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CONNESSIONI CONSAPEVOLI: COME MIGLIORARE LE NOSTRE RELAZIONI

Potremmo ritrovarci a passare del tempo con alcune persone, solo per abitudine o perché se lo aspettano la nostra famiglia o i nostri amici. La mindfulness ci aiuta a sciogliere determinati automatismi, ma questo non significa che è necessario rompere certe relazioni; possiamo imparare a guardarle in una nuova luce e capire se anche noi stiamo in qualche modo contribuendo a renderle imperfette.

Ogni relazione ci può arricchire.

Alcune persone alzano muri che limitano la loro apertura o hanno approcci alla vita completamente diversi, che per noi potrebbero essere inaccettabili, ma vale sempre la pena pori qualche domanda:

Sei tu o sono loro ad aver creato queste barriere?

Hai mai considerato questa diversità come positiva, per le diverse prospettive che offre, invece di rappresentare una ragione per troncare questo rapporto?

Cosa ti crea davvero disagio nella relazione con quella persona?

Grazie alla mindfulness possiamo rispondere a queste domande.

E’ facile esprimere giudizi affrettati sulle persone basandoci su fattori superficiali come l’aspetto, il lavoro, le amicizie o altre informazioni frammentarie.

In molti si formano un’opinione durevole su una persona basandosi soltanto su un primo e breve incontro. Tuttavia se utilizzerai la vera consapevolezza, ti renderai conto che le prime impressioni sono troppo inconsistenti per poterci costruire sopra una solida conclusione.

Espandere la consapevolezza degli altri e la possibilità di creare connessioni, inizierà a renderti più aperto. Vedrai quanto lontano possono portarti un sorriso, una battuta o un gentile “Buongiorno”.

Ogni gesto di bontà o gentilezza, da una parte o dall’altra, rende i rapporti più caldi.

La mindfulness, nel fare chiarezza sulle tue scelte, ti aiuterà a sottrarti dalle persone che tendono a incasellare gli altri, e a capire che tipo di relazione puoi avere con loro.

Andrai oltre i cliché per scoprire il tuo modo di andare incontro all’arricchimento.

Questi i 5passi per avere relazioni più gratificanti:

  1. Fai un passo indietro nei conflitti: durante un conflitto, se ti senti infastidito o frustrato, fermati un attimo, e stai con consapevole attenzione sulle tue emozioni. Fare un passo indietro in queste circostanze offre a se stessi e all’altro una possibilità in più, non sviata dalla necessità ferma di voler essere a tutti i costi “nel giusto”.
  2. Impara a perdonare: fai attenzione ai segnali di risentimento dentro di te: cosa ti impedisce di perdonare? Le persone possono aver sbagliato con te in passato, ma concentrati sul presente e dai loro la possibilità di ricostruire una relazione con te. 
  3. Pratica la gentilezza amorevole: è l’antidoto per l’ansia, in qualsiasi forma essa si manifesti. Questa pratica aiuta a sentirsi amato, accolto, bene accetto; a sentirsi protetto dai pericoli interni ed esterni; a essere felice e a risplendere ogni giorno, a invecchiare e accettare la vita nelle sue mille sfumature.
  4. Pratica la compassione: cerca modi per trasformare la tua empatia verso gli altri, in azioni compassionevoli; sii aperto agli altri, pensa ai loro bisogni e a come aiutarli.
  5. Comunica con consapevolezza: sii aperto e flessibile nel tuo modo di comunicare. Se ti accorgi di mettere in atto schemi abituali, fai un passo indietro e trova un’altra modalità. Sintonizzati con attenzione, non solo a parole, ma anche con i fatti, e rispondi a cuore aperto. Le barriere inizieranno a crollare…

E tu? Sei una persona che tende a giudicare l’altro “a pelle” o lasci spazio per approfondire la conoscenza, prima di prendere una posizione? 

Fammi sapere nei commenti!

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STILI DI LEADERSHIP E LEADER MULTIPLIER

Cosa si intende per Leadership? Chi è davvero il Leader? Quali sono i diversi stili che un Leader può utilizzare? Come si distingue un Leader Multiplier?

Vorrei provare con voi a rispondere a queste domande, sperando di riuscire a fare un pò di chiarezza in merito…. 

Cos’è la leadership?

La leadership in realtà potrebbe avere diverse definizioni, basate sull’esperienza di chi ne sta parlando. A me piace definirla come la capacità di guidare e motivare persone differenti, al raggiungimento di un obiettivo ben preciso, comune e condiviso.

Goleman ci aiuta a spiegarla con questa definizione:“… capacità di influenzare la gente e aiutarla a lavorare meglio per raggiungere uno scopo finale, comune”

Chi è il leader?

Il Leader è appunto colui che guida e motiva il gruppo al raggiungimento dell’obbiettivo/risultato.

Per essere o diventare un buon leader è fondamentale possedere una serie di caratteristiche personali e sociali che aiutino al coordinamento del gruppo.

Tra le più importanti e imprescindibili ci sono sicuramente l’intelligenza emotiva, l’empatia, il carisma, la disponibilità, l’umiltà, l’autoconsapevolezza, la capacità di valorizzare ogni singolo membro del proprio team e deve avere spiccate doti comunicative e di problem solving.

Dovrebbero inoltre emergere dinamicità e flessibilità nel ruolo e nella professione operata, per tenere, a seconda dei casi e dei momenti, comportamenti più rigidi e perentori oppure più dolci e moderati. 

Gli stili della leadership

Normalmente si parla di 6 stili di leadership.

Io oggi con voi vorrei soffermarmi sui 3 principali che credo siano quelli che delineano in modo preciso le tre macro aree di comportamento (autoritarismo, persuasione e democrazia).

