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Quando l’autore incontra il pubblico: il momento che nessuno ti insegna davvero

Scrivere un libro è un processo intimo.

Silenzioso.

Profondo.

Ma c’è un momento di cui si parla poco… ed è quello che, per molti autori, mette davvero alla prova:

👉 quando il libro esce dalle pagine e incontra le persone

Perché lì non basta più saper scrivere. Devi:

•parlare

•esporti

•sostenere uno sguardo

•reggere un silenzio

•trovare le parole… senza nasconderti dietro di loro

 

Ed è spesso lì che qualcosa si blocca, non per mancanza di contenuto, ma per mancanza di strumenti.

È da questa consapevolezza che nasce

“Quando l’autore incontra il pubblico”.

Un manuale pensato per accompagnare autrici e autori proprio in quel passaggio delicato: non solo cosa dire, ma come esserci.

Perché raccontare il proprio libro non è una performance è una relazione.

E quella relazione passa da:

•presenza

•voce

•gestione delle emozioni

•capacità di creare connessione

 

Il libro nasce proprio per questo: trasformare la tensione in uno spazio autentico di dialogo tra chi scrive e chi ascolta

Non troverai formule rigide. Troverai consapevolezza.

Non troverai tecniche da “palco”. Troverai un modo per stare lì… senza snaturarti.

 

Perché il punto non è fare una bella presentazione, ma non perderti mentre racconti ciò che hai scritto.

📌 Il manuale uscirà il 23 aprile ed è già disponibile in preordine.

👉 Pre-ordina qui il libro

Chi preordina riceverà anche un bonus esclusivo e l’accesso a un webinar gratuito con sessione Q&A, pensato proprio per lavorare insieme su questi aspetti.

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Quando parli del tuo lavoro, ti stai davvero esprimendo…

o stai solo cercando di “dire bene” quello che hai fatto?

Parliamone se ti va!

Un caro saluto,

Ambra

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Non sei tu che pensi troppo. È il lavoro che non ti molla!

Ci sono persone che escono dall’ufficio e, una volta chiuso il computer, riescono davvero a staccare.

E poi ci sono quelle che, anche quando il lavoro è finito, continuano a pensarci.

Ripercorrono le riunioni, rielaborano le conversazioni, anticipano scenari futuri, immaginano problemi che potrebbero emergere e, spesso, iniziano già a costruire possibili soluzioni.

Se ti riconosci in questo, è facile che tu abbia pensato almeno una volta:

“Sono troppo mentale” oppure “Non riesco a staccare perché tengo troppo al lavoro”.

In realtà, la spiegazione è diversa. E anche più concreta.

Non è una questione di carattere.

Non è nemmeno una questione di attaccamento.

👉 È il risultato di un allenamento.

Negli anni, lavorando in contesti aziendali complessi, hai sviluppato una competenza molto precisa: quella di leggere velocemente le situazioni, individuare ciò che non funziona, anticipare criticità e trovare soluzioni prima ancora che i problemi diventino evidenti.

È una capacità che, molto probabilmente, ha contribuito in modo importante alla tua crescita professionale.

Funziona. E funziona bene.

Il punto è che il cervello non distingue tra “orario di lavoro” e “tempo personale”.

Fa semplicemente ciò che gli hai insegnato a fare.

E quindi continua.

Continua anche quando non serve più.

Quando il lavoro finisce… ma non esce dalla testa

Il problema, quindi, non è il fatto che tu pensi troppo.

👉 È che questo processo non si spegne.

Puoi chiudere il computer, uscire dall’ufficio, iniziare la tua serata… ma una parte di te resta attiva, come se dovesse continuare a monitorare, analizzare e tenere sotto controllo tutto ciò che riguarda il lavoro.

Ed è lì che nasce quella sensazione sottile ma costante di non essere mai davvero “fuori”.

Non è ansia nel senso classico del termine.

È piuttosto uno stato di attivazione continua.

👉 Un sistema che rimane acceso.

E in questo stato, anche i momenti che dovrebbero essere di recupero diventano, in realtà, una prosecuzione invisibile del lavoro.

Il punto non è smettere di pensare

Di fronte a tutto questo, il consiglio più comune è:

“Devi staccare”.

