidiano e ci rende sereni e positivi.

Vivere una vita piena di significato e felicità è il tuo contributo positivo al mondo. 

Realizzazione personale e soddisfazione non sono l’obbiettivo finale, ma bensì parte del processo continuo di crescita personale, dove si va alla ricerca della felicità nelle piccole cose del quotidiano, essendo ottimisti e positivi riguardo al futuro.

Ogni sfida è un’opportunità per crescere e migliorare, quindi, continua il tuo percorso verso la vita che desideri, con atteggiamento positivo perché il futuro è luminoso e pieno di opportunità!

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OMMIODDIO: “Devo parlare in pubblico!”

Nella classifica delle nostre più grandi paure, parlare in pubblico occupa i primi posti.

E’ qualcosa che ci espone allo sguardo e al giudizio altrui, cosa che ci tocca molto, considerato che noi siamo i primi a metterci in discussione. La mindfulness può rendere il pensiero della prova rassicurante, invece che spaventoso.

Se ti rivolgi con attenzione alle persone che hai di fronte, queste a loro volta faranno lo stesso con te.

L’insicurezza e il dialogo negativo che hai con te stesso ti porteranno a concentrarti solo su di te, con il pensiero fisso a come stai andando, risultando sempre più distante dal tuo pubblico.

Ti basterà intravedere il minimo segnale di noia in uno dei volti che hai davanti per sentir precipitare la tua prestazione. Non sarai più presente alle parole che dirai. Un distacco che ti si rivolgerà contro, poiché parlare in pubblico richiede attenzione.

Per dare il meglio di te durante un discorso può aiutarti guardarlo in un’ottica più ampia.

Lavora sulla tua ansia facendo attenzione, ogni volta che puoi, al momento presente: l’ottica da cui osservi le paure come esperienze passeggere che non hanno alcun rapporto con chi sei veramente. Il punto cruciale è concentrarti su ciò che stai dando senza preoccuparti di ciò che le persone porteranno con sé. 

Una breve meditazione mindfulness pre-prestazione probabilmente non eliminerà il tuo stress, ma ti aiuterà a coltivare una più positiva attitudine nei confronti delle ansie che si genereranno.

Se prima di parlare fai un breve esercizio di respirazione avrai più possibilità di essere spontaneo, sereno e comunicativo. Anziché consentire alla paura di allontanarti da chi ti sta ascoltando, riuscirai ad arrivare a loro, nel qui &ora.

Vediamo insieme alcune semplici linee guida per aiutarti a dare il meglio nel grande giorno:

  1. Prepara i contenuti e la presentazione in modo accurato, per essere padrone del tuo discorso e dei tempi assegnati.
  2. Prima di iniziare a parlare, entra in contatto col pubblico, guarda le persone e crea una connessione di amorevole gentilezza e gratitudine.
  3. Inizia con convinzione: voce ferma e sicura! Partire con esitazione, sperando di acquisire sicurezza strada facendo, non funzionerà.
  4. Non andare “a braccio” e se stai seguendo degli appunti o un canovaccio assicurati di non perderti strada facendo e memorizza le frasi chiave.
  5. Segui la filosofia degli attori di teatro del “Sì’, e…” che implica di riconoscere il momento per quello che è e da lì partire per improvvisare. Non interrompere il flusso, rimani su ciò che sta accadendo e improvvisa di tanto in tanto, per entrare in connessione col pubblico.
  6. Fai spesso brevi pause, nelle quali entrare in contatto con il tuo respiro. Usa questa tecnica per radicarti, immaginando di attingere energia dal terreno attraverso il respiro.

Ci sono tecniche ben precise per il public speaking che si possono apprendere prima di iniziare a fare effettivamente esperienza. Sei una persona che si “butta” o preferisci essere preparato? Ti spaventa il parlare di fronte ad altre persone? Facci sapere nei commenti!

Se sei interessato a capire come muoverti di fronte ad un pubblico, oppure ti piacerebbe imparare a gestire l’ansia che ti assale prima di parlare di fronte a più persone, contattaci, costruiremo un corso insieme, specifico per le tue necessità!