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COME GESTIRE LE EMOZIONI?

La maggior parte di noi è cresciuto in contesti in cui non gli è stato permesso di esprimere emozioni.

Spesso, da bambini, ci è stato detto “Non piangere!”, “Non urlare!”, “Smettila di arrabbiarti!”, “Non essere triste!” e la maggior parte di noi ha assimilato che tutte queste emozioni risultavano sbagliate, per cui era necessario chiuderle in un cassettino.

Il problema poi emerge quando, da adulti, ci troviamo a dover tirare fuori queste emozioni (consciamente o inconsciamente) per tutto ciò che la vita vera ci mette dinnanzi (lutti, conflitti, amicizie finite male, problemi professionali…) e ci ritroviamo a non sapere cosa proviamo e perché.

A volte ci sembra di appartenere alle nostre emozioni, più di quanto invece siano loro ad appartenere a noi… forse soltanto prestando attenzione a ciò che ci stanno comunicando, cercando di coglierne la vera essenza, potremo davvero capire chi siamo.

La maggior parte di noi tende ad evitare di riflettere su ciò che prova. È umano, questo l’abbiamo capito.

Ma imparando a concedere a noi stessi la possibilità di pensare a quale sia l’origine dei nostri pensieri, atteggiamenti, sentimenti verso queste emozioni, potremmo scoprire che i sentimenti negativi non sono creature orribili dalle quali scappare.

Il vero “trucco” è solo uno: dedicarsi tempo e iniziare ad ascoltarsi davvero.

Qui ci sono 4 passi da seguire, per riportare l’attenzione sulle nostre emozioni, e quindi su di noi, e per allontanarci dalle modalità di difesa che siamo soliti attuare.

1)RICONOSCERE LE EMOZIONI

Disattiviamo la regola del “non sentire”: spesso ci troviamo ad agire, senza nemmeno sapere cosa ci ha smosso. Quando sentiamo che sta cambiando qualcosa al nostro interno, come diretta reazione a qualcosa che è avvenuto e ci ha provocato delle sensazioni, facciamoci una domanda: “Cosa sto provando?”

In base a questo, cercate di dargli un nome (È rabbia? È ansia? È disgusto? È gioia? È gelosia? …. Proviamo a chiamarla per nome.)

2)ACCETTARE QUANTO STIAMO PROVANDO

Smettiamola di pensare che esistono emozioni che non dovremmo provare ed emozioni che invece dovremmo provare. Le emozioni sono informazioni utili per capire la relazione tra il nostro mondo interno e quello esterno. Non è possibile immaginare un cambiamento se prima non partiamo da ciò che abbiamo per le mani nel momento in cui lo stiamo provando.

Accettiamo (quindi diventiamo consapevoli) di ciò che stiamo vivendo in quel momento, senza giudicarci!

3)INVESTIGARE IL PERCHE’ DI QUELLA EMOZIONE

Esploriamola, invece di scappare (e per “scappare” intendo, invece di seppellirla sotto un cumulo di “Va tutto bene! Non c’è nessun problema!”)

Perché è emersa proprio quella emozione? Quali sentimenti ha generato? Cosa è successo per farmi reagire in quel modo? Cerchiamo di rispondere a queste domande.

4)NON IDENTIFICARSI CON ESSA:

Il rischio è che l’emozione con cui ci identifichiamo (ad esempio la rabbia) diventi di conseguenza una caratteristica stabile della nostra personalità (sono una persona aggressiva e rabbiosa).

E’ quasi come se ci mettessimo un’etichetta, ma in realtà non è così.

Anche la persona più amorevole e pacata dell’universo si arrabbia, è normale!

Quindi, se necessario, accompagniamo la “non identificazione” con la compassione: spesso siamo feriti e più che difenderci abbiamo bisogno di consolarci con affetto e gentilezza.

Riuscire a mettere in atto questi passaggi ci permette di acquisire autonomia emotiva e così tornare padroni delle nostre emozioni e dei nostri sentimenti.

Questa consapevolezza, ad esempio, ci permetterà di essere più liberi di stare in una relazione, non perché ne abbiamo bisogno, ma perché lo desideriamo.

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IL PROCESSO DELLA COMUNICAZIONE

“Quello che comunichiamo è ciò che l’altro ha capito e non quello che pensiamo di aver comunicato”

Cit. Watzlawick, Beavin, Jackson

Alcune ricerche hanno dimostrato che la maggior parte delle persone, a seguito di un interscambio, si ricordano solo in minima percentuale l’oggetto della comunicazione e questo non solo per una mancanza di chi è in ascolto e quindi riceve l’informazione, ma anche da parte di chi la emette.

  • Il soggetto vuole dire 100
  • In realtà dice 80
  • Il ricevente sente 50
  • Capisce 30
  • Ricorda 20

Questo perché la comunicazione tra due individui non avviene in modo diretto ed univoco, ma ci sono diverse variabili che giocano un ruolo e che è fondamentale considerare.

