Attestato_registrazione_marchio

Serenità sul lavoro® è ufficialmente marchio registrato!

Ci sono progetti che nascono da un’idea. Altri che prendono forma dall’esperienza, crescono nel tempo e, a un certo punto, diventano un metodo.

Serenità sul lavoro® nasce così.

Il 27 luglio 2026 è stato ufficialmente rilasciato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy – UIBM l’attestato di registrazione di Serenità sul lavoro®, marchio depositato da Ambra Ferrarotti. La registrazione tutela il marchio negli ambiti della formazione, del coaching, della consulenza organizzativa e aziendale, della gestione del personale e dell’editoria.

Un riconoscimento importante, che per AF Formazione rappresenta soprattutto un nuovo punto di partenza.

Cosa significa davvero “Serenità sul lavoro”?

Quando parliamo di serenità sul lavoro non immaginiamo un ambiente privo di problemi, pressioni, obiettivi o conflitti.

E non significa nemmeno lavorare meno, evitare le responsabilità o abbassare le aspettative.

Serenità sul lavoro significa imparare a lavorare bene senza consumarsi nel farlo.

Significa creare condizioni organizzative e relazionali nelle quali le persone possano esprimere le proprie competenze, affrontare le difficoltà e raggiungere gli obiettivi senza vivere costantemente in uno stato di tensione, sovraccarico o emergenza.

Per questo benessere e performance non sono due obiettivi contrapposti.

Al contrario, quando comunicazione, organizzazione, consapevolezza e qualità delle relazioni funzionano meglio, anche il lavoro può diventare più efficace.

Dall’esperienza a un metodo

Serenità sul lavoro® nasce dall’esperienza maturata sul campo e dal lavoro quotidiano con persone, professionisti, team e aziende.

Negli anni abbiamo visto quanto spesso le difficoltà lavorative non dipendano esclusivamente dalle competenze tecniche.

Comunicazioni poco chiare, confini difficili da stabilire, conflitti non gestiti, sovraccarico, ruoli poco definiti e modalità organizzative inefficienti possono sottrarre energia alle persone e, contemporaneamente, incidere sui risultati dell’organizzazione.

È proprio su questo spazio che interviene Serenità sul lavoro®.

Un approccio che integra comunicazione efficace, consapevolezza, gestione delle relazioni e organizzazione del lavoro, trasformandole in strumenti concreti da utilizzare nella quotidianità professionale.

Per le persone. Ma anche per le organizzazioni.

Costruire serenità sul lavoro non può essere responsabilità esclusiva del singolo.

Possiamo imparare a comunicare meglio, gestire le nostre emozioni, mettere confini e organizzare diversamente il nostro lavoro. Ma esiste anche una responsabilità organizzativa.

Per questo Serenità sul lavoro® si rivolge sia alle persone e ai professionisti, sia a team e aziende che vogliono intervenire concretamente sulla qualità del lavoro.

L’obiettivo non è creare organizzazioni in cui tutti siano sempre felici.

È molto più concreto: creare contesti nei quali le persone possano lavorare bene, assumersi responsabilità, affrontare anche momenti complessi e raggiungere risultati senza essere progressivamente consumate dal modo in cui il lavoro è organizzato e vissuto.

Un nuovo capitolo per AF Formazione

La registrazione del marchio rende ufficiale qualcosa che stiamo costruendo da tempo.

E ci permette di guardare alla fase successiva.

Serenità sul lavoro® continuerà a crescere come metodo, percorso formativo e strumento di intervento nelle organizzazioni, mantenendo al centro un principio semplice:

Non dobbiamo scegliere tra stare bene e lavorare bene. Dobbiamo imparare a costruire le condizioni perché le due cose possano sostenersi reciprocamente.

🌱 Serenità sul lavoro®
Un metodo. Una direzione. Un modo diverso di vivere e costruire il lavoro.

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Vuoi portare Serenità sul lavoro® nella tua azienda o lavorare su ciò che oggi rende il tuo lavoro più faticoso di quanto dovrebbe essere?

Contatta AF Formazione e raccontaci da dove vuoi partire.

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La certificazione IPHM non è un trofeo. È una responsabilità!

Anche quest’anno AF Formazione ha rinnovato la certificazione IPHM – International Practitioners of Holistic Medicine 🌍

E no, non è “solo un badge”.

In un settore in cui spesso tutti possono definirsi esperti, coach o professionisti del benessere, credo sia importante scegliere percorsi seri, formazione continua e standard professionali verificabili.

