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INFRANGERE LE BARRIERE DELLA RESISTENZA

Quando una persona si trova ad affrontare un problema, si scontra contemporaneamente con alcune difficoltà, ma anche con una serie di influenze che possiamo definire sistematiche.  

Questo perché siamo parte di un “tutto”.  

Quando iniziamo un cambiamento nella nostra vita, vengono modificate tutte le dinamiche che compongono il nostro ambiente. In ogni processo di trasformazione ha quindi luogo una battaglia tra la persona che eri e quella che vuoi diventare. 

Interrogandoti sulla tua vita, devi quindi chiederti quali siano i sistemi di cui fai parte. 

Forse sei troppo empatico verso le persone che ti sono vicine e ti senti “in obbligo” di assecondarle se non approvano l’idea del tuo cambiamento, adducendo ad un tipico “Lo dico per te!”.

In realtà però sono proprio queste situazioni che vanno affrontate come una sfida e possiamo farle diventare lo strumento del nostro cambiamento.

Attenzione però, la nostra motivazione non deve durare soltanto per un breve periodo di tempo. 

La tua missione è impegnarti in un processo di progresso continuo.  

Giornalmente le persone che ti circondano ci terranno a ricordarti che “sei cambiato” come se fosse un qualcosa di negativo. Inoltre, ti troverai inevitabilmente di fronte a interferenze, distrazioni, opportunità per perdere tempo, riscontri negativi e influssi delle persone che non hanno avuto il tuo coraggio.

Gli eventi che subisci, tutti i giorni, da tutte le direzioni, non devono quindi domare la tua motivazione.

Una delle cose che puoi fare per evitare che i tuoi progressi si arrestino è esaminare l’impatto che avranno sul tuo ambiente.  

La maggior parte delle persone non ne tiene conto e sbaglia: quando incontrano una qualunque resistenza, perdono tutti i buoni propositi.  

È però possibile aggirare questo ostacolo chiedendosi: “Che effetto avrà questo mio cambiamento sulle persone intorno a me?” Dedica il tempo necessario per riflettere e rispondere con sincerità.

È possibile anche “immunizzarsi” contro le obiezioni.  I Commerciali, ad esempio, usano costantemente questa tecnica nella pratica professionale: è necessario anticipare e superare le difficoltà prima che si verifichino. Così, quando si porrà il vero problema, non verrai preso dal panico e non fallirai, perché avrai già pronta la contromossa. 

In questo modo, è possibile delimitare il problema prima che si presenti. 

Molte persone non avviano alcun percorso di sviluppo personale o di cambiamento: è più facile per loro mettere in dubbio ciò che fai tu, piuttosto che esaminare la loro vita. 

Attenzione quindi a non farti “frenare” dagli altri che si oppongono al tuo cambiamento solo perché loro non hanno il coraggio di uscire dalla loro comfort zone.

Esistono, in teoria, due categorie di persone: 

  • quelle che agiscono perché vogliono raggiungere un obiettivo e
  • quelle che agiscono per evitare problemi. 

Questa non deve essere una sfida basata su “tutto o niente”. 

Tutti prima o poi fanno parte dell’una o dell’altra categoria. 

Molti modelli terapeutici ci dicono che dobbiamo sempre cercare di ottenere un risultato positivo. 

Ma in realtà tendere ad andare verso il piacere o tentare di allontanarsi dal dolore sono condizioni equivalenti, l’importante è stabilire l’orientamento e usarlo durante il processo di trasformazione.

Alcuni pensano di procedere verso una meta, mentre in realtà si stanno allontanando da qualcosa. 

Altri credono di prendere provvedimenti per evitare qualcosa, quando in realtà cercano di raggiungere un risultato. Tocca a te scoprire che cosa succede nella tua mente e perseguire il processo di cambiamento, senza farti bloccare dalla paura del giudizio altrui o dall’insicurezza.

Se hai deciso di intraprendere un cambiamento è perché c’è qualcosa nella tua vita che non ti va più bene. Solo tu puoi sapere cosa sia giusto o sbagliato per te; pertanto, non farti influenzare e procedi nel tuo percorso di trasformazione.

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GLI ERRORI NELLA COMUNICAZIONE

La settimana scorsa abbiamo affrontato la comunicazione interpersonale efficace e abbiamo visto cosa è bene fare per risultare comunicatori più efficaci.

Ci sono però degli ostacoli e delle resistenze che si oppongono al normale sviluppo della comunicazione: di seguito vediamo alcuni tra i più diffusi atteggiamenti, abitudini ed inclinazioni personali, che possono costituire un impedimento allo sviluppo della capacità di comunicazione interpersonale.