Ciò che mi piace sempre ricordare è che ognuno di noi deve considerare che le informazioni che vengono inviate e ricevute passano attraverso i nostri personali filtri e attraverso i filtri della persona che è di fronte a noi.

Questi “filtri” sono il risultato di esperienze passate, valori, credenze, stati d’animo di ognuno di noi e possono andare a limitare, distorcere o modificare il messaggio emesso/ricevuto.

Vediamo insieme le variabili che compongono un processo comunicativo:

MESSAGGIO: contenuto che si vuole trasmettere

EMITTENTE: colui che invia il messaggio

RICEVENTE: colui che riceve il messaggio

CODICE: sistema di segni che si usa comunicando e senza il quale non avviene la comunicazione: canale para-verbale (tono, ritmo, volume della voce), canale non verbale (gesti, mimica facciale, distanza, posizione del corpo rispetto all’altro, postura), ma anche grafici, disegni, tutto ciò che può essere di supporto …)

CANALE: mezzo fisico e sensoriale all’interno del quale viene trasmesso il messaggio (radio, e-mail, telefono)

CONTESTO: spazio fisico di riferimento in cui avviene il passaggio di informazioni

FEEDBACK: mezzo utilizzato dal ricevente per capire se ha compreso a pieno il messaggio, rimandando all’emittente una risposta

RUMORE: elementi di disturbo che possono interferire con la trasmissione del messaggio (ambiente rumoroso, brusio…)

Questo ci permette di capire che la comunicazione è uno strumento essenziale per migliorare i rapporti interpersonali, risultando più efficaci.

La comunicazione ci serve per esprimere noi stessi, i nostri stati d’animo, i nostri bisogni e per poter istaurare relazioni appaganti, nelle quali condividere le nostre necessità, i valori ed obiettivi con gli altri, in modo chiaro e pulito.

Per essere quindi comunicatori più efficaci è importante considerare che il nostro bisogno e il nostro sentire devono essere messi sullo stesso piano dei bisogni e del sentire dell’altro. Un buon interscambio fa sì che entrambe le parti coinvolte nell’interazione possano esprimersi e dialogare rimanendo alla pari.

È quindi importante dare il giusto peso alla persona che ci sta di fronte, analizzando accuratamente il messaggio che ci sta inviando e valutando a 360° gradi ciò che ci esprime non solo con le parole, ma anche con il corpo e con le espressioni del viso.

Saper valutare questi aspetti ci permette di percepire i reali bisogni dell’altro e capire, così, come soddisfarli, essendo pienamente presenti e appagati noi per primi del risultato ottenuto.

E tu, che comunicatore sei?

Se pensi di aver bisogno di migliorare il tuo stile comunicativo, sul nostro sito puoi trovare:

un corso per imparare ad essere maggiormente assertivo: https://af-formazione.com/courses/tecniche-di-comunicazione-assertiva-ed-efficace/

un corso per imparare l’ascolto attivo: https://af-formazione.com/courses/come-sviluppare-lascolto-attivo/

un corso per imparare a gestire le comunicazioni difficili : https://af-formazione.com/courses/come-gestire-le-conversazioni-difficili/

Ti aspettiamo!

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PARLIAMO DI AUTOSTIMA!

L’autostima è il processo personale attraverso il quale giudichiamo noi stessi.

Chi ha una bassa autostima spesso è in preda ad insicurezza e paura del giudizio altrui, caratteristiche che si autoalimentano a vicenda, andando a ledere la nostra socialità e portandoci ad isolamento e stati d’ansia.

Cosa significa avere un’alta autostima?

Se potessimo riassumere, diremmo così:

  • accettare i propri difetti, senza che questo comprometta la più generale visione positiva di sé
  • ammettere i propri limiti (perché tutti li abbiamo ed esserne consci è la strada giusta per lavorarci)
  • apprezzarsi, confrontandosi con i propri risultati, piuttosto che con quelli degli altri
  • accettare il fallimento nel raggiungimento di un obiettivo, senza pensare di “essere un fallito” per questo

Il giudizio che noi diamo a noi stessi può basarsi su diversi ambiti, come l’aspetto fisico, l’intelligenza, le nostre abilità comunicative o professionali. 

Ma se l’autostima nasce da una valutazione di noi stessi e delle nostre caratteristiche, possiamo dire che le situazioni in cui questa valutazione avviene, sono spesso quelle in cui ci mettiamo a confronto con altri.