Per me il benessere non è improvvisazione.
Non è motivazione da social.
E non è nemmeno “pensare positivo” mentre le persone lavorano sotto pressione e senza strumenti.

Significa lavorare in modo concreto su:
✔ comunicazione
✔ consapevolezza emotiva
✔ gestione dello stress
✔ sostenibilità umana nel lavoro
✔ relazioni professionali sane

Il rinnovo della certificazione IPHM rappresenta la volontà di continuare a portare avanti questo lavoro con serietà, aggiornamento e responsabilità professionale.

Perché oggi parlare di wellbeing è facile.
Costruire percorsi credibili e realmente utili per le persone molto meno.

E proprio per questo continuerò a farlo con lo stesso approccio di sempre:
meno teoria “motivazionale” e più strumenti concreti, applicabili e sostenibili nel tempo

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AF Formazione al Salone Internazionale del Libro di Torino 2026

Quando i libri diventano incontri, relazioni e crescita condivisa

Anche quest’anno AF Formazione ha partecipato al Salone Internazionale del Libro di Torino, uno degli eventi culturali più importanti a livello nazionale, portando un progetto che ci rappresenta profondamente: il libro “Quando l’autore incontra il pubblico”, realizzato per Be Strong Edizioni.

Essere presenti al Salone non significa semplicemente “presentare un libro”.
Significa entrare in uno spazio vivo, fatto di persone, idee, confronto, emozioni e nuove connessioni.

In un’epoca in cui la comunicazione è spesso veloce e superficiale, eventi come questo ricordano quanto sia ancora potente il valore dell’incontro reale:
> guardarsi negli occhi,
> ascoltare storie,
> condividere esperienze,
> creare relazioni autentiche.

Un libro che parla di comunicazione autentica

“Quando l’autore incontra il pubblico” nasce dall’esperienza concreta maturata negli anni nel lavoro con persone, professionisti e contesti relazionali complessi.

Il libro affronta un tema spesso sottovalutato: scrivere un libro non significa solo pubblicarlo.
Significa anche saperlo raccontare, presentare e condividere in modo autentico e coerente con la propria identità.

Dietro ogni presentazione pubblica esistono infatti emozioni, paure, aspettative, comunicazione, presenza e capacità di creare connessione con le persone.

Ed è proprio su questi aspetti che AF Formazione lavora ogni giorno:
> comunicazione efficace,
> consapevolezza,
> gestione emotiva,
> relazioni professionali sane e sostenibili.

Cultura, relazioni e crescita

Partecipare al Salone del Libro rappresenta per noi anche un’occasione per continuare a costruire rete con professionisti, editori, autori e realtà che credono nel valore della crescita personale e professionale.

Perché la cultura non è solo contenuto.
È relazione.
È confronto.
È evoluzione.

E spesso sono proprio gli incontri apparentemente più semplici a lasciare i segni più profondi.

Torniamo da questa esperienza con nuove idee, nuovi stimoli e ancora più convinzione nel continuare a portare avanti progetti che uniscano comunicazione, benessere e crescita umana.

Grazie a Be Strong Edizioni per questa opportunità e a tutte le persone incontrate durante il Salone.

Il libro lo trovate qui: https://bestrongedizioni.it/prodotto/quando-lautore-incontra-il-pubblico/

Ci vediamo alla prossima storia da raccontare.

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La dimensione più fragile in un’azienda? Non è operativa… ma emotiva e relazionale!

Nel sondaggio che ho pubblicato qualche settimana fa su un’altra piattaforma, in merito alla sostenibilità organizzativa, è emerso un dato chiaro.

Questi erano i presupposti…

Se per funzionare un team deve:

  • vivere in emergenza costante
  • reggersi sull’iper-disponibilità di pochi
  • chiedere alle persone di “reggere” sempre di più

non è sostenibilità, è resilienza forzata!

La sostenibilità si gioca su tre dimensioni:

1️⃣ Operativa – ruoli chiari, carichi realistici, decisioni leggibili.

2️⃣ Relazionale – comunicazione chiara, conflitti gestiti, possibilità di dissentire.

3️⃣ Emotiva – confini rispettati, leadership presente, niente armature quotidiane.

La domanda era: Secondo te, quale di queste è oggi la dimensione più fragile (e trascurata) nelle organizzazioni?

E’ emerso questo:

48% → la dimensione più fragile è relazionale

40% → subito dopo, quella emotiva

Solo una minoranza ha indicato la dimensione operativa.