Paura del giudizio altrui 

Pur essendo vero che tale paura ci permette di preparare i nostri interventi comunicativi in modo impeccabile, è altrettanto vero che può comportare alcuni ostacoli allo sviluppo della capacità di comunicazione, per esempio:

  • preparare “troppo” i propri interventi, con il rischio di essere poco flessibili in fase espositiva 
  • avere fretta di “chiudere”, limitando la possibilità di soffermarsi su tutti i contenuti
  • accrescere il livello di “ansia” 
  • difficoltà a gestire in modo spontaneo la comunicazione non verbale 
  • elevata concentrazione sulla propria performance piuttosto che sul livello di comprensione raggiunto dall’interlocutore

Elevata identificazione con il contenuto della comunicazione che si intende fare 

Certamente il fatto di avere le idee chiare sui contenuti delle proprie comunicazioni è di aiuto nel trasferire messaggi efficaci; non sempre, tuttavia, ciò che è chiaro per chi trasmette un messaggio è altrettanto chiaro per chi lo riceve. Una elevata convinzione/identificazione con le proprie idee e coi propri messaggi potrebbe costituire, quindi, un ostacolo allo sviluppo della capacità di relazione. 

Freddezza nella comunicazione e rigidità del “non verbale”

Gran parte della comunicazione e della relazione (e quindi dei tentativi di influenzamento), passa attraverso gesti, sguardi, postura, dinamica. Un atteggiamento rigido e freddo non aiuta pertanto la comunicazione e provoca, tipicamente:

  • perdita di attenzione da parte dell’interlocutore
  • percezione, da parte dell’interlocutore, di insicurezza o di poca convinzione in ciò che si sta affermando

Paura di sentirsi dire di no o di non essere presi in considerazione

In questo caso, si possono creare ovvi ostacoli allo sviluppo della capacità di relazione, dovuti, essenzialmente, al fatto di confondere un eventuale “no” all’argomentazione addotta con un “no” disconfermante della persona. 

Essere troppo diretti e andare subito al punto

Sebbene l’essere diretti sia spesso apprezzato soprattutto da parte di interlocutori assai pragmatici, comporta alcuni ostacoli allo sviluppo della capacità di relazione perché rischia che vengano omessi passaggi importanti che aiuterebbero l’interlocutore a calarsi maggiormente nella cosa, percependo a fondo motivazioni ed emozioni.

Pensavi fosse più facile essere un comunicatore efficace?

Hai trovato questi spunti utili per le interazioni di tutti i giorni?

Fammi sapere sotto nei commenti!

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LA COMUNICAZIONE INTERPERSONALE EFFICACE

Per arrivare a capire come essere comunicatori efficaci, facciamo un passo indietro e contestualizziamo in modo preciso “la comunicazione”.

I fattori principali del processo comunicativo sono:

  • Il mittente: colui che invia il messaggio
  • Il destinatario: colui a cui è diretto il messaggio
  • Il messaggio: l’informazione/contenuto che viene trasmesso.

Il processo di scambio, codifica e decodifica delle informazioni avviene in modo del tutto inconsapevole per chi parla la stessa lingua e che quindi possiede lo stesso codice linguistico; diventa maggiormente complesso nel momento in cui due interlocutori parlano lingue differenti.

Paul Watzlawick nello specifico ha introdotto una differenza di fondamentale importanza nello studio della comunicazione umana: ogni processo comunicativo tra esseri umani possiede due dimensioni distinte: da un lato il contenuto, ciò che le parole dicono, dall’altro la relazione, ovvero quello che i parlanti lasciano intendere, a livello verbale e più spesso non verbale, sulla qualità della relazione che intercorre tra loro.

Inoltre è bene tenere a mente che la comunicazione interpersonale si suddivide in tre parti.

  • La comunicazione verbale, che avviene attraverso l’uso del linguaggio, sia scritto che orale (la parola).
  • La comunicazione non verbale, la quale invece avviene attraverso canali diversificati, quali mimiche facciali, sguardi, gesti, posture.
  • La comunicazione para verbale, che riguarda la voce, ossia il tono, il volume e il ritmo, ma anche le pause e altre espressioni sonore (quali lo schiarirsi la voce).

Questi tre livelli concorrono all’unisono per definire qual è il messaggio che stiamo trasmettendo.

Come essere comunicatori efficaci? 

In relazione alla competenza “comunicazione” è necessario definire un piano di azione atto a portare un miglioramento nel nostro stile comunicativo. 

Quali sono le azioni e i comportamenti da tenere per risultare efficaci?

Ne vediamo alcuni insieme:

  • Parla in modo chiaro e comprensibile
  • Cattura l’attenzione degli interlocutori, esponendo gli argomenti al momento giusto
  • Verifica ripetutamente se l’interlocutore ha compreso il messaggio. 
  • Sottolinea i punti di forza delle proprie argomentazioni e mostra di credere in quello che dici
  • Adatta il tuo comportamento a quello degli interlocutori 
  • Riconosci quando è necessario cambiare stile in base alle esigenze della situazione o dell’interlocutore.
  • Fai domande per ottenere informazioni e verificarne l’esattezza
  • Fai ogni tanto un efficace punto della situazione
  • Esprimi correttamente le conclusioni di un discorso
  • Dai spazio all’interlocutore, lascia parlare e ascolta attivamente
  • Tiene conto dei desideri ed interessi altrui e cerca di comprenderli bene, essendo empatico
  • Rifiuta fermamente richieste irragionevoli.
  • Richiedi rispetto per il tuo ruolo/persona.
  • Usa un tono di voce deciso, né apprensivo né succube

Hai trovato questi spunti utili per le interazioni di tutti i giorni?