Ne sono un esempio situazioni di: 

  • giudizio sociale: se qualcuno ci fa un complimento oppure una critica, quel giudizio diventa uno specchio con cui guardiamo noi stessi
  • confronto sociale: paragoniamo le nostre caratteristiche a quelle di chi ci circonda e ne deduciamo un giudizio su noi stessi
  • auto-osservazione: le circostanze in cui notiamo qualcosa su noi stessi e la utilizziamo per dare una valutazione su come siamo, agli altri

È come se avessimo un bisogno di autostima e, per questo motivo, ci adoperiamo in continui confronti tra:

  • la persona che siamo (sé reale)
  • quella che vorremmo essere (sé ideale)
  • quella che pensiamo di dover essere (sé normativo)

L’autostima si può alimentare e aumentare?

Come si fa a far crescere l’autostima?

Si può provare a percorrere due strade:

  • cambiare il sé ideale per renderlo più realistico e raggiungibile
  • migliorare la percezione del sé reale, evidenziando i propri punti di forza.

L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha individuato alcune competenze di base da potenziare, per incrementare la nostra autostima:

  • Migliorare la capacità di prendere decisioni e di risoluzione dei problemi
  • Essere curiosi e creativi e avere senso critico (essere obbiettivi ed eliminare il giudizio)
  • Comunicare efficacemente, essere assertivi e migliorare le tecniche di comunicazione
  • Autoconsapevolezza (come riconoscimento di sé), empatia e intelligenza emotiva
  • Imparare a gestire le emozioni e lo stress

Vuoi provare ad accrescere la tua autostima?

Ecco 10 consigli :

1) Riconosci la tua unicità

2) Smettila di paragonarti agli altri

3) Prenditi cura di te stesso (dei tuoi hobby e delle tue passioni)

‍4) Concentrati sui tuoi successi (non sui fallimenti)

5) Visualizza il tuo obiettivo (e pianifica i passi per raggiungerlo)

6) Esci dalla tua comfort zone e sperimenta

7) Premiati e sii soddisfatto dei tuoi passi avanti

8) Accetta il fallimento, perdonati, prenditi la responsabilità delle scelte e vai avanti

9) Sii prosociale (aiuta, coopera, condividi con altri)

10) Sii te stesso

Qual è il vostro livello di autostima? Sentite che è necessario lavorarci su per migliorarla?

Sono molto curiosa di sapere cosa ne pensate sotto nei commenti!

Ti ricordo che tra i miei corsi in vendita c’è anche quello per migliorare la propria autostima: un percorso di trasformazione che faremo insieme, passo a passo, per riportare sicurezza e serenità nella tua vita! Ti aspetto!

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CONSIGLI E CRITICHE NON RICHIESTE ROVINANO RAPPORTI

Nel 1972, il Dr. Bernice McCarthy ha sviluppato una metodologia per aiutare gli insegnanti nel loro compito educativo. Questo approccio, basato su diverse modalità di acquisizione della conoscenza, è chiamato “sistema 4MAT”. 

Il sistema 4MAT è utilizzato per comprendere i principi secondo i quali le persone assimilano le informazioni, come elaborano le idee e quali canali preferiscono utilizzare per mettersi in relazione con gli altri.

Esaminiamo i diversi stili di apprendimento a partire da alcune domande; prova a metterti in gioco anche tu e a definire il tuo stile di appartenenza!

Sfatiamo un mito: l’altro dei nostri consigli e delle nostre critiche (se non costruttive) se ne fa ben poco! Con la frase “Lo dico per il tuo bene” ci si nasconde dietro alla volontà apparente di volere il bene dell’altro, ma in realtà, se ci addentriamo nelle sue implicazioni per coglierne il potere ambivalente, scopriamo che risulta palesemente influenzante e a tratti ricattatoria.

Implica che chi la pronuncia stia promuovendo una propria idea (che sia consiglio o critica) su ciò che l’altro dovrebbe fare o non fare, o che ha fatto o non fatto.

Un’intrusione quasi sempre non richiesta, ma giustificata dal fatto che viene mossa dal “bene”, dalla volontà di aiutare “nel modo giusto”.

Un’altra frase frequente è “Ti critico perché ci tengo a te”, quasi a confermare che visto che ci tengo a te, ti dico cosa c’è che non va – diventando a tutti gli effetti il giudice della tua vita.

Ma cosa mi erge a potenziale giudice della vita di un altro? 

Ho dimostrato di essere esente da qualsiasi tipo di errore, addirittura per essere preso come esempio assoluto? In tutta onestà, non credo!

Lasciarsi scappare ogni tanto un consiglio o una critica ci sta, non siamo qui a giudicare nessuno, è il caso di confermarlo; qui si tratta di chi, per abitudine, parla, argomenta, comunica, infarcendo con consigli e critiche le proprie conversazioni, con una forza di convincimento strabordante e purtroppo convincente e quasi efficace.

Queste persone hanno affinato una tecnica infallibile che prevede il dare consigli che contengano intrinsecamente una critica, ad esempio: “Io, fossi in te, per come ti conosco, non farei un’altra ed ennesima scelta così insensata!”

Come ci poniamo di fronte ad un amico che ci dice questa frase?