Questo dato dice qualcosa di importante.

Le organizzazioni non stanno cedendo per mancanza di competenze tecniche.

Stanno cedendo per saturazione relazionale ed emotiva.

Non è un problema di “bravi o non bravi”.

È un problema di come si sta insieme sotto pressione.

Cosa significa fragilità relazionale?

Non significa conflitti esplosivi.

Significa molto più spesso:

  • riunioni in cui si annuisce ma non si dissentisce
  • tensioni evitate fino a diventare clima
  • decisioni prese senza vero confronto
  • comunicazioni indirette o difensive

La fragilità relazionale è silenziosa, ed è proprio per questo che logora.

Perché sta succedendo?

Tre cause che vedo spesso:

1️⃣ Cultura dell’urgenza continua

Non c’è tempo per il confronto, solo per decidere in fretta.

2️⃣ Paura del conflitto mascherata da professionalità

“Qui non litighiamo” diventa “qui non diciamo quello che pensiamo”.

3️⃣ Leadership centrata solo sull’output

Se il risultato arriva, il clima non viene osservato.

La verità scomoda

Quando non posso dissentire, mi trattengo.

Quando mi trattengo, mi irrigidisco.

Quando mi irrigidisco, collaboro meno.

E il sistema inizia a consumare capitale umano, senza accorgersene.

Due micro-interventi concreti da applicare da subito

Non servono grandi programmi, servono strutture semplici:

🔹 Inserire il dissenso nelle riunioni come domanda obbligatoria:

“Qual è il rischio che non stiamo vedendo?”

🔹 Allenare la chiarezza dei confini:

“Questo posso farlo.” “Questo no.”

“Con queste condizioni sì.”

La sostenibilità relazionale non è spontaneità, è progettazione!

Domanda utile

Nel tuo contesto il confronto è uno spazio reale… o un rischio da evitare?

Parliamone se ti va…

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La fatica silenziosa di chi non sa dire di no: confini, colpa e bisogno di approvazione

Mettere confini sul lavoro, e nella vita personale, è una delle competenze più sottovalutate in assoluto.

Molti professionisti competenti e responsabili non hanno difficoltà a lavorare sodo, a gestire complessità o a prendere decisioni.

Hanno difficoltà a dire no, non perché non sappiano farlo, ma perché temono ciò che potrebbe accadere dopo.

 

> Quando il “sì” diventa automatico

La scena è familiare:

. Accetti una riunione in cui il tuo contributo non è davvero necessario.

. Dici sì a un favore anche se sei già stanco.

. Ti rendi disponibile per “non creare tensioni”.

Ogni singolo sì sembra piccolo; nel tempo, però, si accumula.

Il problema non è la disponibilità, è quando smette di essere una scelta e diventa un automatismo.

In quel momento non stai più decidendo consapevolmente, stai evitando di deludere.

 

> La cultura della compiacenza

In molti ambienti lavorativi la disponibilità viene premiata.

  • Chi si adatta viene percepito come collaborativo.
  • Chi non crea attriti viene considerato maturo.
  • Chi regge viene definito affidabile.

Il rischio è che il valore personale inizi a coincidere con l’essere utili, e quando il tuo valore dipende dall’approvazione, il no diventa pericoloso.

Non perché sia sbagliato, ma perché mette a rischio l’immagine che hai costruito.

 

> Il prezzo invisibile

Dire sempre sì non produce effetti immediati.

Il prezzo arriva lentamente. Si manifesta come:

•stanchezza persistente

•irritabilità che non sai spiegare

•risentimento verso chi “chiede troppo”

•difficoltà a concentrarti

•sensazione di essere sempre in rincorsa

Non è fragilità.

È sovraesposizione.

Ogni volta che ignori un tuo limite per proteggere l’armonia esterna, stai sacrificando equilibrio interno e prima o poi il corpo e la mente chiedono conto.

 

> Il grande fraintendimento sui confini

Molti temono che mettere confini significhi diventare egoisti, rigidi o poco collaborativi.

In realtà è vero il contrario.

Senza confini chiari:

  • l’empatia diventa esaurimento
  • la collaborazione diventa sacrificio
  • la professionalità diventa maschera

Dire no in modo rispettoso non distrugge relazioni sane.

Le rende più adulte.

Un sì detto controvoglia, invece, logora.

 

> Il coraggio di deludere (senza colpa)

Esiste una verità scomoda che pochi nominano: Non puoi proteggere ciò che è importante per te se non accetti la possibilità di deludere qualcuno.