Fammi sapere sotto nei commenti!

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PROBLEM SOLVING: UNA COMPETENZA DA ALIMENTARE!

ll problem solving è una competenza trasversale di cui si sente parlare sempre più spesso.

Proviamo a vedere insieme di cosa si tratta. 

Problem solving significa letteralmente “risoluzione di problemi” intesa come il trovare la migliore soluzione possibile per un problema o una situazione particolarmente critica.

Tutti affrontiamo problemi quotidianamente, piccoli o grandi che siano e nelle diverse sfere sia personali che sociali. Non tutti però siamo davvero efficaci nel risolvere questi problemi: ci sono persone più reattive, altre più riflessive; persone che sono capaci di aguzzare l’ingegno e altre che vedono i problemi, ma faticano a trovare una soluzione.

Sono 5 le competenze trasversali (o soft skills) che più delle altre aiutano a sviluppare il problem solving:

. La consapevolezza, che permette di acquisire una visione reale e contestualizzata del problema,

. L’ascolto attivo, che permette di capire a fondo qual è il problema, investigandone le cause,

. La curiosità, che permette di valutare soluzioni anche precedentemente ignorate,

. La creatività, che permette di non fermarsi davanti al primo ostacolo, sperimentando nuove soluzioni,

. La determinazione, che permette di non abbattersi davanti agli ostacoli e di rimanere focalizzati sull’obbiettivo.

Prima di entrare nel merito delle tecniche e degli strumenti per una gestione corretta e professionale del processo di problem solving, è indispensabile tracciare alcuni principi base, cinque per la precisione, che rappresentano i fondamenti di qualsiasi approccio alla risoluzione dei problemi. 

Vediamoli uno a uno:

  1. Uccidi il mostro finché è piccolo: tantissimi problemi diventano complessi e impegnativi perché non abbiamo avuto il tempo, il coraggio o la volontà di affrontarli appena manifestati. Prima del problem solving c’è quindi una fase di “problem finding e problem setting” ovvero della scoperta e identificazione del problema.
  2. Accedi ad un livello di pensiero superiore: per risolvere problemi complessi bisogna essere capaci di scorporare il problema per affrontare le singole concause e variabili una alla volta, allontanandosi dal livello di pensiero che lo ha generato.
  3. Diamo più importanza alle risorse che alle mancanze: se riusciamo anche nei momenti più difficili a concentrare la nostra attenzione su ciò che è positivo, ovvero su ciò che possiamo sfruttare a nostro vantaggio, avremo maggiori possibilità di trovare una soluzione.
  4. Libera la creatività: nessun problema potrà mai essere risolto se a monte non c’è la convinzione di poterlo fare o almeno di volerci provare; con fiducia e pragmatismo anche i problemi apparentemente insormontabili possono essere affrontati.
  5. Credici: autostima, ottimismo ed energia creativa sono sempre (e non solo nel problem solving) il vero valore aggiunto.

Fatte tutte queste premesse siamo pronti a valutare le 4 fasi del problem solving:

  1. Definire il problema: quello che viene spesso considerato il problema evidente non è poi il problema reale. Analizzare bene una situazione, andando a fondo per individuare la radice vera del quesito, ci permette di essere sulla strada giusta verso la soluzione.
  2. Generare alternative/Brainstorming: questa è la fase creativa, in cui si organizzano le informazioni e si individuano le risorse per realizzare un piano di attuazione che porti alla soluzione; in questa fase si buttano sul tavolo tutte le idee che sopraggiungono, senza applicare troppi filtri.
  3. Valutare e selezionare le varie alternative: in questa fase si va a “sgrossare” tra le varie soluzioni proposte, quelle che sembrano più consone e attuabili al fine di risolvere il problema.
  4. Implementare le soluzioni: scelta la soluzione e realizzato il piano di attuazione (che prevede chi, come, dove, cosa e quando vengono realizzati i vari step) questo va implementato ed eseguito.

A questo punto possiamo dire che il processo di problem solving trova compiuta espressione.

Provate ad applicare questi consigli e fatemi sapere cosa ne pensate.

Vi aspettiamo in direct!

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LA COMPASSIONE COME ALLEATA NEL QUOTIDIANO

Leggendo e studiando mi sono resa conto che avevo una visione della “compassione” completamente distorta; non so perché ma l’ho sempre legata ad un aspetto più spirituale, quasi legato alla pietà, che non ad un qualcosa legato alla quotidianità, immagino per retaggi del passato.

Ho scoperto invece che la compassione risulta necessaria nel nostro quotidiano e che non è un qualcosa che si rivolge solo agli altri, ma che è indispensabile avere innanzitutto per sé stessi.