Ve li illustro brevemente:

Stile direttivo 

“Ho deciso” o “E’ stato deciso di…”

E’ incentrato sull’autorevolezza: chi comunica fa capire che la decisione non è in discussione. 

La sua forza comunicativa non lascia spazio a repliche.

QUANDO SI APPLICA?

· Nei casi in cui le decisioni da prendere sono di livello gerarchico superiore alle persone interessate (Ad es. una strategia aziendale);

· Quando la decisione non può essere modificata;

· Quando la motivazione vacilla a discapito delle performance.


COMUNI ERRORI

· Tentare un inutile coinvolgimento o persuasione;

· Farsi forza dichiarando che “la decisione non è nostra!”

· Parlare troppo e giustificarsi

Stile partecipativo

“Cosa proponi?”

È incentrato sul diritto e dovere di tutti di partecipare al processo decisionale, fornendo il proprio contributo e la propria competenza. Garantisce un clima organizzativo positivo e condiviso e fa leva sui bisogni emozionali per creare una motivazione condivisa.

QUANDO SI APPLICA?

· Nei casi in cui la decisione cade anche nell’area di competenza altrui.

· Nei casi in cui il coinvolgimento degli altri è parte integrante del successo della decisione e il raggiungimento dell’obiettivo

· L’impatto sul morale è molto positivo e tutti collaborano alla realizzazione della vision aziendale


COMUNI ERRORI

· Usare uno stile direttivo (abuso di potere o prevaricazione) non necessario

· Fare finta di coinvolgere per poi portare avanti la propria idea, ignorando le proposte altrui. 

(Se vogliamo affermare la nostra idea dobbiamo persuadere non fingere il coinvolgimento).

Stile persuasivo

“Ho una proposta molto interessante…”

È incentrato sul diritto e dovere di ognuno di convincere gli altri sulla bontà delle proprie idee e decisioni.

QUANDO SI APPLICA?

Nei casi in cui si voglia affermare una propria idea, senza avere l’autorità per farlo e senza voler prevaricare.

COMUNI ERRORI

· Fare perno sulle proprie motivazioni anziché quelle altrui;

· Improvvisare il processo persuasivo;

· Non fare emergere i benefici della proposta.


Tutti i vari tipi di leadership definiti da Goleman presuppongono quindi un requisito fondamentale: una buona capacità di comunicazione.

E il leader multiplier? Di cosa si occupa?

Guidare un team come un leader multiplier, permette di liberare il talento naturale di ogni componente del gruppo, riuscendo ad ottenere di più dalle persone (abilità di problem solving, maggiore focus sull’obbiettivo, realizzazione…)

In 5 fasi, ecco come un leader multiplayer aiuta nel moltiplicare il talento naturale dei propri collaboratori:

1. Identificare il talento naturale di ciascuno e capire come metterlo in pratica a livello lavorativo

2. Ridistribuire gli incarichi e le responsabilità all’interno del team in modo che siano più in linea con il talento di ognuno

3. Lasciare maggiore spazio “di manovra” dei singoli, delegando loro la decisione sul COME svolgere i compiti assegnati, così da dare più responsabilità

4. Alle normali attività di routine aggiungere un progetto personale e parallelo che sia “nelle corde” della persona a cui viene assegnato

5. Sottolineare ed apprezzare il lavoro dei collaboratori quando necessario; l’impatto positivo che può avere il “rinforzo” aiuta autostima e autodeterminazione del singolo, giovando però a tutto il gruppo.

La maggior parte delle persone si è trovata almeno una volta nella condizione di dover lavorare con un Diminisher (ovvero un leader che tende a reprimere le capacità altrui). Guidare come un Multiplier è importante perché i Multiplier ottengono di più dalle persone. 

La ricerca di Liz Wiseman, ricercatrice e consulente esecutiva che insegna leadership ai dirigenti di tutto il mondo, dimostra che anche chi solitamente è performante, riesce a dare il doppio dell’energia e delle idee ad un capo Multiplier rispetto ad uno Diminisher (dal libro “Multiplier: Come accendere l’intelligenza delle persone”).

empatia

EMPATIA: COME SINTONIZZARSI CON GLI ALTRI

Le nostre connessioni con gli altri rappresentano un’importante fonte di felicità. 

Gran parte di questa viene dal DARE.

Non possiamo leggere i pensieri altrui, né gli altri possono leggere i nostri. 

Perché allora non ci sentiamo tutti completamente soli?

La risposta è che creiamo profonde connessioni nelle nostre relazioni.

Conoscere qualcuno inizia con un semplice scambio di informazioni, ma spesso si sviluppa in un sentimento profondo, un senso di affinità che permane anche quando si è lontani.

Questa comprensione intuitiva delle altre persone si chiama: EMPATIA.

Ciò che ci fa apprezzare, perdonare e provare affetto per gli altri perché partecipiamo alla loro vita emotiva. L’empatia è una parente stretta di altri due stati di grazia: AFFETTO e COMPASSIONE.

Grazie alla mindfulness possiamo concentrarci sul nostro IO, il centro di tutte le nostre connessioni, la parte che inizialmente ci chiede proprio di dirigere la compassione dentro di noi, nel momento presente, verso i nostri pensieri e le nostre emozioni.

Potremmo essere tentati di farcene condizionare, ma invece, siccome la nostra scelta è di essere consapevoli, li riconosciamo semplicemente con affetto, come un genitore che stringe a sé il bambino. Nel processo di auto-scoperta diventiamo più radicati e allo stesso tempo la nostra consapevolezza si espande. È come se, riempiendo di empatia il grande barattolo che è dentro di noi, questo arrivi a colmarsi fino all’orlo e inizi a traboccare, a beneficio degli altri.

Se ci allontaniamo da estenuanti battaglie interiori contro pensieri negativi ed emozioni bisognose di attenzione, ci ritroviamo a poter dare di più. Ecco, quindi, la possibilità di generare connessioni!