Non si tratta di ferire, si tratta di smettere di considerare la delusione altrui come una tua responsabilità assoluta.

Quando inizi a dire no con lucidità:

  • il tuo sì acquista valore
  • le tue energie tornano disponibili
  • le relazioni diventano più trasparenti

Il confine non è una barriera, è una forma di manutenzione.

 

> Una domanda utile

Se oggi dovessi rivedere la tua agenda, quali sì sono davvero scelti… e quali sono stati dettati dalla paura di deludere?

E cosa temi possa accadere se inizi a dire qualche no in più?

Spesso non è l’evento a spaventare, ma l’immagine che pensi di perdere.

Il tuo valore non è proporzionale alla tua disponibilità, ricordalo!

 

> Lavorare senza logorarsi

Il tema dei confini, del bisogno di approvazione e del logoramento silenzioso è centrale nel mio lavoro con professionisti e team.

Non si tratta di diventare meno professionali.

Si tratta di diventare più centrati.

Nel mio ebook “Serenità sul lavoro” approfondisco proprio questi aspetti, con riflessioni ed esercizi concreti per imparare a lavorare senza consumarsi nel tentativo di piacere a tutti.

Se senti che questo argomento ti riguarda, puoi approfondire qui → https://go.hotmart.com/W104360582J

A volte il cambiamento non inizia con una rivoluzione.

Inizia con un no detto al momento giusto.

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Il prezzo nascosto dell’essere sempre disponibili

Essere definiti “una persona preziosa” è un complimento che molti professionisti ricevono spesso.

Sei affidabile.

Sei disponibile.

Non ti tiri indietro.

Trovi soluzioni.

Eppure, c’è un paradosso che raramente viene nominato: a volte proprio l’essere sempre disponibili diventa il primo passo verso il logoramento.

> Quando la disponibilità diventa identità

In molti contesti lavorativi, la disponibilità è una qualità apprezzata; il problema nasce quando smette di essere una scelta e diventa un’identità. Quando il tuo valore inizia a coincidere con:

•quanto sei utile

•quanto reggi

•quanto sistemi

•quanto ti adatti

In quel momento non lavori più per esprimere competenza, ma per evitare di deludere; non per crescere, ma per mantenere approvazione, ed è qui che inizia il prezzo nascosto.

> I segnali che stai pagando troppo

La dinamica non è eclatante. Non ci sono scenate o rotture improvvise.

Si manifesta in modo silenzioso:

•Accetti carichi che sai di non poter sostenere nel lungo periodo.

•Eviti confronti per non sembrare “difficile”.

•Ti adegui a dinamiche che non condividi.

•Metti sistematicamente i bisogni del team prima dei tuoi.

•Ti senti in colpa quando provi a fermarti.

Fuori sembri impeccabile, dentro inizi a sentirti stanco, distante, poco centrato.

La cosa più subdola?

Spesso vieni anche elogiato per questo.

“Senza di te qui sarebbe un caos.”

“Sei una risorsa preziosa.”

“Per fortuna che ci sei.”

Ma essere indispensabili non è la stessa cosa che stare bene.

> Il rischio dell’indispensabilità

Quando una persona regge troppo a lungo, l’organizzazione si abitua, i carichi si concentrano, le responsabilità si sovrappongono, i confini si sfumano e nel tempo, la disponibilità smette di essere una qualità e diventa una compensazione.

Non è un problema di fragilità personale, è un adattamento protratto in contesti dove chiarezza, confini e responsabilità condivise non sono sempre esplicite e più sei competente, più diventi il punto di equilibrio di un sistema che fatica a riorganizzarsi.

> Non è questione di forza

Molte delle persone che si riconoscono in questa dinamica sono professionisti preparati, responsabili, con senso del dovere.

Il punto non è diventare meno professionali, ma smettere di pagare la professionalità con la propria identità.

La domanda che prima o poi emerge è semplice e scomoda: Chi sono io al lavoro quando smetto di cercare approvazione?

> Lavorare senza logorarsi

Uscire da questa dinamica non significa fare meno, significa fare in modo diverso.

Significa:

•distinguere ciò che è davvero di tua responsabilità

•imparare a comunicare confini chiari

•sostenere confronti senza viverli come minacce

•accettare che il tuo valore non dipende dalla tua disponibilità costante

È un lavoro di consapevolezza, ma anche di pratica concreta nella comunicazione e nelle relazioni professionali; non si tratta di diventare più performanti, si tratta di diventare più centrati.