Vorrei provare a spiegarvi di cosa si tratta…

La compassione e la self-compassion (ovvero provare compassione verso sé stessi) sono emozioni lente, che nascono dalla nostra volontà di farci toccare dal dolore e dalla sofferenza.

Normalmente fuggiamo da queste emozioni perché abbiamo paura di cosa potrebbero farci “sentire” ed è più facile negare, piuttosto che approfondirne le cause.

Provare self-compassion significa semplicemente provare affetto e gentilezza per le proprie difficoltà.

Provare compassione significa avere un’attenzione affettuosa per le difficoltà degli altri.

La compassione, in pratica, ci aiuta a mettere il nostro dolore in “pausa” piuttosto che metterci in “fuga” da esso. È una cura che restituisce senso di appartenenza e accettazione, quella accettazione per un qualcosa che forse non vorremmo sentire, ma che è necessario lasciar fluire.

Attenzione a distinguere però se davvero necessario mettere in “pausa” il nostro sentire, perché il rischio è di combattere con uguale forza disagi piccoli e dolori grandi, mettendoci in una continua lotta per la sopravvivenza e questo ci toglierebbe energie e forze e non va bene.

C’è un’altra sostanziale distinzione che è necessario fare ed è quella tra sofferenza e dolore.

Il dolore è un’esperienza inevitabile che si accompagna ad una ferita fisica o emotiva (dolore del cambiamento, dell’invecchiamento, della malattia…)

La sofferenza è la lotta volta a combattere il dolore: non accettiamo il dolore per cui lottiamo per mandarlo via. È come se avessimo un incendio in casa e invece di spegnerlo stessimo a rimproverare noi o gli altri perché si è verificato l’incendio e intanto la casa brucia….

Questo ci porta ad una inevitabile avversione e autocritica, che non fanno altro che lavorare sulla nostra insicurezza, andando a ledere il nostro livello di autostima. Entriamo così in un circuito che ci riporta sempre nello stesso punto: se continuiamo a pensare di essere degli incapaci cadremo sempre perché incapaci di sostenerci e andare avanti. Il tutto (e qui viene il bello!!) alimentato da parenti e amici che continuano a dirci “Devi farcela!” “Datti una mossa!” “Svegliati!”, cioè esattamente quello che in quel preciso momento non riusciamo a fare.

Ecco che allora, se decidiamo di andare incontro al nostro dolore con affetto e gentilezza, si svilupperanno compassione e cura, quella cura che ci permetterà, poi, di rialzarci.

Compassione e self-compassion hanno due nemici storici: la critica e la crudeltà ed entrambi non ci aiutano a risollevarci o ad aiutare qualcuno a risollevarsi.

A tal proposito, nel rapporto a due, dare consigli, cercare di convincere l’altro a fare come diciamo noi, consolare, minimizzare, rimproverare, giudicare l’altro sono tutte azioni che non faranno altro che portare la persona di fronte a noi a cadere sempre più giù! Queste sono le basi per una comunicazione efficace.

Citando Gordon e alcuni dei suoi “12 Ostacoli alla Comunicazione”, possiamo dire che:

  1. Dare consigli e soluzioni: “Io al posto tuo…”, “Perché non fai così…?”, trasmettono sfiducia nella capacità dell’altro di trovare da solo una soluzione, bloccano la comunicazione, danno la sensazione che si ha fretta di concludere il discorso.
  2. Convincere con argomentazioni, spiegare: “Tu sbagli perché…”, “In realtà le cose non stanno così…”, induce a porsi sulla difensiva, fa sentire inadeguati e non compresi.
  3. Consolare, rassicurare: frasi come “Vedrai che andrà tutto bene” o “Su, non piangere!” bloccano l’espressione delle emozioni, irritano, danno la sensazione di voler tagliare corto perché siamo noi a non reggere il disagio e lo sfogo dell’altro.
  4. Cambiare argomento, minimizzare, fare sarcasmo: dire “Non ci pensare!”, “Basta, parliamo di cose allegre!”, “Ti preoccupi troppo”, significa svalutare ciò che l’altro prova e bloccare la comunicazione.
  5. Rimproverare, fare la morale: espressioni come “Per il tuo bene dovresti…”, “Non ci si comporta così!”, provocano senso di colpa, chiusura, ribellione e fanno sentire manipolati.
  6. Criticare, giudicare: “Sei un irresponsabile!”, “Sei un egoista”, “Non sei capace”, fanno sentire l’altro svalutato, provocano rabbia e, a lungo andare, minano l’autostima.

Questi atteggiamenti non solo bloccano la comunicazione, ma implicano un rapporto in cui una persona è in posizione di autorità sull’altra. Il messaggio sottinteso è: ‘fidati, lo io cosa devi fare’.

Se leggendo queste righe ti sembra di attuare tutti questi comportamenti, non ti preoccupare è assolutamente normale. Le barriere della comunicazione sono modi di porsi naturali che fanno parte della nostra quotidianità, non è possibile evitare completamente di utilizzarle.

E ricordiamoci soprattutto che … a meno che qualcuno non ci chieda apertamente un consiglio, dire cosa fare agli altri viene vissuto negativamente, sempre! 