Inoltre, poiché abbiamo iniziato a pensare a noi stessi senza giudizio, siamo pronti a dare la stessa comprensione anche agli altri.

L’aver accresciuto la comprensione di noi stessi, ci rende più consapevoli del nostro valore e probabilmente, dato che la nostra empatia si è risvegliata, anche di quello degli altri.

Ad esempio, l’empatia verso una persona in difficoltà non è un’esperienza confortevole, poiché ci porta a provare ciò che sta provando l’altro, proiettandolo su noi stessi.

Tuttavia, non accettare la realtà dei fatti, solo perché troppo difficile, è un atteggiamento tutt’altro che consapevole. La consapevole comprensione di sé rende più partecipi di ogni sofferenza, senza esserne talmente assorbiti da indebolire la nostra capacità di aiutare gli altri.

E’ allora che entra in gioco la compassione.

La compassione potrebbe essere definita come il braccio armato dell’empatia, che si fonda sugli stati d’animo altrui, ma che fluisce da una sorgente di forza, poiché nella consapevolezza sai di essere abbastanza forte da poter dare il calore e il supporto necessari. 

L’empatia rappresenta un vantaggio evolutivo della specie. Alcuni di noi hanno profonde riserve di empatia, che li rendono in grado di intuire i sentimenti degli altri già da subito, mentre altri possono coltivarla. 

Ecco cinque semplici passi da compiere per sviluppare l’empatia nel quotidiano:

  1. Fare qualcosa di diverso: fare cose diverse per cercare di metterci nei panni degli altri.
  2. Aprirti: il pregiudizio è un ostacolo per la comprensione; è necessario analizzare i nostri preconcetti sugli altri e metterli da parte.
  3. Ascoltare: ascolta realmente ciò che gli altri dicono per capire le loro emozioni e i loro bisogni.
  4. Essere curioso: parla con gli altri anche quando non “devi”; socializza con gentilezza.
  5. Fare qualcosa di buono: aiuta chi ne ha bisogno, portando a termine il tuo impegno.

Così facendo svilupperai la tua empatia e avrai la possibilità di migliorare le tue connessioni con gli altri, creando relazioni solide e basate sulla consapevolezza e sulla generosità, riempiendo non solo il tuo barattolo, ma anche quello degli altri.

Brutte notizie

IMPARA A DIRE DI NO

La ragione per cui alcune conversazioni risultino difficili e a volte possano sfociare in un conflitto, è che dobbiamo dire al nostro interlocutore qualcosa che non vuole sentire, che si tratti di dare cattive notizie o chiedergli di cambiare comportamento, o qualcosa nella sua e nostra quotidianità.

Vediamo come possiamo fare, cercando di contenere la possibile nascita di un conflitto.

Oggi quindi andiamo ad analizzare come:

  • Dare brutte notizie e gestire in anticipo le aspettative dell’altra persona
  • Dire a qualcuno che deve cambiare comportamento
  • Evitare di fare lo scaricabarile
  • Gestire una forte reazione emotiva da parte dell’altro.

DARE BRUTTE NOTIZIE

Parte della difficoltà nel comunicare le cattive notizie è che ciò ci fa sentire a disagio. 

Alcuni la superano diventando troppo diretti (“Non sei pronto per la promozione”), altri indorando la pillola a tal punto che comunicano all’interlocutore un messaggio confuso (“Ha grosse potenzialità”).

Come per altri tipi di conversazione difficile, essere ben preparati è importante. 

Le fasi della conversazione sono quattro:

  • Iniziare la conversazione
  • Dare la brutta notizia
  • Lasciare reagire l’altra persona
  • Terminare la conversazione

Fase 1. – Iniziare la conversazione – Muovetevi nella conversazione con delicatezza. 

Dite qualcosa come: “Ho paura di avere delle brutte notizie da darti”, oppure: “Ho pensato al tuo desiderio di chiedere una promozione e ho alcune riserve che vorrei discutere con te”.

Fase 2. – Dare la brutta notizia – Iniziate a dare la brutta notizia in modo diretto ma con tatto.

“Stai facendo un ottimo lavoro, ma non penso tu sia ancora pronto per una promozione”.

Fase 3. – Lasciare reagire l’altra persona – Se l’altro è arrabbiato o turbato, lasciategli esprimere le proprie emozioni. In questo momento è essenziale mostrare empatia nei confronti dell’altra persona. 

Cercate di evitare le frasi come: “So quello che provi”, e dite piuttosto qualcosa come: “Comprendo che per te sia una delusione”, oppure: “Comprendo che non è una notizia che avresti voluto sentire”, dimostrando una partecipazione più genuina.

Fase 4. – terminare la conversazione – Quando vi preparate per la conversazione, pensate anche a come volete concluderla. 

Per alcuni tipi di brutte notizie potrebbero esserci ulteriori aspetti da considerare. 

Spesso è meglio dare queste informazioni per iscritto (se iniziate a bombardarla di dati, l’altra persona potrebbe non riuscire a recepirli perché è ancora turbata dalla brutta notizia). 

Oppure potete organizzare un ulteriore incontro per discutere le implicazioni pratiche.

Se non ci sono aspetti concreti da discutere, potete terminare la conversazione quando vi sembra il momento migliore di farlo.

Suggerimento: Spesso è meglio condurre la conversazione in campo neutro o nell’ufficio dell’altra persona, così potete congedarvi quando vi sembra più opportuno.

GESTIRE LE ASPETTATIVE

Parte dalla bravura nel comunicare a qualcuno notizie che non vorrebbe sentire sta nel giocare di anticipo le sue aspettative. Alcuni di noi hanno la tendenza ad alimentare le aspettative altrui a livelli che non sempre possono soddisfare: facciamo promesse che non possiamo mantenere e manteniamo meno di quanto gli altri si aspettano.