> Una riflessione per te

Se ti sei riconosciuto/a anche solo in una parte di questo articolo, fermati un momento.

Chiediti:

•Dove sto compensando invece di scegliere?

•Cosa temo possa accadere se smetto di essere sempre disponibile?

•Quali confini non sto comunicando?

A volte il primo passo non è cambiare lavoro, è cambiare come noi stiamo in quel contesto.

> Vuoi approfondire?

Ho raccolto riflessioni, esempi concreti e strumenti pratici su questo tema nell’ebook “Serenità sul lavoro”, pensato per chi vuole continuare a fare bene il proprio lavoro senza consumarsi. Lo trovi qui: https://go.hotmart.com/W104360582J

Oppure, se preferisci un confronto diretto, puoi contattarmi per capire se un percorso individuale può esserti utile.

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DAL FARE ALL’ESSERE – Per dare spazio a ciò che senti.

Viviamo spesso in modalità automatica e sempre di corsa!
Facciamo. Organizziamo. Reggiamo. Rispondiamo.
E nel frattempo rimandiamo quello che succede dentro.
Questo percorso nasce per creare uno spazio diverso.
Uno spazio in cui fermarsi non è perdere tempo, ma ritrovarsi.
Tre incontri, tre passaggi:
🗓 7 marzo (9:30–11:30)
Dare forma e voce a ciò che si muove dentro, attraverso arteterapia e pratica yoga.
🗓 28 marzo (9:30–11:30)
Accogliere e trasformare ciò che viviamo, con mindfulness e yoga.
🗓 11 aprile (9:30–11:30)
Passare dalla reazione alla gestione consapevole nella quotidianità.
📍 Centro Yoga Butterfly – via redipuglia 21, Casale Monferrato
Percorso strutturato su tre incontri, frequentabili anche separatamente.
👕 Abiti comodi
🧘‍♀️ Porta il tuo tappetino se lo hai
A volte non serve “fare di più”.
Serve creare spazio.
Per info e prenotazioni:
📞 345 3439354 (Fulvia)
📞 339 1773267 (Ambra)
📞 333 1345549 (Marzia)
Se senti che può essere il momento giusto, scrivici
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Avere la scritta “Manager” nella Job title non basta…

C’è una verità scomoda che continuiamo a rimandare, soprattutto nelle organizzazioni:

non basta essere un buon manager per essere un leader.

Lo dice chiaramente anche John Kotter: “Le organizzazioni sono “over-managed e under-led”: piene di ruoli manageriali, ma povere di vera leadership.”

Il management serve a far funzionare un sistema. La leadership serve a costruirne uno nuovo o a trasformare quello che non regge più e questa non è una distinzione teorica, ma una frattura concreta che oggi, nel lavoro, si sente tutta.

Il manager organizza, pianifica, controlla, tiene insieme processi, obiettivi, risorse, aiuta le persone a fare bene ciò che già sanno fare.

La leadership, invece, fa un’altra cosa:

. ti porta fuori dal conosciuto.

. ti chiede di muoverti in territori dove non hai ancora risposte, dove non esistono procedure consolidate, dove l’incertezza non è un’eccezione ma la regola.

E questo, in un mondo che cambia sempre più velocemente, non è un dettaglio: è il punto.

Perché oggi non siamo in crisi di competenze tecniche (anzi, forse ne abbiamo fin troppe…) siamo in crisi di capacità di attraversare il cambiamento senza irrigidirci.

Molti manager funzionano benissimo finché il contesto è stabile, quando tutto è prevedibile, quando le regole sono chiare, quando le persone devono “solo” eseguire bene.

Ma cosa succede quando il sistema scricchiola?

Quando i modelli non reggono più?

Quando le persone sono stanche, disallineate, sotto pressione?

Quando le risposte del passato non funzionano più?

È lì che il management, da solo, non basta.

La leadership entra in gioco quando non puoi limitarti a far rispettare le regole, ma devi metterle in discussione, quando non puoi promettere certezze, ma devi offrire direzione e quando non puoi controllare tutto, ma devi saper reggere l’incertezza (tua e degli altri).

Ed è qui che arriva un’altra verità scomoda: la leadership non è comoda.

Richiede presenza e ascolto, non solo ruolo.

Richiede responsabilità emotiva, non solo autorità.

Richiede la capacità di stare nel disagio senza scaricarlo verso il basso.

E restare presenti, in quei momenti, non è affatto semplice.

