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“E TU, COME TI VEDI TRA 10 ANNI?”

La risposta può rivelare molto di noi, ma sappiamo cosa dire?

E’ una tra le domande più scomode che possono essere fatte, ad un colloquio di lavoro, un incontro tra amici o in una conversazione tra conoscenti; molti di noi rimangono ammutoliti, cominciano a tergiversare oppure ironizzano o danno risposte di convenienza.

In realtà sarebbe il caso di pensarci per davvero… La risposta ci rivela la proiezione inconscia della persona che vorremmo diventare, ci fa riflettere su ferite emotive, paure, incertezze, attitudini, valori e desideri che troppo spesso soffochiamo nella quotidianità o perché “è impegnativo” pensarci davvero!!

Potremmo vedere la risposta a questa domanda come un vero e proprio esercizio di crescita personale e per fissarci un obbiettivo a medio/lungo termine che in momenti bui potrebbe diventare la nostra “luce in fondo al tunnel”, alla quale aggrapparci per non mollare.

Perché proprio 10 anni? Perché è un periodo che ci permette di crescere, migliorarci, liberarci dalle zavorre del passato, fare luce sulla strada che vogliamo percorrere, valutare la nostra capacità di essere “resistenti” (ovvero come abbiamo saputo fronteggiare e superare in modo positivo anche gli eventi negativi nel percorso già affrontato). Chi mi conosce già lo sa, mi piace che ci si focalizzi non solo su ciò che riteniamo essere un limite o un “fallimento”, ma piuttosto focalizzarci su quanto di buono e positivo (e vincente) abbiamo fatto, su quel qualcosa che ci ha fatti davvero crescere e ci ha reso più forti.

Valutare come vorremmo essere tra 10 anni ci permette di capire se gli obbiettivi che ci siamo dati finora siano stati forse irraggiungibili, perché poco veritieri e non alla nostra portata, ci aiuta a ri-focalizzarci sui nostri talenti, per definire degli obbiettivi realistici e raggiungibili, perché così deve essere.

Anche se abbiamo un obbiettivo che sentiamo “lontano”, piuttosto spezzettiamolo in step intermedi, così da darci la possibilità di valutare i passi fatti lungo il cammino; il fatto che li stiamo raggiungendo poco alla volta e con i giusti tempi, ci aiuta a rimanere positivi e focalizzati sullo step intermedio successivo. Questo modus operandi è molto efficace, vi consiglio di applicarlo nei vostri piani a medio lungo termine.

D’altronde, se non ho mai corso, non posso pretendere di fare una maratona tra 3 mesi, piuttosto posso fissare step intermedi che allungheranno i tempi, ma mi aiuteranno a rimanere focalizzata sull’obbiettivo, alla luce dei progressi positivi che sto facendo. Fisso di riuscire a correre una 10 km tra 3 mesi, una mezza maratona tra 6 mesi e una maratona tra 1 anno. In questo modo continuerò a mettermi in gioco e a lavorare su me stessa per superarmi, avrò degli obbiettivi chiari e gli step graduali mi permetteranno di non esagerare e raggiungere la giusta forma fisica per fare la maratona, senza rompermi e senza mettermi troppo sotto stress. Provare per credere!

C’è chi non riesce ad immaginare un futuro diverso dal presente, perché probabilmente ha una visione rigida, forse legata ad un forte bisogno di controllo, oltre che ad una scarsa fiducia nel saper fronteggiare imprevisti, che letteralmente lo bloccano e limitano.

La realtà è che noi, adesso, non siamo più la stessa persona che eravamo 5 minuti fa e non saremo gli stessi tra 10 giorni. Come possiamo pensare di essere immutabili?

Sicuramente, le paure alimentate negli anni da esperienze, scelte e credenze che riteniamo “sbagliate”, risultano gravare sulla nostra capacità di decidere chi vogliamo essere, ci rendono immobili e ci mettono dei limiti che ci sembra impossibile superare.

E se invece potessimo iniziare a liberare la nostra immaginazione, senza metterci dei paletti, e così decidere di evolvere e, perché no, cambiare, andando verso ciò che si desidera? E finalmente riuscire a dire ciò che pensiamo a quella persona che tanto ci blocca, o fare quella esperienza che tanto ci spaventa, o prenderci quel tempo che tanto diciamo di non avere…

Immaginare il futuro permette di anticipare quanto potrebbe accadere e quindi ci aiuta a mettere in campo strategie che potrebbero aiutarci a superare eventuali ostacoli.