Immaginate che il vostro superiore vi stia affidando un nuovo progetto. 

Mentre vi spiega l’incarico, iniziate a sospettare che potreste non essere in grado di completare il lavoro entro i termini richiesti. 

A questo punto potete gestire le aspettative del vostro superiore in due modi:

  • Riportando le aspettative al giusto livello. “Farò del mio meglio per eseguire la richiesta, solo ritengo che potrebbe volerci più tempo”.
  • Oppure ponendo deliberatamente le sue aspettative a un livello più basso. “Non sono in grado di rispettare questa scadenza. Possiamo pensare di posticiparla?”

Questo potrebbe aprire un confronto costruttivo, volto a risolvere o migliorare la situazione.

Infatti, abbassare le aspettative dell’altra persona comporta questi vantaggi:

  • Riduce le probabilità che l’altro sia contrariato se o quando il progetto sfora i termini, e rende la conseguente discussione meno gravosa
  • È più probabile che l’altro rimanga piacevolmente sorpreso se riuscite a completare il progetto entro la scadenza o prima.

Lo svantaggio è che, se lo fate troppo spesso, rischiate di essere considerati negativi e “con il freno a mano tirato”. Quindi non usatela sempre come scusa!

CHIEDERE A QUALCUNO DI CAMBIARE COMPORTAMENTO

Immaginate che il vostro superiore vi assegni spesso del lavoro urgente da fare appena prima del vostro orario di uscita, con il risultato di rimanere a lavorare fino a tardi. 

In questo caso potete applicare il procedimento S.I.D. (Specificità – Impatto – Desiderio)

Passo 1. Siate Specifici.

Parlate in particolare del comportamento che vi crea il problema: “Quando mi dai del lavoro urgente da fare appena prima del mio orario di uscita…”

Passo 2. Parlate dell’Impatto sul piano pratico ed emotivo.

“… vuol dire che o faccio il lavoro in fretta prima di uscire (rischiando di fare errori), oppure esco più tardi, perdendo così il mio treno”.

Passo 3. Dite qual è la soluzione che Desiderate.

“Mi sarebbe davvero di aiuto se potessimo parlare a metà pomeriggio, così vediamo se le priorità sono state rispettate e se c’è qualcosa che devo fare prima di andare via, che dici?”.

Attenzione alle frasi provocatorie:

  • Uso di “DOVRESTI/DEVI” : È come se agitaste il dito sul viso dell’altra persona. Suona autoritario e porta di solito a una reazione genitore o bambino.
  • Dire “IL TUO PROBLEMA E’/IL TUO ATTEGGIAMENTO E’….” : Entrambe queste formule sono provocatorie. Parlare dell’atteggiamento dell’altro è rischioso perché lui/lei conosce meglio di voi il proprio atteggiamento, e voi state solo facendo congetture. È meglio che vi limitiate a parlare di ciò che l’altra persona ha effettivamente fatto o non fatto.
  • Dire “IL TUO COMPORTAMENTO…” : Può suonare come l’insegnante che si rivolge all’alunno e per l’altra persona di solito è irritante.
  • Utilizzare “SEMPRE/MAI” : Queste frasi spesso generano una risposta focalizzata sul “non è vero che è sempre”, che poi porta auna inutile disputa sulla frequenza del comportamento che volete cambiare altro.

EVITARE LO SCARICABARILE

Facciamo lo scaricabarile quando pensiamo solo ad individuare di chi è la colpa invece di cercare un modo per risolvere il problema. Lo scaricabarile inizia quando qualcuno si mette sulla difensiva riguardo a qualcosa che è andato storto. 

Ecco come evitarlo.

  • Chiarite sin da subito che non vi interessa colpevolizzare alcuno, solo volete semplicemente analizzare che cosa non ha funzionato e perché.
  • Siate molto attenti a non usare frasi provocatorie come “Avresti dovuto” e “Colpa tua”. Piuttosto chiedete “e poi che cosa è successo?” e “come è avvenuto che…?”.
  • Siate diplomatici e scrupolosi andando alla radice del problema senza accusare alcuno.
  • Concentratevi sul futuro, usate domande come: “Che cosa possiamo fare diversamente la prossima volta?” e “Che cosa abbiamo imparato da questa esperienza?”.

Spero questo possa esservi di aiuto per alleggerire quelle situazioni antipatiche che spesso si presentano nel quotidiano.

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POSSO, MERITO: COME SVILUPPARE FIDUCIA E AUTOSTIMA

I dubbi sul nostro valore e sulle nostre capacità possono accumularsi nel tempo, bloccando il nostro percorso verso la felicità.

Un approccio consapevole ci aiuta a eliminare i dialoghi negativi che abbiamo con noi stessi e ad intraprendere un percorso virtuoso per aumentare la nostra autostima.

Quando la tua autostima è scarsa, i tuoi automatismi mentali ti portano solo a scoraggiarti, recando con sé messaggi di sfiducia e giudizi: sei troppo timido, troppo stupido, tropo grasso, troppo goffo… E i messaggi positivi che possono arrivarti, da te stesso o da altri, rimangono soffocati da quelle fastidiose voci negative. Quando dubiti delle tue capacità e del tuo valore non riesci a fidarti completamente dei pensieri e dei giudizi su di te. 

Come uscire da questo circolo vizioso?

La consapevolezza può aiutarti!

Quando osservi i tuoi pensieri con attenzione non giudicante e nel momento presente, puoi accorgerti di quanto non ti stiano aiutando. La mindfulness mette a freno i tuoi automatismi mentali spronandoti a fermarti per osservarli.

Le insicurezze e la scarsa autostima possono insinuarsi in molti modi: prima te ne accorgi, prima puoi agire per evitare che si incancreniscano.