Un leader non è quello che ha tutte le risposte, ma quello che sa restare presente quando le risposte non ci sono.

E restare presenti, in quei momenti, non è affatto semplice.

Significa non rifugiarsi nel ruolo, nel controllo, nelle procedure, significa non riempire il vuoto con soluzioni affrettate solo per sedare l’ansia (propria o altrui), significa tollerare l’incertezza senza scaricarla sul team sotto forma di pressione, rigidità o silenzi.

Quando le risposte non ci sono, emergono le emozioni: paura, frustrazione, vergogna, disorientamento, a volte rabbia.

Un leader che sa restare presente non le nega, non le minimizza, non le vive come una minaccia alla propria autorevolezza. Le riconosce come parte del processo.

Creare uno spazio sicuro non vuol dire abbassare gli standard o evitare il confronto.

Vuol dire costruire un contesto in cui le persone possano dire ciò che vedono, ciò che sentono, ciò che non funziona, senza il timore di essere giudicate, ridicolizzate o penalizzate.

È in quello spazio che il pensiero torna a muoversi, che le idee emergono, che la responsabilità diventa condivisa e non subita.

Un clima accogliente non nasce dalla gentilezza di facciata, ma dalla coerenza, dalla capacità di ascoltare davvero, dalla disponibilità a fare domande invece di imporre risposte, dalla presenza di qualcuno che regge il momento senza doverlo dominare.

In contesti complessi e in continuo cambiamento, la leadership non è dimostrare di sapere sempre cosa fare, è permettere alle persone di contribuire con ciò che sanno, di pensare insieme, di attraversare l’incertezza senza spegnersi, perché le organizzazioni non hanno bisogno di leader infallibili.

Hanno bisogno di leader sufficientemente presenti da non avere paura dell’umanità che emerge quando il sistema smette di funzionare come prima.

E no, non c’entra con il “buonismo”. C’entra con la maturità.

Perché guidare persone in contesti complessi significa anche riconoscere che emozioni, paure, resistenze non sono un ostacolo da eliminare, ma un dato di realtà da attraversare.

Ignorarle non rende il sistema più efficiente, lo rende più fragile.

Forse allora la domanda utile non è: “Che tipo di manager sono?”

Ma:

👉 Sono in grado di guidare quando il sistema non funziona più come prima?

👉 So reggere l’incertezza senza chiedere agli altri di pagare il prezzo al posto mio?

👉 Sto costruendo un contesto che funziona… o solo uno che regge?

Perché oggi la differenza non la fa chi sa far funzionare ciò che esiste, la fa chi ha il coraggio (e la responsabilità) di avviare un cambiamento reale.

E questa, piaccia o no, è leadership.


⚠️ Se sei un professionista che si sente ingabbiato nelle sue emozioni, che non riesce più ad esprimere se stesso nel contesto lavorativo, che vuole ritrovare il rispetto e la collaborazione che merita nelle relazioni professionali, forse è giunto il momento di prenderti cura di te.

Serenità sul lavoro™ è un percorso che integra comunicazione efficace, consapevolezza emotiva e strumenti pratici per trasformare tensioni, frustrazione e blocchi in dialogo, chiarezza e azione sostenibile.

Qui trovi un Ebook che può aiutarti a ripartire da te: https://go.hotmart.com/W104360582J

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“E TU, COME TI VEDI TRA 10 ANNI?”

La risposta può rivelare molto di noi, ma sappiamo cosa dire?

E’ una tra le domande più scomode che possono essere fatte, ad un colloquio di lavoro, un incontro tra amici o in una conversazione tra conoscenti; molti di noi rimangono ammutoliti, cominciano a tergiversare oppure ironizzano o danno risposte di convenienza.

In realtà sarebbe il caso di pensarci per davvero… La risposta ci rivela la proiezione inconscia della persona che vorremmo diventare, ci fa riflettere su ferite emotive, paure, incertezze, attitudini, valori e desideri che troppo spesso soffochiamo nella quotidianità o perché “è impegnativo” pensarci davvero!!

Potremmo vedere la risposta a questa domanda come un vero e proprio esercizio di crescita personale e per fissarci un obbiettivo a medio/lungo termine che in momenti bui potrebbe diventare la nostra “luce in fondo al tunnel”, alla quale aggrapparci per non mollare.