Forse, nella maggior parte dei casi, ci rimettiamo all’immagine che lui/lei sta dando di noi, ovvero di quello/a che sta facendo una cavolata dietro l’altra. 

Tutto questo è corretto e può avere un risvolto positivo? Provate a pensarci….

Magari noi ci eravamo aperti semplicemente per raccontare qualcosa, avevamo voglia di sfogarci, di essere capiti ed ascoltati, ma questa frase o comportamento ci hanno fatto sprofondare in un circolo di ansia, incertezza e frustrazione.

Vale davvero la pena quindi arrivare a tanto?

Non possiamo solo limitarci ad ascoltare e ad aiutare l’altro a trovare la sua soluzione al problema, senza giudicare e senza per forza dire ciò che pensiamo?

Se ci riconosciamo tra coloro che danno consigli e critiche a getto continuo, forse è il caso di fermarsi un attimo a riflettere. Se qualcuno lo facesse con noi, ci sentiremmo a nostro agio?

In questi casi il trucco è sempre uno: immedesimarsi!

Come vorremmo che l’altro trattasse noi nella stessa situazione? Ecco, questo è il cardine di tutto.

Trattiamo gli altri come vorremmo essere trattati! Troppo stesso ce ne dimentichiamo, e dire che è così semplice…..

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CHE COMUNICATORE SEI? LO SCOPRIAMO INSIEME CON IL SISTEMA “4MAT”

Nel 1972, il Dr. Bernice McCarthy ha sviluppato una metodologia per aiutare gli insegnanti nel loro compito educativo. Questo approccio, basato su diverse modalità di acquisizione della conoscenza, è chiamato “sistema 4MAT”. 

Il sistema 4MAT è utilizzato per comprendere i principi secondo i quali le persone assimilano le informazioni, come elaborano le idee e quali canali preferiscono utilizzare per mettersi in relazione con gli altri.

Esaminiamo i diversi stili di apprendimento a partire da alcune domande; prova a metterti in gioco anche tu e a definire il tuo stile di appartenenza!

  • PERCHE’?

Esistono persone che hanno bisogno di sapere il “perché” delle cose.

Se appartieni a questa categoria, normalmente vuoi capire qual è il tuo vantaggio.  

Le personalità incentrate sul “perché” hanno bisogno di studiare meticolosamente ogni cosa e devono trovare una ragione valida per agire. 

Questo tipo di persone ha grandi difficoltà a mettersi in moto, se non ha una chiara idea del risultato desiderato e del beneficio diretto che ne deriverà.

  • CHE COSA?

Esistono poi persone concentrate su fatti e cifre, che vogliono sapere “che cosa”. 

Quando imparano qualcosa di nuovo, vogliono sapere con precisione quali informazioni saranno   presentate e conoscere tutte le fasi necessarie per adempiere un compito.

  • COME?

Forse sei tra quelli che vogliono sapere il “come”: hai bisogno di riflettere sul modo in cui apprenderai le informazioni e in cui poi le applicherai.  

Questo ti rende una persona che impara con la pratica, perché comprendi meglio agendo piuttosto che concettualizzando.  

Le persone incentrate sul “come” entrano rapidamente nel vivo dell’argomento e vogliono percorrere la distanza dal punto A al punto B senza perdersi in inutili considerazioni.

  • E SE?!

Se sei una persona della categoria “E se”, desideri imparare con l’intenzione di migliorare e applicare ciò che hai appreso in diverse aree della tua vita.  

Ogni volta che apprendi qualcosa, ti chiedi: “E se cambiassi questo?” oppure “E se modificassi quello?”.  

Sei una persona creativa e cerchi costantemente di utilizzare in modo diverso gli strumenti che possiedi. 

Stabilire il proprio stile di apprendimento e soprattutto quello del nostro interlocutore costituisce   un notevole vantaggio nello scambio, dandogli l’impressione che tu comprenda veramente ciò che avviene nella sua testa.

Vediamo un esempio per capire come utilizzare queste informazioni nel presentare un’idea. 

Stai cercando di raccogliere informazioni da un collega di lavoro (Gianni) e poni la richiesta nelle 4 modalità:

Tu

La persona “Perché” 

Va bene, Gianni, presto raggiungeremo la fase in cui possiamo ottenere tutto ciò che vogliamo da questo affare. Stiamo parlando di un processo che ci aiuterà nel lavoro, per produrre di più e guadagnare di più. Grazie alla nostra strategia, saremo presto in grado di viaggiare di più, avere più tempo libero ecc.

La persona “Che cosa” 

Provvederemo a rimuovere alcune di queste strozzature interne che ci hanno ostacolato finora. Lavoreremo per superare tutte le politiche adottate attualmente, nonché i problemi che abbiamo affrontato in passato in ufficio. Discuteremo anche i sistemi di credenze che probabilmente ci hanno bloccato dove siamo, per trovare nuovi modi di superare i nostri limiti.