Se, per esempio, un amico non si fa sentire per qualche giorno, pensi che sia impegnato o ti chiedi se hai fatto qualcosa che non va per averlo turbato e quindi allontanato?

Se ti dai la colpa probabilmente hai una bassa autostima.

Ti trovi perfettamente a tuo agio tra amici e famigliari, per poi sentirti profondamente insicuro in situazioni nelle quali vieni sottoposto a giudizio (come un colloquio di lavoro?) o nelle quali ti senti “come se” venissi giudicato (come ad una festa?).

Se questo ti succede abitualmente, potresti avere un problema di autostima.

La mindfulness può aiutarti a superare questi cali di fiducia a breve termine in modo da non diventare evitante, schivando situazioni in cui sai che ti sentirai vulnerabile.

La fiducia in sé stessi incide sulla percezione che abbiamo di noi, sull’autostima, sul modo in cui ci relazioniamo agli altri e sulla nostra capacità di rilassarci; aumenta inoltre le nostre possibilità di essere felici, aiutandoci a realizzare le nostre potenzialità.

Attraverso la mindfulness possiamo imparare a credere in noi stessi, a sentirci più forti e sicuri nell’affrontare le prove più importanti, a non scoraggiarci perché abbiamo paura di fallire: possiamo farlo, smettendo di dare così tanto credito ai pensieri negativi che abbiamo su di noi.

Se la sfiducia, rafforzata dai pensieri negativi, ti limita, prova a seguire questi sei passi per sentirti più sicuro:

  1. Accetta i tuoi errori: sbagliamo, non siamo infallibili, e per certi versi è anche bello! 
  2. Quando affronti una sfida non indulgere in inutili preoccupazioni sulle tue capacità;
  3. Fai in modo che il carburante del tuo successo sia l’intenzione e non il desiderio di rivalsa per gli errori passati;
  4. Sii te stesso: la mindfulness ti aiuta a capire chi sei e come riconoscere e cogliere le opportunità;
  5. Dedicati a ciò che ti riesce meglio, anche se gli altri non lo vedono o non lo capiscono;
  6. Dai il tuo contributo: sapere di aver fatto la differenza aumenterà la tua autostima.

La riuscita, anche nella semplice consapevolezza di aver fatto  del tuo meglio, costruisce fiducia e inaugura un nuovo circolo vizioso di crescita personale!

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COME PRENDERE DECISIONI (IN 7 RESPIRI)

Il processo decisionale è in parte intuitivo e in parte razionale.

L’emozione potrebbe insinuarsi a distorcere il nostro giudizio (l’ansia per esempio potrebbe farci tergiversare) e le nostre scelte potrebbero essere condizionate da ciò che gli altri pensano di noi.

La mindfulness offre un modo per non cadere in queste insidie, affinando i nostri pensieri e la nostra attenzione.

Pensiamo, decidiamo e poi, con deliberata intenzione, agiamo.

Alcune persone sono più determinate, altre meno e si fanno influenzare da altro, prima di prendere una decisione. Ma anche i tipi più decisi potrebbero, in circostanze complicate, aver bisogno di più tempo, prima di sentirsi sicuri su come agire.

Nel Giappone Medievale ci si aspettava che un guerriero samurai prendesse una decisione nell’arco di tempo di sette respiri. Talvolta, anche al giorno d’oggi, ciò può essere fattibile, perfino semplice, ma non è detto che i nostri primi pensieri siano necessariamente i migliori. Le decisioni importanti hanno bisogno di essere ben ponderate.

Le emozioni possono influire sul processo decisionale in due modi.

Potresti considerare favorevole un’opportunità, perché ti senti in sintonia con la persona che te la sta offrendo o rifiutare un’altra possibilità, perché ti costringerebbe ad uscire dalla tua zona di comfort.

Le sfide tendono a creare un conflitto interno: da una parte assaporiamo la prospettiva di espandere noi stessi e guadagnare consensi, dall’altra dubitiamo delle nostre capacità temendo di illuderci.

A chi non succede?

Allontanando le preoccupazioni inutili e rafforzando la nostra autostima (anche grazie alla mindfulness) possiamo disinnescare la carica emotiva che accompagna una prova difficile e consentirci di affrontarla con più semplicità.

“Potrei farcela, o no, ma perché non provarci?”

Questo è ciò che ci dobbiamo dire!!

Man mano che diventiamo più consapevoli di noi, delle nostre capacità e risorse, accettiamo che il passato non possa essere modificato e persino il dispiacere diventa un’inutile spreco di energia mentale: preoccuparsi di non sapere se doversi pentire di aver preso o meno la decisione giusta è causa di ansia. Non preoccupiamocene!

E se invece dobbiamo prendere una decisione rapidamente?

Normalmente l’esperienza e l’intuito possono aiutare, eliminando i fastidiosi “rumori di fondo” che vanno ad offuscare la decisione. 

Nel caso, ecco i 7 passi da seguire (sentiamoci un po’ i guerrieri menzionati prima!!):

  1. Poniamoci in uno stato di consapevolezza, concentrandoci sulla questione da trattare, facendo un bel respiro profondo;
  2. Analizza i pensieri ed indentifica eventuali fattori emotivi (pressioni esterne, ansia da prestazione,…)
  3. Allontana questi problemi dal tuo processo mentale;
  4. Rifletti razionalmente sulla situazione e valuta attentamente le varie possibilità che hai dinnanzi;
  5. Cosa ti dice l’intuito? Conferma il tuo giudizio razionale? E se ti sta mandando un messaggio contrastante, perché lo fa?
  6. Accogli la tua scelta finale, dagli un posto nella tua mente;
  7. Scegli con chiarezza e decisione senza guardarti indietro!