Perché proprio 10 anni? Perché è un periodo che ci permette di crescere, migliorarci, liberarci dalle zavorre del passato, fare luce sulla strada che vogliamo percorrere, valutare la nostra capacità di essere “resistenti” (ovvero come abbiamo saputo fronteggiare e superare in modo positivo anche gli eventi negativi nel percorso già affrontato). Chi mi conosce già lo sa, mi piace che ci si focalizzi non solo su ciò che riteniamo essere un limite o un “fallimento”, ma piuttosto focalizzarci su quanto di buono e positivo (e vincente) abbiamo fatto, su quel qualcosa che ci ha fatti davvero crescere e ci ha reso più forti.

Valutare come vorremmo essere tra 10 anni ci permette di capire se gli obbiettivi che ci siamo dati finora siano stati forse irraggiungibili, perché poco veritieri e non alla nostra portata, ci aiuta a ri-focalizzarci sui nostri talenti, per definire degli obbiettivi realistici e raggiungibili, perché così deve essere.

Anche se abbiamo un obbiettivo che sentiamo “lontano”, piuttosto spezzettiamolo in step intermedi, così da darci la possibilità di valutare i passi fatti lungo il cammino; il fatto che li stiamo raggiungendo poco alla volta e con i giusti tempi, ci aiuta a rimanere positivi e focalizzati sullo step intermedio successivo. Questo modus operandi è molto efficace, vi consiglio di applicarlo nei vostri piani a medio lungo termine.

D’altronde, se non ho mai corso, non posso pretendere di fare una maratona tra 3 mesi, piuttosto posso fissare step intermedi che allungheranno i tempi, ma mi aiuteranno a rimanere focalizzata sull’obbiettivo, alla luce dei progressi positivi che sto facendo. Fisso di riuscire a correre una 10 km tra 3 mesi, una mezza maratona tra 6 mesi e una maratona tra 1 anno. In questo modo continuerò a mettermi in gioco e a lavorare su me stessa per superarmi, avrò degli obbiettivi chiari e gli step graduali mi permetteranno di non esagerare e raggiungere la giusta forma fisica per fare la maratona, senza rompermi e senza mettermi troppo sotto stress. Provare per credere!

C’è chi non riesce ad immaginare un futuro diverso dal presente, perché probabilmente ha una visione rigida, forse legata ad un forte bisogno di controllo, oltre che ad una scarsa fiducia nel saper fronteggiare imprevisti, che letteralmente lo bloccano e limitano.

La realtà è che noi, adesso, non siamo più la stessa persona che eravamo 5 minuti fa e non saremo gli stessi tra 10 giorni. Come possiamo pensare di essere immutabili?

Sicuramente, le paure alimentate negli anni da esperienze, scelte e credenze che riteniamo “sbagliate”, risultano gravare sulla nostra capacità di decidere chi vogliamo essere, ci rendono immobili e ci mettono dei limiti che ci sembra impossibile superare.

E se invece potessimo iniziare a liberare la nostra immaginazione, senza metterci dei paletti, e così decidere di evolvere e, perché no, cambiare, andando verso ciò che si desidera? E finalmente riuscire a dire ciò che pensiamo a quella persona che tanto ci blocca, o fare quella esperienza che tanto ci spaventa, o prenderci quel tempo che tanto diciamo di non avere…

Immaginare il futuro permette di anticipare quanto potrebbe accadere e quindi ci aiuta a mettere in campo strategie che potrebbero aiutarci a superare eventuali ostacoli.

E così, visualizzare, provare a mettere nero su bianco, cosa vorremmo fare e diventare tra 10 anni ci aiuta a diventare più elastici e più pronti per avere le energie e la forza per superare eventuali imprevisti che è normale che accadano, ma se l’obbiettivo è chiaro e raggiungibile di fronte a noi, diventano superabili e noi non rischiamo di rimanere paralizzati di fronte ad essi.

Troppo spesso facciamo fatica a vivere con pienezza il presente e per questo non riusciamo ad immaginarci un futuro sereno a medio e lungo termine. In un certo senso, preferiamo lasciare le cose come stanno, sperando che le certezze che abbiamo acquisito non cambino. Così, eviteremo di fare lo sforzo di credere ancora una volta che tutto può trasformarsi in qualcosa di “meglio”.

Il trucco c’è ma non si vede. Come possiamo definire chi vogliamo essere tra 10 anni, cambiamenti inclusi?

Perdonandoci, lasciando andare i fatti accaduti nel passato che ci hanno feriti e non lasciandoci prendere dall’ansia di “cosa potrebbe accadere” nel futuro.