La persona “Come” 

Gianni, per arrivarci, passeremo in rassegna ciò che ha funzionato e ciò che non ha funzionato finora. Cambieremo tutto ciò che si è dimostrato inadatto e cercheremo le informazioni necessarie per completare questo progetto.  Stabiliremo anche una serie di obiettivi studiati per condurre questo affare a un livello superiore.  Ogni settimana, supereremo nuove fasi e useremo i riscontri ricevuti per generare nuove strategie che ci porteranno dove vogliamo.

La persona “E se” 

Esploreremo come usare i cambiamenti ottenuti in altri settori della vita. Discuteremo i diversi eventi o fenomeni che possono verificarsi in corso d’opera. Se lo riteniamo necessario, possiamo anche estendere i nostri obiettivi, o addirittura cambiare leggermente direzione. Penso che sia bene procedere così, riusciremo a ottenere il meglio per questo progetto.

Risposta del collega

“D’accordo, facciamolo! Da dove cominciamo? Non vedo l’ora di cominciare e mettere in pratica tutto questo.” 

Nel nostro esempio, puoi vedere come il collega sia una persona incentrata sul “Come”. 

Vuole che tu gli dica esattamente da dove cominciare, in modo da potersi mettere immediatamente al lavoro. 

Dopo aver percorso tutti e quattro gli stili, la persona torna sempre al suo canale naturale per gestire l’afflusso di informazioni. È sufficiente quindi ascoltare con attenzione e adattare il discorso al feedback che l’interlocutore rimanda.

Spero di esserti stata utile per fare un po’ di chiarezza e così definire il tuo stile di apprendimento di appartenenza.

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LE 4 FASI DEL PROCESSO DI APPRENDIMENTO

Qualunque sia il risultato desiderato, che sia un cambiamento importante e radicale nella nostra vita o solo il cambio di un’abitudine quotidiana, si mette in atto una fase di acquisizione/ apprendimento, utile a generare il mutamento voluto.

Si attraversa un periodo sistematico di crescita della nostra persona, indipendentemente dall’obbiettivo che ci siamo posti o dalla competenza che si vuole acquisire. 

Questi principi si applicano a qualsiasi attività che si desidera padroneggiare: diventare un comunicatore migliore, ottenere un salario più alto, vivere in una casa differente, cambiare lavoro, decidere di mettere fine ad una storia d’amore o ad un’amicizia, o migliorare qualsiasi altro aspetto della nostra vita. 

I 4 stadi dell’apprendimento sono quindi quattro momenti della nostra crescita personale (e professionale se il cambiamento riguarda questo ambito), che dobbiamo imparare a riconoscere e superare, per poter così raggiungere il traguardo prefissato. 

  1. Incompetenza inconscia

Ci si trova in uno stato di incompetenza inconscia quando non si ha la capacità di svolgere un compito, ma senza rendersene conto

In questa fase, si è totalmente ignoranti, non si ha coscienza dell’esistenza del problema quindi, non si può sapere come porvi rimedio. Una persona è bloccata in questa fase, se non impara ad aprire gli occhi per confrontarsi con i risultati della propria vita. Spesso la persona rimane a questo livello di incompetenza finché un elemento esterno innesca una presa di coscienza in merito. 

Supponiamo di avere un bambino piccolo, di tre o quattro anni, seduto sui sedili posteriori dell’auto. Ad un certo punto il bambino ti guarda e chiede: “Posso guidare io per tornare a casa?” 

Sorridi e rispondi con dolcezza: “No, figlio mio, non per molti anni ancora”.

Ma ciò che ritieni soltanto una piccola replica infantile è di fatto una richiesta vera e propria.  

Il bambino crede veramente di poterlo fare perché l’ha visto fare da numerosi personaggi dei cartoni animati senza alcuna difficoltà. Non sa che la guida è una competenza che deve essere appresa attraverso la pratica. Vuole guidare, ma non sa di non esserne capace in questo momento.

  1. Incompetenza conscia

Sei in una fase di incompetenza conscia quando sai di doverti comportare in modo diverso, ma senza aver ancora sviluppato le competenze per riuscirci.  

Nell’esempio del bimbo ambizioso, lasciamo trascorrere quindici anni circa. Ora capisce davvero l’interesse della guida. Non vede l’ora di muoversi liberamente con una macchina.

Tuttavia, il ragazzo capisce che ha bisogno di particolari competenze per raggiungere i suoi scopi. Si trova nella fase di incompetenza conscia. È consapevole del fatto che alcuni ostacoli devono essere superati prima che i suoi desideri diventino realtà. 

  1. Competenza conscia

Sei consapevolmente competente quando sai realizzare il compito necessario, ma ciò ti richiede un impegno e uno sforzo costante. 