Sposta le dinamiche dalla collaborazione alla competizione e non è quasi mai un atteggiamento sano.

Questo per dire che, essere compassionevoli verso noi stessi, ma anche verso l’altro, è la strada giusta per aiutarci e aiutare le persone a risollevarsi.

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EMOZIONI O SENTIMENTI? VEDIAMO LE DIFFERENZE!

Sentimenti ed emozioni sono spesso usati erroneamente in modo analogo, ma in realtà si tratta di due cose diverse:

  • L’emozione rappresenta una risposta specifica ad uno stimolo,
  • Il sentimento è un atteggiamento mentale che nasce come reazione ad un’emozione.

Un’emozione diventa un sentimento nella misura in cui ne diventiamo consapevoli, in pratica nasce quando diamo un nome a un’emozione e decidiamo come reagire ad essa.

I sentimenti tendono a durare più a lungo delle emozioni; durano finché li teniamo a mente. 

I sentimenti seguono le emozioni; non possiamo avere un sentimento senza prima avere un’emozione.

Pertanto, le principali differenze tra emozioni e sentimenti sono:

  • Tempo di permanenza: Le emozioni sono stati transitori che vanno e vengono in tempi relativamente brevi. I sentimenti, invece, sono più stabili nel tempo.
  • Intensità: Le emozioni sono solitamente più intense dei sentimenti perché il loro obiettivo principale è di predisporci all’azione. I complessi processi di valutazione che di solito entrano in gioco con i sentimenti ne riducono l’intensità.
  • Profondità di elaborazione: Le emozioni si manifestano inconsciamente, generando una risposta quasi immediata, mentre i sentimenti, che richiedono più tempo per la loro formazione, vengono elaborati consapevolmente.

Ecco alcuni utili esempi per meglio inquadrare l’associazione tra emozioni (E) e sentimenti (S):

(E) : La gioia è l’emozione

(S) : Il sentimento è la felicità

(E) : La paura è l’emozione

(S) : Il sentimento è la preoccupazione

(E) : La rabbia è l’emozione

(S) : Il sentimento è l’amarezza

(E) : Il desiderio è l’emozione

(S) : Il sentimento è l’eccitazione

Il segreto per sapere chi sei (e vivere bene) inizia quindi con il conoscere la differenza tra i sentimenti duraturi e le emozioni temporanee.

È bene fare una distinzione importante tra le emozioni:

  • quelle definite “primarie” che risultano innate e che ognuno di noi prova (a modo suo) sin dai primi mesi di vita 
  • quelle definite “secondarie” che sono la combinazione di quelle primarie (a seconda dell’intensità con cui queste si presentano) frutto dell’interazione sociale e del contesto culturale in cui siamo nati, cresciuti e viviamo.

Vieni a scoprire il nostro corso online per imparare a riconoscere e gestire le emozioni.

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RIMANERE FLESSIBILI PER SPERIMENTARE

Con la mindfulness si può portare alla luce, in modo elegante ed efficace, il meglio di noi stessi. 

Ma in primo luogo, è fondamentale esplorare noi stessi, come abbiamo già detto tante volte per imparare ad essere (o tornare) flessibili. 

Essere rigidi, nascosti dietro alle nostre convinzioni, alle nostre credenze non ci permette di mettere il naso fuori e scoprire davvero il mondo, oltre che permettere al mondo di creare una connessione con noi.

L’obiettivo deve essere quello di far emergere il nostro vero potenziale, non di aggrapparci a un rigido sistema di pensiero. 

In qualsiasi momento, occorre adattare il nostro approccio, in modo che possa rispondere alle situazioni che si verificano nel nostro quotidiano. Il processo di cambiamento è ovviamente specifico per ciascuno e non esiste una formula preconfezionata da seguire, ma si rende necessario regolare questo approccio (all’altro e alla vita) affinché coincida con le aspettative e le esigenze nostre e degli altri.

Il processo non è incentrato soltanto “su di te”, ma è comunque realizzato da te. 

È indispensabile sviluppare una curiosità insaziabile per quanto riguarda la propria vita. 

Questo atteggiamento consente di percepirsi come un essere umano unico, animato da emozioni, sentimenti e problemi propri. 

Questa consapevolezza incrementa la capacità di mettere in atto soluzioni nonché di analizzare ogni situazione con un certo distacco. 

Quando le persone si pongono obiettivi rigidi, spesso ciò produce una linea di condotta che porta a qualcosa di inconclusivo/insoddisfacente. La vita non si svolge mai in modo lineare. Le sfide possono sorgere dal nulla e occorre essere disposti ad apportare modifiche, se necessario.

I bambini ci offrono bellissimi esempi di flessibilità. 

Un bambino può conservare un’idea per un lungo periodo di tempo (come, ad esempio, farsi regalare un giocattolo particolare per il suo compleanno).

Si adopera in ogni modo per realizzare il suo sogno e rimane concentrato sul suo obiettivo, senza prendere nemmeno in considerazione la possibilità che il suo desiderio non si avveri. 