In questo modo aumenterai la tua autostima, ti libererai dai vecchi schemi di comportamento, non ti farai condizionare dalle emozioni negative, eviterai inutili distrazioni, ti concentrerai sugli aspetti essenziali e ridurrai lo stress! 

Ti svelo un segreto: così facendo, stai applicando la mindfulness!

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IMPARA A DIRE DI NO

E’ capitato a tutti di avere la necessità (o volontà) di dire di NO a colleghi, famigliari o responsabili e di non esserci riusciti, stante poi pentirsene amaramente, perché quel NO non detto ci stava complicando, e di molto, quotidianità e serenità interiore.

Perché siamo abituati a non dire di NO?

O meglio… cosa inconsciamente troviamo di sbagliato nel dire di NO? Nel rifiutare? Nel non accettare un lavoro, una situazione, una condizione che non ci piace/va a genio, ma ci sentiamo comunque in obbligo (morale) di portare avanti?

Essere capaci di dire di NO è importante se volete ottenere ciò che desiderate dalla vita (qui approfondiamo il lato professionale) evitando che gli altri si approfittino della vostra disponibilità.

Ecco quindi alcuni consigli su come gestire il disagio che potreste provare, dicendo qualche “NO”, oltre a trovare qualche stratagemma per esprimere questo messaggio agli altri ed essere sicuri che arrivi forte e chiaro!

Possibili situazioni in cui potreste trovarvi a dire un bel NO:

– lavoro extra che non volete fare;

– prendervi la responsabilità di un progetto/attività che non vi sentite pronti ad affrontare;

– in caso di manipolazione per fare qualcosa che va contro i vostri valori.

Perché è difficile dire di NO?

Per molti di noi dire di NO è davvero faticoso.

Per provare a superare questa barriera e diventare così più bravi a rispondere un”NO” convinto, questi i primi passi da fare:

– riconoscere gli stereotipi che ci rendono difficile dire di NO o che ci fanno stare male quando lo facciamo;

– imparare ad esprimere un NO che riduca al minimo lo scontento dell’altra persona e che limiti i danni alla relazione;

– trovare i giusti modi per relazionarsi con chi non accetta il nostro NO e cerca di manipolarci per ottenere a tutti i costi un SI’.

Come riconoscere e cambiare gli stereotipi.

STEREOTIPO: opinione rigidamente precostituita e generalizzata, non acquisita sulla base di un’esperienza diretta…

Sappiamo bene che questi possono impedirci di gestire in modo efficace le situazioni difficili, ad esempio:

– “Devo sempre essere collaborativo per compiacere gli altri”

– “E’ importante mettere sempre gli altri al primo posto!”

– “Dire di NO è scortese e da egoista”

– “Dire di No ferirà l’altro e lo farà sentire rifiutato”


Proviamo a girare il tutto: invece di sentirci in colpa nei confronti degli altri, impariamo ad ascoltarci maggiormente, evitando di sentirci in colpa verso noi stessi per un SI’ non voluto… 

I nuovi pensieri potrebbero quindi diventare:

– “Si può dire di NO”

– “Le persone hanno il diritto di chiedere e io ho il diritto di rifiutare”

– “In effetti se diciamo di sì ad una cosa, stiamo dicendo NO a qualcosa d’altro. C’è sempre una scelta dinnanzi a noi…”

Vedete come cambia la cosa??

Tipologie di NO.

Il NO può essere di diversi tipi:

– Il NO COMPRENSIVO : addolcendo il rifiuto mostrando comprensione ed empatia verso l’altra persona.

ES. “Mi spiace non poterti aiutare, vedo che sei in difficoltà e spero tu riesca a trovare qualcuno che abbia la capacità/possibilità di aiutarti a farlo”

– Il NO PREVENTIVO : potrebbe risparmiare di dover usare proprio la parola “NO”. 

Premessa: sapete che il Vs superiore sta cercando qualcuno che faccia gli straordinari e voi non intendete farli. In questo caso un NO preventivo potrebbe tradursi in un vostro anticipare al capo che al momento avete impegni personali post orario di lavoro che vi obbligano a dare il massimo nelle ore prestabilite e che quindi osserverete un orario di uscita ligio. Sarà difficile che vi venga quindi chiesto espressamente di fare straordinari.


– Il NO POSTICIPATO: Non è definitivo. È un modo per dire NO ad una richiesta presente, ma lascia spazio per dire eventualmente SI’ in futuro. Usalo se vuoi veramente soddisfare la richiesta. 

ES. “Non posso coprirti per la riunione oggi, ma potrei farlo la prossima settimana se ne avrai ancora necessità”


– Il NO INDAGATORE: come con il posticipato, questo non è un NO definitivo. È un modo per aprire la richiesta e vedere se esiste un altro modo per soddisfarla. 

ES. “C’è un altro momento in cui ci potremmo trovare per vedere insieme quella cosa?”


Cosa fare in caso di manipolazione?

Se l’altro non accetta il vostro NO e cerca di manipolarvi per ottenere il suo risultato, provate con la tecnica del DISCO ROTTO

Ripetete all’infinito che NO, voi non potete proprio soddisfare la necessità/bisogno dell’altro.

Un esempio:

Collega : “Sono troppo occupata oggi, vai tu alla riunione al mio posto per redigere il verbale?”

IO: “Mi spiace, ma anche io sono un po’ incastrata tra riunioni e lavori da completare. Non posso proprio andare al tuo posto.”

Collega: “Sono sommersa di lavoro, ho bisogno di un aiuto.”

IO:” Mi spiace molto, sembri davvero incasinata anche tu, ma purtroppo non posso proprio andare al tuo posto. “

Collega: “Sei sempre così disponibile, perché mi molli proprio adesso?”

IO: “Sono felice che mi reputi disponibile, e mi spiace che ti senta mollata proprio ora, ma purtroppo non posso proprio andare al tuo posto.”