Pensiamo al ragazzo dal nostro esempio, che svolge forse la terza o la quarta lezione di guida. 

Ora conosce tutte le regole e comincia già a guidare con una certa maestria.  

Tuttavia, deve rimanere estremamente vigile durante la guida e prestare attenzione a ogni minimo movimento. Deve controllare la velocità, rimanere all’interno delle linee, prestare attenzione agli altri veicoli, mantenere una certa distanza da loro e tenere d’occhio lo specchietto retrovisore. Deve rispettare tutte queste norme, nel frattempo premere l’acceleratore, il freno e magari anche la frizione. È consapevolmente competente perché ha tutti gli elementi per agire in modo efficace finché si concentra su questo compito.

  1. Competenza inconscia

La competenza inconscia è lo stato finale che si deve raggiungere. In questo stato, si fa quello che occorre, senza necessità della minima riflessione. Si raggiunge questo stadio dopo una pratica sufficientemente lunga e sostenuta in modo che diventi una parte naturale dell’attività. In questa fase, non c’è più bisogno di pensare a ciò che è necessario fare, è parte integrante di ciò che si è diventati. 

Il ragazzo diventa un adulto, guida vari veicoli, l’esperienza si moltiplica.  

Guidare è diventato un compito automatico a cui non ha più bisogno di pensare quando lo fa.  

Ora è in grado di eseguire tutte le azioni relative alla guida parlando al telefono, mangiando o pensando all’indomani. È diventato talmente abile da accorgersi ora di eseguire questi gesti senza che esigano tutta la sua attenzione. 

“Ogni cosa è difficile, prima che diventi facile.”

J. Wolfgang Goethe

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L’EQUILIBRIO E LE PRIORITÀ

Spesso si discute di quali siano gli ambiti della vita che fanno una vera differenza nella qualità delle nostre esperienze: salute, denaro, relazioni, interessi professionali, la spiritualità…ecc. 

L’obiettivo è raggiungere l’equilibrio in tutti questi ambiti.  Se si dispone di molto denaro, ma viene a mancare la salute, il mondo non è un posto molto piacevole. 

Allo stesso modo, se si ha una splendida professione, ma non ci si sente pienamente soddisfatti, non è possibile raggiungere il senso di realizzazione che tutti desideriamo.

È quindi del tutto legittimo cercare di riuscire in tutti gli ambiti. Tuttavia, un determinato ambito della nostra vita, in certi momenti, può diventare una priorità. 

Questo però non pone alcun problema fino a quando si sa restare concentrati anche sugli altri ambiti, senza necessariamente dispensare la stessa quantità di energia e di sforzo, in tutte le aree, contemporaneamente.  Perché?

Perché i diversi obiettivi, le intenzioni e i processi interni sono legati gli uni agli altri.

Esaminiamo uno scenario teorico:

Supponiamo che qualcuno voglia aprire un negozio. Devono essere intrapresi molti passi per riuscirci; in primo luogo, alcune ricerche su studi di mercato, poi la presentazione delle domande di autorizzazione. Occorre considerare il costo di acquisto delle merci, insieme a molte altre cose…

Svolgere tutti questi compiti richiede una certa quantità di tempo, energia e risorse. 

Supponiamo che la persona sia un partecipante attivo di giochi online. 

In effetti, la pratica del suo hobby definisce interamente la sua rete sociale.  

Trascorre almeno sei ore al giorno al computer, comunica con gli amici attraverso le chat e spende molto denaro per acquistare “miglioramenti”. 

Giocare occupa quindi tutto il tempo a sua disposizione. 

Alla fine della giornata, non ha più energia per lavorare sul progetto del negozio e in più molto del suo denaro ogni mese se ne va. Questo non significa che deve smettere di giocare completamente.  

Ma il tempo, l’energia e il denaro per mettere in piedi il suo progetto devono pur venire da qualche parte.  

Questo dimostra semplicemente quanto tutti gli ambiti della vita debbano essere coerenti con il risultato desiderato. È necessario tenere a mente il motivo per cui si sta facendo qualcosa e decidere quali sono le priorità. E’ fondamentale quindi rimanere focalizzati sull’obbiettivo, se non ci si vuole perdere strada facendo.

Allo stesso tempo, non si può dipendere totalmente e solo dai risultati ottenuti. 

Magari questi tarderanno ad arrivare, oppure sarà necessario da parte nostra perseguire alcune strade non considerate all’inizio; occorre continuare a modificare l’approccio fino a trovare una strategia stabile che comprenda quindi tutti gli aspetti della nostra vita.

Dando le giuste priorità e rimanendo ben focalizzati, l’equilibrio non sarà più così distante.

Sei una persona che riesce a dare le giuste priorità oppure ti lasci trascinare nel marasma delle emergenze, senza davvero riuscire a focalizzarti sull’obbiettivo?

Fammi sapere sotto nei commenti!