Sarà capace di negoziare, contrattare, supplicare, piangere pur di ottenere ciò che vuole. 

Dispiegherà quindi una serie di comportamenti molto più ampia di quella di un adulto, che invece ha sempre timore di mostrarsi più imbarazzato che efficace.

Ammettiamolo, molti di noi adulti hanno perso questa flessibilità. 

Ok, non viene richiesto di buttarsi a terra e fare i capricci come se fossimo bambini viziati, ma mantenere la visione flessibile e curiosa che i bambini hanno e che noi adulti, per mille ragioni, abbiamo accantonato o perso crescendo.

“Sperimentare” è l’azione da tenere bene a mente. 

Vedi che cosa funziona, e che cosa no, per adeguare l’approccio flessibile in base al contesto circostante.

In qualsiasi sistema o organizzazione, chi possiede flessibilità si trova sempre a ricoprire ruoli di un certo livello. Se siamo in grado di considerare una prospettiva interessante che gli altri non vogliono o non possono prendere in considerazione, emergiamo dalla massa in modo del tutto naturale. 

Questo concetto è qualcosa da apprezzare e applicare per tutta la vita.

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COME STABILIRE UN RAPPORTO COSTRUTTIVO?

Il rapporto è una profonda sensazione di connessione tra due o più persone. 

Si tratta di una relazione di sincronizzazione, di fiducia reciproca e di intesa che avviene in modo inconscio.

La maggior parte di queste connessioni psicologiche ed emotive è spontanea e casuale. 

Immagina di stare guardando un gruppo di persone che camminano insieme per strada. 

Vedrai che quelle che sono veramente d’accordo camminano al passo e si muovono alla stessa velocità. 

Se le avvicini, scopri che parlano anche allo stesso ritmo. 

Sviluppare un rapporto con gli altri è ciò che consente loro di aprirsi alla tua influenza; questo accade per una semplice ragione: le persone sono attratte dai loro simili. Se incontri qualcuno che trova di non avere nulla in comune con te, sarà molto difficile avere un impatto significativo su di lui.

Un modo per creare un rapporto è prestare un’attenzione totale e completa all’interlocutore. 

Sembra semplice, ma molti dimenticano che si tratta di un punto fondamentale per diventare un comunicatore efficace. Impara a non distrarti in una conversazione seria e assicurati di dedicare tutta l’attenzione all’interlocutore. 

L’aspetto positivo è che esistono molti modi per avviare un rapporto e ciascuno aggiunge una dimensione alla connessione stabilita tra te e gli altri. 

Parliamo prima del rapporto uditivo, che consiste nel regolare l’udito per collegarsi completamente all’altra persona attraverso l’elemento sonoro. 

Nella società di oggi qualsiasi attività, indipendentemente dal settore, comprende la necessità, in un momento o in un altro, di entrare in comunicazione con gli altri. 

Oggi, tecnologie come Internet e i telefoni cellulari ci permettono di conversare con persone di tutto il mondo. 

Può anche accadere che i migliori collegamenti si verifichino al telefono o tramite software di videoconferenza. 

Per stabilire questo rapporto uditivo a distanza, è ancora più importante concentrarsi sulle parole udite. Se si presta veramente attenzione, è possibile dedurre molte più informazioni di quanto si è udito. 

D’altra parte, come probabilmente avrai constatato più volte, siamo in grado di “vedere” il sorriso di una persona al telefono, a volte anche di dire se è seduta, in piedi o si muove. Possiamo anche notare il suo stato d’animo, e questo senza alcuna informazione visiva. 

Ti è mai capitato di parlare con qualcuno e di sapere subito che qualcosa non va?

Non dimenticare che, viceversa, anche gli interlocutori hanno lo stesso senso intuitivo per la tua voce e ciò che vi traspare. Occorre trasmettere un messaggio autentico, forte e chiaro e per riuscirci, è necessario stabilire rapidamente con l’interlocutore un rapporto solido. 

Se l’interlocutore assume un atteggiamento, fai altrettanto. 

Questo è chiamato ” l’effetto specchio “.  Aggiunge la dimensione supplementare del “rapporto visivo”. 

La regola è essere discreti nei movimenti, non esagerare o imitare le persone in modo vistoso. 

Attendere da 8 a 10 secondi per riprodurre un gesto identico o simile, così la tattica passerà inosservata.

Quando si utilizza correttamente l’effetto specchio, le persone si sentono più a proprio agio. 

Trasmetti loro il messaggio “sono come te”, offrendo così all’interlocutore un senso di sicurezza. Chi si sente sicuro abbassa più facilmente la guardia. Le barriere di resistenza vengono aggirate e diventa possibile influenzare più in profondità. E questo è un vero fattore di successo. 

Ogni persona è unica, mossa da propri interessi, passioni, motivazioni e imperfezioni. Offrirle i mezzi per rivelare questa singolarità fornisce più potere durante l’interazione.

Le persone consentono anche di stabilire un rapporto con loro grazie al vocabolario descrittivo che usano. 