E’ necessario concederci un momento per prendere contatto con i nostri BISOGNI più profondi, solo così potremo iniziare a soddisfarli, attivando le nostre energie interiori per acquisire serenità e fiducia, immaginando il nostro futuro come un perfetto investimento su di noi, senza lasciarci travolgere dalle correnti, ma avendo ben chiara la direzione che vogliamo prendere e la strada da percorrere.

Smettiamola di voler controllare tutto, la vita è meravigliosa proprio perché ogni giorno ci mette di fronte a nuove sfide e progetti inaspettati. La nostra forza nasce dal saperci ascoltare con attenzione, per lasciarci così sorprendere e non sopraffare dagli eventi.

E tu? Come ti vedi tra 10 anni?

Hai voglia di condividere con me il tuo pensiero?

Mi farebbe molto piacere…

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POSSO DIRE CIO’ CHE PENSO?

Come posso esprimere ciò che penso senza risultare scortese o aggressivo, soprattutto se il mio pensiero o la mia affermazione è in disaccordo con quanto sta riportando il mio interlocutore?

Ci possiamo affidare all’assertività e ad alcune tecniche di comunicazione efficace.

Esprimere in modo assertivo un concetto, specialmente quando si è in disaccordo, richiede una combinazione di strategie di comunicazione che mostrano chiarezza, rispetto e fiducia reciproca.

Ecco alcune strategie che potresti considerare:

1. Scegli le parole con attenzione:

  • Usa un linguaggio chiaro e specifico, cercando di non risultare aggressivo.
  • Evita l’uso di parole accusatorie o generalizzanti (tipo “mai” oppure “sempre”)
  • Usa il MESSAGGIO “IO” per esprimere i tuoi sentimenti o le tue opinioni in modo soggettivo, questo porterà l’attenzione su di te e ti permetterà di non risultare accusatorio nei confronti dell’altro.

2. Fai un buon uso del linguaggio del corpo:

  • Mantieni il contatto visivo per mostrare sicurezza, ma senza essere aggressivo.
  • Mantieni una postura aperta e rilassata.
  • Usa gesti moderati per sottolineare i tuoi punti e una mimica facciale coerente col messaggio che stai mandando.

3. Pratica l’ascolto attivo:

  • Dimostra di essere aperto ad ascoltare le opinioni degli altri.
  • Ripeti ciò che hai sentito per mostrare comprensione.
  • Fai domande per approfondire la comprensione.

4. Evita parole o frasi estremamente negative e contro:

  • Cerca di trovare punti in comune o aree di accordo e inizia il tuo discorso partendo proprio da quelle.

5. Evidenzia il motivo del tuo disaccordo:

  • Esplicita le ragioni dietro il tuo punto di vista, rimanendo quanto più legato ai fatti e a cose concrete.
  • Usa esempi concreti e reali per illustrare il tuo ragionamento.

6. Riconosci i punti validi degli altri:

  • Mostra rispetto per le opinioni altrui.
  • Riconosci su cosa si potrebbe trovare un accordo comune.

7. Impara a dire di NO, ma in modo costruttivo:

  • Spiega il motivo del tuo rifiuto in modo chiaro.
  • Offri alternative o soluzioni possibili.

8. Mantieni un tono calmo:

  • Evita di alzare la voce o di diventare troppo emotivo; cerca di gestire le tue emozioni.
    • Usa un tono di voce moderato e controllato.

9. Focalizzati sui fatti:

  • Usa dati e fatti per sostenere il tuo punto di vista.
  • Evita di basare la tua argomentazione solo sugli stati d’animo.

10. Pratica la consapevolezza e di conseguenza l’autocontrollo:

  • Se senti che stai per essere travolto dal tuo vortice emotivo interno, prenditi un momento per calmarti prima di continuare la conversazione (anche con la scusa che devi andare un attimo in bagno o a rinfrescarti…). L’importante è riprendere coscienza dell’attimo presente.

11. Sii aperto a compromessi:

  • Mostra flessibilità nel cercare soluzioni comuni o un compromesso.
  • Cerca di trovare un terreno comune che possa soddisfare entrambe le parti.

Ricorda che la chiave per una comunicazione efficace è trovare un equilibrio tra l’espressione sincera delle tue opinioni e il rispetto per gli altri punti di vista. Mostrando questi due lati, rimanendo ben saldo sulle tue opinioni, ma aperto ai bisogni altrui, riuscirai ad aprire un canale comunicativo efficace e che aiuterà a mettere le basi per una relazione solida e duratura.