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GLI ERRORI NELLA COMUNICAZIONE

La settimana scorsa abbiamo affrontato la comunicazione interpersonale efficace e abbiamo visto cosa è bene fare per risultare comunicatori più efficaci.

Ci sono però degli ostacoli e delle resistenze che si oppongono al normale sviluppo della comunicazione: di seguito vediamo alcuni tra i più diffusi atteggiamenti, abitudini ed inclinazioni personali, che possono costituire un impedimento allo sviluppo della capacità di comunicazione interpersonale.

Paura del giudizio altrui 

Pur essendo vero che tale paura ci permette di preparare i nostri interventi comunicativi in modo impeccabile, è altrettanto vero che può comportare alcuni ostacoli allo sviluppo della capacità di comunicazione, per esempio:

  • preparare “troppo” i propri interventi, con il rischio di essere poco flessibili in fase espositiva 
  • avere fretta di “chiudere”, limitando la possibilità di soffermarsi su tutti i contenuti
  • accrescere il livello di “ansia” 
  • difficoltà a gestire in modo spontaneo la comunicazione non verbale 
  • elevata concentrazione sulla propria performance piuttosto che sul livello di comprensione raggiunto dall’interlocutore

Elevata identificazione con il contenuto della comunicazione che si intende fare 

Certamente il fatto di avere le idee chiare sui contenuti delle proprie comunicazioni è di aiuto nel trasferire messaggi efficaci; non sempre, tuttavia, ciò che è chiaro per chi trasmette un messaggio è altrettanto chiaro per chi lo riceve. Una elevata convinzione/identificazione con le proprie idee e coi propri messaggi potrebbe costituire, quindi, un ostacolo allo sviluppo della capacità di relazione. 

Freddezza nella comunicazione e rigidità del “non verbale”

Gran parte della comunicazione e della relazione (e quindi dei tentativi di influenzamento), passa attraverso gesti, sguardi, postura, dinamica. Un atteggiamento rigido e freddo non aiuta pertanto la comunicazione e provoca, tipicamente:

  • perdita di attenzione da parte dell’interlocutore
  • percezione, da parte dell’interlocutore, di insicurezza o di poca convinzione in ciò che si sta affermando

Paura di sentirsi dire di no o di non essere presi in considerazione

In questo caso, si possono creare ovvi ostacoli allo sviluppo della capacità di relazione, dovuti, essenzialmente, al fatto di confondere un eventuale “no” all’argomentazione addotta con un “no” disconfermante della persona. 

Essere troppo diretti e andare subito al punto

Sebbene l’essere diretti sia spesso apprezzato soprattutto da parte di interlocutori assai pragmatici, comporta alcuni ostacoli allo sviluppo della capacità di relazione perché rischia che vengano omessi passaggi importanti che aiuterebbero l’interlocutore a calarsi maggiormente nella cosa, percependo a fondo motivazioni ed emozioni.

Pensavi fosse più facile essere un comunicatore efficace?

Hai trovato questi spunti utili per le interazioni di tutti i giorni?

Fammi sapere sotto nei commenti!

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PROBLEM SOLVING: UNA COMPETENZA DA ALIMENTARE!

ll problem solving è una competenza trasversale di cui si sente parlare sempre più spesso.

Proviamo a vedere insieme di cosa si tratta. 

Problem solving significa letteralmente “risoluzione di problemi” intesa come il trovare la migliore soluzione possibile per un problema o una situazione particolarmente critica.

Tutti affrontiamo problemi quotidianamente, piccoli o grandi che siano e nelle diverse sfere sia personali che sociali. Non tutti però siamo davvero efficaci nel risolvere questi problemi: ci sono persone più reattive, altre più riflessive; persone che sono capaci di aguzzare l’ingegno e altre che vedono i problemi, ma faticano a trovare una soluzione.

Sono 5 le competenze trasversali (o soft skills) che più delle altre aiutano a sviluppare il problem solving:

. La consapevolezza, che permette di acquisire una visione reale e contestualizzata del problema,

. L’ascolto attivo, che permette di capire a fondo qual è il problema, investigandone le cause,

. La curiosità, che permette di valutare soluzioni anche precedentemente ignorate,

. La creatività, che permette di non fermarsi davanti al primo ostacolo, sperimentando nuove soluzioni,

. La determinazione, che permette di non abbattersi davanti agli ostacoli e di rimanere focalizzati sull’obbiettivo.

Prima di entrare nel merito delle tecniche e degli strumenti per una gestione corretta e professionale del processo di problem solving, è indispensabile tracciare alcuni principi base, cinque per la precisione, che rappresentano i fondamenti di qualsiasi approccio alla risoluzione dei problemi. 