Sebbene esistano decine di migliaia di parole in una lingua, la maggior parte di noi ne usa comunemente solo un piccolo sottoinsieme. Abbiamo la tendenza a concentrarci sulle parole cui attribuiamo un vero significato, parole che corrispondono al nostro modo di percepire la realtà. 

Se una persona descrive una situazione definendola “cool”, “deliziosa” o “gradevole”, cerca di usare questi aggettivi nella risposta. Così, in un momento successivo della conversazione, quando descrivi un risultato desiderato, puoi parlare di qualcosa di “cool” o di “delizioso”. 

Supponiamo che una persona evochi una situazione spiacevole con le parole “zero”, “noioso”, “insignificante” o “mediocre”. Potrai utilizzare gli stessi aggettivi quando, ad esempio, illustri come diventerà la sua vita se non pone in atto un cambiamento positivo.

Con questo metodo, l’interlocutore avrà davvero la sensazione che tu capisca che cosa è importante ai suoi occhi, che ascolti i suoi bisogni e i suoi desideri più profondi. Ancora una volta, questo aggiunge una componente supplementare al rapporto, offrendo campo libero per un impatto più potente.

Stabilirai così un clima di fiducia e di sicurezza, la condizione indispensabile per esercitare un effetto su chi ti circonda e mettere le basi per la crescita di un rapporto solido e duraturo.

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PENSIERI ED EMOZIONI

I nostri pensieri possono influenzare le nostre emozioni. 

Viceversa, le emozioni possono influenzare i nostri pensieri.  Il nostro umore per natura è variabile. 

Alcuni schemi di pensiero però possono trasformare un momento di calo del nostro benessere emotivo in qualcosa di più duraturo come ansia, tristezza e stress.

Oggi gli studi hanno determinato che non sono in sé le emozioni negative a fare “il danno”, ma il modo in cui reagiamo ad esse. Lo sforzo che compiamo per cercare di liberarci dagli stati negativi, la ricerca a tutti i costi di una causa o di una soluzione, rischia di peggiorare le cose.

L’effetto che si ottiene è quello delle sabbie mobili: più si lotta per uscire e più si affonda.

Questo accade perché la nostra mente è strettamente connessa alla memoria.

Davanti a uno stato emotivo negativo che insorge, inneschiamo un processo per cui, se ci sentiamo tristi, iniziamo a disseppellire dal passato ricordi che rispecchino il nostro stato emotivo del momento, per cui la tristezza si autoalimenta.

Questa attività mentale, infatti, fa sì che, al malessere del momento, si sommino i dolori del passato e i timori per il futuro.

Come se non bastasse, questo genera in noi una serie di sensi di colpa, perché sprofondiamo ulteriormente nella tristezza, anziché riuscire ad uscirne. 

Di conseguenza, iniziamo a generare pensieri autocritici e a giudicarci negativamente: “E’ colpa nostra. Non siamo abbastanza forti. Non ci stiamo impegnando abbastanza. Dovremmo fare di più. Non ce la faremo mai…”

In questo ciclo distruttivo di recriminazioni e di autocritica, finiamo per incolparci sempre di più di non riuscire a essere chi vorremmo essere, di non corrispondere al nostro ideale di persona.

Tutto questo processo accade in un tempo brevissimo, senza che ne siamo consapevoli.

È così che il nostro modo di reagire può trasformare emozioni temporanee e non problematiche in emozioni persistenti e problematiche.

Infatti, ogni sforzo che facciamo per liberarci delle emozioni e dei sentimenti sgradevoli, cercando di risolvere il problema, non fa che ritorcersi contro di noi.

Il perché è da ricercare in uno strumento potentissimo della mente: il pensiero razionale critico (Metodo Mindfulness, di Penman – Williams).

La mente analizza la distanza che c’è tra il suo stato nel presente (per esempio la tristezza) e come invece vorrebbe essere (felice). Lo fa continuando ad applicare la modalità del fare: suddividendo il problema in tanti piccoli pezzi, cercando di risolvere ognuno di questi e, successivamente, tornando a guardare il problema nel suo complesso per vedere se si è ridotta la distanza tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere, e se ci siamo quindi avvicinati all’obiettivo.

Se questo funziona bene nelle questioni pratiche, applicato alla sfera emozionale, può peggiorare notevolmente la situazione.

Ciò accade perché la nostra attenzione si concentra sulla distanza tra come siamo e come vorremmo essere, suscitando in noi domande pericolose, come “cosa c’è che non va in me?”, “perché sbaglio sempre?”, “perché faccio sempre gli stessi errori?”.

Queste domande avviano un ciclo distruttivo di recriminazioni, di autocritica e di sensi di colpa, che minano la nostra autostima e la fiducia in noi stessi.

Le ricerche dimostrano che rimuginare è il problema e non la soluzione.

Partendo quindi dal presupposto che non è possibile impedire che si inneschino:

  • Emozioni e ricordi infelici
  • Pensieri autocritici
  • Pensieri negativi

L’unico modo che abbiamo per intervenire è quello di fermare ciò che accade dopo l’insorgere di uno stato emotivo negativo, quindi evitare che si crei il circolo vizioso che si autoalimenta e che innesca un vortice di ulteriori pensieri negativi e ipercritici.