La collega magari terrà il muso qualche giorno, ma pazienza! Che dite?

Come fare a dire di NO:

– sii diretto e onesto, ma non scortese;

– non dilungarti in storie assurde per giustificarti, sii breve;

– se sei in difficoltà dillo all’altro!

– l’educazione ripaga “Grazie per avermelo chiesto, ma….”

– non chiedere scusa, ma fornisci motivazioni valide;

– assumiti la responsabilità di quel NO: no scuse o colpe verso altri.


Il risentimento che potrebbe ristagnare dentro di te per aver accettato di fare una cosa controvoglia, potrebbe alla lunga ledere il rapporto con la persona che ti ha fatto la richiesta. Attenzione!

Noi siamo importanti tanto quanto le persone che ci circondano, anche in ambito professionale. Cerchiamo di non buttare via le ns energie inutilmente e impariamo a dire di NO!

Lo facciamo per noi.

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10 STRATEGIE PER APPROCCIARE UN CLIENTE AGGRESSIVO

Il primo passo per la gestione del cliente è avere ben chiaro che NON possiamo concederci che la relazione con un cliente abbia un risvolto negativo.

Quando ci approcciamo ad un cliente noi siamo l’azienda (il negozio, il professionista,…) che rappresentiamo, per cui è fondamentale riuscire a non fare dei “rotti”! 

Siamo però persone, con le nostre emozioni, le giornate NO e i nostri principi e valori, che facilmente possono essere intaccati da un cliente particolarmente antipatico, aggressivo o pretenzioso.

Con questo articolo proviamo ad approfondire le strategie per riuscire a non cadere nel tranello dei clienti “litigiosi”, mantenendo un approccio astuto ed efficace. 

Come spesso ripeto, i colleghi sono i nostri primi clienti, per cui queste regole sono applicabili nel contesto lavorativo a 360° e sicuramente anche in un ambito più personale e privato.

Provare per credere….


Cosa risulta difficile nella relazione col cliente

La relazione col cliente non è semplice in quanto sono “obbligato” a relazionarmi con una persona che tendenzialmente non conosco (nella migliore delle ipotesi che conosco molto poco).

In aggiunta, se si tratta di un cliente particolarmente aggressivo, nei toni, nelle parole (e magari la mia giornata è già stata particolarmente tesa e faticosa), cosa devo fare per mantenere la calma e riuscire ad essere un comunicatore efficace?

Sicuramente…..

1. Nascondere il mio stato d’animo

2. Nascondere le mie ragioni/opinioni (nostre o dell’azienda)

3. Nascondere i miei sentimenti

4. Nascondere il mio coinvolgimento

5. Nascondere i miei problemi personali


Devo avere un self control elevato e devo trovare degli stratagemmi per svincolarmi da questi pensieri e riportare la comunicazione su un livello professionale. 

Cosa mi fa reagire in un determinato modo?

Come rispondo quando sono il ricettore del primo input del cliente arrabbiato?

Come posso gestire al meglio le mie relazioni se “obbligate” come in questo caso?

Il modo per riuscire in questa impresa c’è…

Seguire alcune semplici regole che ci aiuteranno a riportare la comunicazione al giusto livello.

Chiunque, almeno una volta nella vita, ha incontrato e avuto a che fare con persone aggressive o controllanti, all’interno della propria sfera privata o nell’ambiente lavorativo.

In apparenza possono sembrare anche individui tutto sommato tranquilli, tuttavia possono trasformarsi in soggetti ostili, subdoli, che creano numerosi conflitti e organizzano inganni.

Attraverso un approccio astuto e una comunicazione intelligente, comunque, è possibile ridimensionare la relazione con loro e riuscire a tramutare l‘aggressione in cooperazione e la sottomissione in rispetto.

Di seguito sono riportate 10 semplici strategie per trattare con persone litigiose. 

NB. Tenete a mente che queste sono regole generali e non tutte sono applicabili in toto ad ogni specifica situazione. Prendete quella che funziona per quella specifica situazione in cui vi trovate.

1. MANTENERE LA CALMA

La prima regola, quando si ha a che fare con una persona prepotente, è quella di mantenere la calma. Meno siete reattivi alle provocazioni e in preda alla rabbia o alla frustrazione, più sarete in grado di giudicare la situazione oggettivamente per gestire il problema. 

Per raggiungere questo obbiettivo si può ricorrere ad un piccolo “trucco”: respirare lentamente e profondamente, concentrandoci sull’aria che entra dal naso ed esce dalla bocca, visualizzandola.

Se necessario, per prendere tempo, usate frasi del tipo “Devo pensarci un attimo”, ”Preferisco lavorarci su”. Mantenendo il self-control, otterrete più lucidità per gestire al meglio la situazione. 


2. FOCALIZZARSI SUGLI OBBIETTIVI

Spesso nei conflitti si perde di vista il vero problema e si divaga in una spirale senza fine di reciproci rimproveri che risultano solo distruttivi. 

E’ bene rimanere focalizzati sugli obiettivi e lavorare insieme alla soluzione. 

Il cliente ha un problema? Noi siamo lì per risolverlo e soddisfare così i suoi bisogni interpersonali.

Una corretta gestione del conflitto mira a creare ALLEANZE per il futuro, non a rimproverare o lamentarsi per il passato. CONCENTRARSI SU OBIETTIVI POSITIVI risulta quinid essenziale!


3. RISPETTARE L’ALTRO

Ascoltare l’altro per conoscere i suoi pensieri ed opinioni sul problema. 

Cercare di non interrompere, per non dare l’impressione di voler prevaricare.

Non cedere ai trabocchetti “emozionali” messi in atto per farti reagire di petto. Ricordiamoci sempre che noi “siamo l’azienda che rappresentiamo” e nessuna azienda vorrebbe che i propri operatori trattino a pesci in faccia anche i peggiori clienti.