Vediamoli uno a uno:

  1. Uccidi il mostro finché è piccolo: tantissimi problemi diventano complessi e impegnativi perché non abbiamo avuto il tempo, il coraggio o la volontà di affrontarli appena manifestati. Prima del problem solving c’è quindi una fase di “problem finding e problem setting” ovvero della scoperta e identificazione del problema.
  2. Accedi ad un livello di pensiero superiore: per risolvere problemi complessi bisogna essere capaci di scorporare il problema per affrontare le singole concause e variabili una alla volta, allontanandosi dal livello di pensiero che lo ha generato.
  3. Diamo più importanza alle risorse che alle mancanze: se riusciamo anche nei momenti più difficili a concentrare la nostra attenzione su ciò che è positivo, ovvero su ciò che possiamo sfruttare a nostro vantaggio, avremo maggiori possibilità di trovare una soluzione.
  4. Libera la creatività: nessun problema potrà mai essere risolto se a monte non c’è la convinzione di poterlo fare o almeno di volerci provare; con fiducia e pragmatismo anche i problemi apparentemente insormontabili possono essere affrontati.
  5. Credici: autostima, ottimismo ed energia creativa sono sempre (e non solo nel problem solving) il vero valore aggiunto.

Fatte tutte queste premesse siamo pronti a valutare le 4 fasi del problem solving:

  1. Definire il problema: quello che viene spesso considerato il problema evidente non è poi il problema reale. Analizzare bene una situazione, andando a fondo per individuare la radice vera del quesito, ci permette di essere sulla strada giusta verso la soluzione.
  2. Generare alternative/Brainstorming: questa è la fase creativa, in cui si organizzano le informazioni e si individuano le risorse per realizzare un piano di attuazione che porti alla soluzione; in questa fase si buttano sul tavolo tutte le idee che sopraggiungono, senza applicare troppi filtri.
  3. Valutare e selezionare le varie alternative: in questa fase si va a “sgrossare” tra le varie soluzioni proposte, quelle che sembrano più consone e attuabili al fine di risolvere il problema.
  4. Implementare le soluzioni: scelta la soluzione e realizzato il piano di attuazione (che prevede chi, come, dove, cosa e quando vengono realizzati i vari step) questo va implementato ed eseguito.

A questo punto possiamo dire che il processo di problem solving trova compiuta espressione.

Provate ad applicare questi consigli e fatemi sapere cosa ne pensate.

Vi aspettiamo in direct!

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EMOZIONI O SENTIMENTI? VEDIAMO LE DIFFERENZE!

Sentimenti ed emozioni sono spesso usati erroneamente in modo analogo, ma in realtà si tratta di due cose diverse:

  • L’emozione rappresenta una risposta specifica ad uno stimolo,
  • Il sentimento è un atteggiamento mentale che nasce come reazione ad un’emozione.

Un’emozione diventa un sentimento nella misura in cui ne diventiamo consapevoli, in pratica nasce quando diamo un nome a un’emozione e decidiamo come reagire ad essa.

I sentimenti tendono a durare più a lungo delle emozioni; durano finché li teniamo a mente. 

I sentimenti seguono le emozioni; non possiamo avere un sentimento senza prima avere un’emozione.

Pertanto, le principali differenze tra emozioni e sentimenti sono:

  • Tempo di permanenza: Le emozioni sono stati transitori che vanno e vengono in tempi relativamente brevi. I sentimenti, invece, sono più stabili nel tempo.
  • Intensità: Le emozioni sono solitamente più intense dei sentimenti perché il loro obiettivo principale è di predisporci all’azione. I complessi processi di valutazione che di solito entrano in gioco con i sentimenti ne riducono l’intensità.
  • Profondità di elaborazione: Le emozioni si manifestano inconsciamente, generando una risposta quasi immediata, mentre i sentimenti, che richiedono più tempo per la loro formazione, vengono elaborati consapevolmente.

Ecco alcuni utili esempi per meglio inquadrare l’associazione tra emozioni (E) e sentimenti (S):

(E) : La gioia è l’emozione

(S) : Il sentimento è la felicità

(E) : La paura è l’emozione

(S) : Il sentimento è la preoccupazione

(E) : La rabbia è l’emozione

(S) : Il sentimento è l’amarezza

(E) : Il desiderio è l’emozione

(S) : Il sentimento è l’eccitazione

Il segreto per sapere chi sei (e vivere bene) inizia quindi con il conoscere la differenza tra i sentimenti duraturi e le emozioni temporanee.

È bene fare una distinzione importante tra le emozioni:

  • quelle definite “primarie” che risultano innate e che ognuno di noi prova (a modo suo) sin dai primi mesi di vita 
  • quelle definite “secondarie” che sono la combinazione di quelle primarie (a seconda dell’intensità con cui queste si presentano) frutto dell’interazione sociale e del contesto culturale in cui siamo nati, cresciuti e viviamo.

Vieni a scoprire il nostro corso online per imparare a riconoscere e gestire le emozioni.

Per qualsiasi curiosità o necessità contattaci in direct!