Ma chi si trova in questa situazione sa bene che non funziona.

Non funziona perché il problema non è il pensiero in sé.

👉 Il problema è la sua continuità.

Cercare di “non pensare” è inutile, oltre che irrealistico.

Molto più utile è introdurre un elemento diverso: la scelta.

Imparare a scegliere quando pensare

C’è un passaggio semplice, ma estremamente potente, che può cambiare radicalmente il modo in cui vivi questa dinamica.

Quando ti accorgi che il loop è partito — quando inizi a ripercorrere, analizzare, anticipare — invece di seguirlo automaticamente, puoi fare una cosa diversa.

Fermarti.

Non in modo brusco, ma intenzionale.

Prendere qualche respiro davvero consapevole, lento, non automatico, e riportare l’attenzione a ciò che sta succedendo nel momento presente.

Poi, mettere per iscritto ciò che sta girando nella tua testa.

Non in modo ordinato, non “bene”, non perfetto.

Semplicemente portarlo fuori.

E a quel punto fare il passaggio chiave:

👉 decidere quando tornerai a pensarci.

Non risolvere subito.

Non chiudere tutto.

Decidere.

Può essere domani mattina, può essere tra due giorni, può essere in un momento specifico che scegli tu.

Questo passaggio, che può sembrare minimo, ha in realtà un impatto molto forte.

Perché sposta il controllo.

Non sei più tu dentro il pensiero.

È il pensiero che rientra dentro uno spazio che hai definito tu.

Ed è proprio lì che il sistema inizia a calmarsi.

Non è il lavoro il problema

Spesso si pensa che la soluzione sia cambiare lavoro, ridurre le responsabilità o “imparare a vivere più leggeri”.

Ma nella maggior parte dei casi il punto è un altro.

👉 Non è il lavoro il problema.

👉 È quanto il lavoro continua a restarti addosso anche quando è finito.

E finché questo meccanismo resta attivo, anche il lavoro migliore rischia di diventare qualcosa che consuma più di quanto dovrebbe.

Una competenza da sviluppare, non un difetto da correggere

Questa capacità di vedere, anticipare e risolvere non è qualcosa da eliminare.

È una competenza.

Ma, come tutte le competenze, ha bisogno di essere gestita.

👉 Non per spegnerla.

👉 Ma per usarla quando serve, e lasciarla andare quando non serve più.

È lì che cambia tutto.

Perché non si tratta più di “resistere” al lavoro.

Ma di non portarlo con sé, ovunque.

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Questo è esattamente uno dei passaggi su cui lavoriamo nel percorso Serenità sul lavoro™.
Perché il problema non è il lavoro.
👉 È quanto ti resta addosso anche quando è finito.
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A metà aprile parte il nuovo percorso.
I posti sono pochi (per scelta, non per marketing).
Se ti sei riconosciuta, scrivimi!!
👉 Oppure, vai alla pagina “il mio libro” e acquista : Lavorare senza logorarsi
Per cominciare a capire come lavorare su te stessa per abbandonare il peso che ti attanaglia e ritrovare la serenità!
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Storie di donne: racconti di forza, radici e futuro

Ci sono storie che nascono dal lavoro.

E storie che, in modo più silenzioso, nascono da ciò che si muove dentro.

In questi mesi ho scritto un racconto che parla di forza, radici e futuro.

È stato selezionato e inserito all’interno della raccolta

“Storie di donne – Racconti di forza, radici e futuro”,

un progetto che raccoglie voci diverse, ma unite da un filo comune: dare spazio a ciò che spesso resta non detto.

Quindici racconti di resilienza, identità e rinascita. Diverse protagoniste per età e origine affrontano migrazione, malattia, maternità, violenza, ricerca di sé e riscatto sociale. Ogni storia è un frammento di coraggio che trasforma il dolore in consapevolezza e speranza, componendo un mosaico di voci femminili unite dal desiderio di libertà e futuro.

Se avete voglia di leggerlo, trovate il libro qui:

👉 https://bestrongedizioni.it/prodotto/storie-di-donne-racconti-di-forza-radici-e-futuro/