Teniamo un profilo basso, vedrete che l’interlocutore, dopo una prima alterazione, abbasserà i toni e sarà possibile dialogare in modo rispettoso.

4. ASCOLTARE L’INTERLOCUTORE 

L’ascolto, soprattutto attivo, è fondamentale. 

Il consiglio che posso darvi, se il cliente chiama ed è già “acceso” di suo, è di lasciarlo sfogare; lasciategli dire tutto ciò che ha da dire. 

Quando avrà finito, cercate di individuare aree di comune interesse e contribuite così a migliorare la qualità della conversazione, oltre che facilitando la risoluzione del problema. 

Praticate quindi l’ASCOLTO ATTIVO.

5. RICONOSCERE I PROPRI ERRORI (E SCUSARSENE)

Se abbiamo fatto un errore, noi o un nostro collega prima di noi, scusiamoci. 

Non siamo robot; errare è umano. Non siamo i primi e non saremo nemmeno gli ultimi ad aver sbagliato. A tutto c’è un rimedio e noi siamo lì per rimediare e risolvere il problema. 

Questo atteggiamento aiuterà ad abbassare il muro che si è alzato dinnanzi a noi, permettendo ad entrambi di dialogare per vedere la situazione sotto nuovi punti di vista.

6. RIMANDARE ALL’ALTRO (MIRRORING)

Riassumere pensieri, sentimenti, punti di vista dell’interlocutore prima di esprimere i nostri, così da far sentire l’altro ascoltato per davvero, aumentando la possibilità che anche noi veniamo ascoltati. Dopo che il cliente ha “sproloquiato” tutta la sua frustrazione per il problema che ci sta enunciando, utilizziamo il rimando per rassicurarlo che abbiamo capito ciò che ci sta dicendo e facciamolo possibilmente utilizzando le sue stesse parole e rimandando le sue emozioni. Si sentirà capito e accolto e questo aiuterà ad entrare in empatia con lui.

Provate, anche solo per un breve momento, a mettervi nei suoi panni, è un punto di vista utile! 

7. NON CRITICARE/ ACCUSARE

Non criticare l’interlocutore o affibbiargli etichette negative; è meglio suggerire all’altro quali azioni concrete vogliamo che intraprenda, invece che criticarlo. 

Per esempio:

Comunicazione inefficace: “Lei è un maleducato…” oppure “ Lei non ha il diritto di dire….” 

Comunicazione efficace: “Le chiedo di non alzare la voce… se mi aiuta a capire come posso assisterla, vedrà che risolveremo insieme il problema”

Evitare di fare accuse e dichiarazioni che iniziano con la parola “tu/lei”, che hanno maggiori probabilità di innescare un litigio. 

Utilizzare invece frasi che iniziano con “Io”, “noi”, o formule impersonali, seguite da fatti.

“C’è stato un errore, ma cerchiamo di capire insieme come risolvere la questione…”

8. FARE DOMANDE

Uno tra gli aspetti che piace maggiormente ai soggetti aggressivi è puntare l’attenzione su vostri errori in modo da farvi sentire incapaci e inadeguati. 

Tipicamente, sono molto svelti a mettere in mostra tutto ciò che avete fatto male. 

Il focus è sempre su “Hai sbagliato” piuttosto che su “Come possiamo risolvere il problema?”

Se reagite mettendovi sulla difensiva cadrete nella trappola, quindi l’interlocutore acquisirà il potere di rimarcare i vostri errori. Un modo semplice ed efficace per cercare di cambiare questa dinamica consiste nel rispondere alle frasi aggressive facendo domande piuttosto che affermazioni.

Per esempio:

1) Aggressore: “La tua proposta è pessima! Non mi è proprio di aiuto!!! ”

Risposta: “Sei sicuro di averla considerata in tutti i suoi aspetti?”

2) Aggressore: “Sei così stupido!”

Risposta: “Perché mi tratti con disprezzo?”

FATE DOMANDE! Rilanciate all’altro la palla e spostate la luce del riflettore sul vostro aggressore, in modo da neutralizzare la sua influenza su di voi.

9. COOPERARE E NON COMPETERE

Non concepiamo il conflitto come una sfida tra due contendenti, tra i quali solo uno vincerà. Abbandoniamo i paraocchi che ci impediscono di vedere le cose dal punto di vista altrui, rimanendo focalizzati solo sul nostro punto di vista.

La COOPERAZIONE è il motore dello sviluppo; è ciò che rende possibile che le esigenze di tutti vengano tenute in considerazione e soddisfatte.

10. DISTINGUERE IL PROBLEMA DALLA PERSONA

Ogni volta che entriamo in disaccordo con gli altri non chiediamoci : CHI HA RAGIONE?

Ma piuttosto: “ COME possiamo trovare una SOLUZIONE che possa soddisfare entrambi?”

Non prendetela sul personale, mai. Cercate sempre di mantenere il focus sulle azioni e non su CHI potrebbe averle messe in atto. 


Spersonalizzare funziona, perché l’interlocutore aggressivo perde di “potenza” se non ha una “vittima” sacrificale da mettere nel mirino.


10 BIS. Un’altra tecnica, apparentemente semplice ma efficace, per interrompere una comunicazione che non mostra possibili risvolti positivi in quel momento, è quella di cambiare argomento

Dite semplicemente “A proposito…” e iniziate un nuovo soggetto.

Può sembrare antipatico, perché sembra che non prestiamo attenzione a quanto ci viene detto in quel momento, ma se i toni sono davvero accesi e non si riesce a trovare un modo per riportare la comunicazione ad un livello professionale, meglio abbandonare per un attimo la questione, lasciar calmare gli animi e poi eventualmente tornarci sopra successivamente, a bocce ferme.

Vedrete che funzionerà!