Questo è possibile farlo solo attraverso la consapevolezza.

Essere consapevoli che stiamo pensando quando stiamo pensando, ci consente di osservare i nostri pensieri a distanza, senza identificarci, senza seguirli. Lo stesso vale per le sensazioni e le emozioni.

Essere consapevoli significa fare un passo di lato, che ci permette di uscire dal chiacchiericcio negativo continuo della mente e dalle emozioni che si innescano come reazione e così lasciar scorrere i pensieri e le emozioni, senza lasciarci sopraffare da esse.

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COME MOLTIPLICARE IL TALENTO DEL TUO TEAM?

Essere un buon leader è complicato, ma con la giusta guida si può riuscire a permettere ai membri del tuo team di sviluppare il loro talento e così dare il 100% al gruppo, senza rinunciare ad essere se stessi e puntando sulle proprie capacità e peculiarità.

Il primo punto forte di un buon leader è l’ascolto. 

Siate ascoltatori empatici ed attenti, questo serve per instaurare il giusto legame con i vostri collaboratori e per capirne motivazioni e punti di forza. 

E poi siate buoni osservatori, nella quotidianità: questo vi serve per contestualizzare le persone, attraverso i loro comportamenti e le attitudini.

Solo così saprete come poterli stimolare e quindi come ottenere il meglio dai singoli e dal team!


Vediamo insieme 5 passi per moltiplicare il talento del tuo team:

1. DELEGARE

Finché non inizi a delegare le attività ai tuoi collaboratori penseranno di non poter “fare a meno di te”. 

In realtà, la vera ricchezza del team, è avere persone che lavorano sotto la tua guida (quasi “come se” fossi tu a farlo con loro), ma che attraverso la loro esperienza e prospettiva si muovono in autonomia e portano a casa un bel risultato.

Grande cruccio dei responsabili che vogliono avere tutto sotto controllo… bisogna imparare a fidarsi del proprio team, perché si potrebbero aprire percorsi ancora inesplorati, migliori delle strade già tracciate nella nostra mente!


2. FAI BRILLARE I SINGOLI ELEMENTI

Per far sì che ogni membro del team sia centrato e propositivo al 100% è importante che ognuno di loro si senta valorizzato e libero di esprimersi per quello che è.

È fondamentale che ognuno possa fare una parte del lavoro che più gli è congeniale, non per forza tutti devono fare esattamente tutto, nello stesso modo. Non funziona, non sono macchine. 

Se hai a disposizione una persona più creativa e una più pratica lascia che possano esprimere questo loro lato nella quotidianità e sicuramente daranno molto più di quello che credi, se lo riconoscono nelle proprie corde.


3. STIMOLARE

Un buon responsabile, un leader, stimola i propri collaboratori cercando di far emergere le caratteristiche del singolo, per far sì che queste si possano amalgamare nel gruppo ed ottenere così un team allineato e coeso. La stimolazione con nuovi progetti, interessi, attività è fondamentale anche per mantenere vivo il quotidiano, soprattutto nel caso di lavori ripetitivi e noiosi. 

4. RICONOSCINE IL TALENTO

I rimandi positivi sono fondamentali!!!! 

Se qualcuno ha fatto bene il proprio lavoro, sapete che è bello dirglielo?! 

Non è scontato, solo perché ha raggiunto l’obiettivo e quello doveva fare….

Ci ha messo del suo?! Lo ha fatto bene?! Ha aggiunto carattere e competenza e questo ha fatto sì che il lavoro fosse ottimo e il risultato ottenuto?! Diteglielo!! 

È importantissimo riconoscere i talenti dei propri collaboratori, lo stimolo diventerà poi quello della continua ricerca a fare sempre meglio… proprio perché gli viene riconosciuto!

Poi se volete parliamo delle “pacche sulla spalla” o magari di bonus e incentivi…perchè SI’, anche quelli sono ottimi “stimoli” , non tanto per dare un valore “numerico” al lavoro che svolgiamo, ma per riconoscere effettivamente l’ impegno che viene messo!

5. RESPONSABILIZZARE

Nulla come dare responsabilità, rende la persona più attenta e focalizzata sull’attività da svolgere. Attenzione: responsabilità non vuol dire “Se sbagli, sono tutti cavoli tuoi!”

Responsabilizzare vuol dire “rendere la persona consapevole dell’importanza della propria funzione” e quindi del lavoro o attività che sta svolgendo.

Qui si chiude il cerchio, partito parlando di delega. 

Nel momento in cui delego, responsabilizzo e stimolo la persona a metterci del suo e a fare il proprio lavoro al meglio. Un team di persone responsabili, centrate, unite, competenti e focalizzate sull’ obiettivo è di certo un team vincente!!

E voi? Siete leader che delegano, o con la mania del controllo?

Scrivetemi nei commenti qui e confrontiamoci in merito!