E così, visualizzare, provare a mettere nero su bianco, cosa vorremmo fare e diventare tra 10 anni ci aiuta a diventare più elastici e più pronti per avere le energie e la forza per superare eventuali imprevisti che è normale che accadano, ma se l’obbiettivo è chiaro e raggiungibile di fronte a noi, diventano superabili e noi non rischiamo di rimanere paralizzati di fronte ad essi.

Troppo spesso facciamo fatica a vivere con pienezza il presente e per questo non riusciamo ad immaginarci un futuro sereno a medio e lungo termine. In un certo senso, preferiamo lasciare le cose come stanno, sperando che le certezze che abbiamo acquisito non cambino. Così, eviteremo di fare lo sforzo di credere ancora una volta che tutto può trasformarsi in qualcosa di “meglio”.

Il trucco c’è ma non si vede. Come possiamo definire chi vogliamo essere tra 10 anni, cambiamenti inclusi?

Perdonandoci, lasciando andare i fatti accaduti nel passato che ci hanno feriti e non lasciandoci prendere dall’ansia di “cosa potrebbe accadere” nel futuro.

E’ necessario concederci un momento per prendere contatto con i nostri BISOGNI più profondi, solo così potremo iniziare a soddisfarli, attivando le nostre energie interiori per acquisire serenità e fiducia, immaginando il nostro futuro come un perfetto investimento su di noi, senza lasciarci travolgere dalle correnti, ma avendo ben chiara la direzione che vogliamo prendere e la strada da percorrere.

Smettiamola di voler controllare tutto, la vita è meravigliosa proprio perché ogni giorno ci mette di fronte a nuove sfide e progetti inaspettati. La nostra forza nasce dal saperci ascoltare con attenzione, per lasciarci così sorprendere e non sopraffare dagli eventi.

E tu? Come ti vedi tra 10 anni?

Hai voglia di condividere con me il tuo pensiero?

Mi farebbe molto piacere…

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PERCHE’ TI SOTTOVALUTI?

Sei anche tu una persona che ha la tendenza a sottovalutarsi?

A non credere nelle sue capacità?

A pensare che gli altri siano sempre meglio di te, pertanto, cerchi di rimanere in seconda fila per non dare troppo nell’occhio ed evitare di esporti?

Benvenuto/a!

Sai qual è il problema vero? Che viviamo in una società competitiva, che sottovaluta il benessere delle persone, che evidenzia principalmente le cose positive, i grandi risultati, le cose eclatanti e che ci chiede di essere sempre al 130% delle nostre possibilità!

Ci ascoltiamo pochissimo e siamo sempre a rincorrere ciò che pensiamo gli altri si aspettino da noi: performanti sul lavoro, presenti con la famiglia, casa pulita e ordinata, frigo pieno di cibo, sport e palestra, vestiti stirati, impegni incastrati fino a metà 2024…

Non c’è spazio per pensare, per respirare, per riequilibrarci con noi stesse/i, per fare ciò che ci piace o anche solo per oziare, perché “Oziare è da perdenti!”

Ci credi davvero in tutto questo?

Credi davvero che l’unica cosa importante sia dimostrare al mondo che sei sempre sul pezzo, indaffarata/o, sempre in movimento, che non hai mai un minuto libero… davvero è questo ciò di cui hai bisogno?

Ecco, perché di bisogni si tratta!

Se il tuo personale bisogno va in contrasto con questa modalità di “vivere” la tua quotidianità, quasi sicuramente ti sentirai schiacciata/o da un peso che ti porta a sentirti inadeguata/o.

Il senso di inadeguatezza porta inevitabilmente a sottovalutarsi, limitando la capacità di gestire le relazioni interpersonali, in ambito privato e professionale. Questo circolo vizioso però va ad alimentare la mancanza di fiducia in te stessa/o, insicurezza, complessi e ansia.

Quindi magari ti sei trovata/o a dover gestire tachicardia, giramenti di testa, affanno e addirittura attacchi di panico.

Se sì, il tuo cuore e il tuo corpo stanno cercando di mandarti un segnale; stanno cercando di dirti che forse questo tipo di “vita” non è la vita che vorresti, non ti appartiene, non appaga i tuoi bisogni primari, i tuoi desideri…

Proviamo ad approfondire quali sono questi segnali e vediamo come possiamo provare a gestirli, riscoprendo quell’IO sepolto che ha bisogno di emergere!

  1. Dai priorità al benessere/alle necessità degli altri, mettendo in secondo piano le tue.

Così facendo ti sembrerà di essere gentile e altruista, in verità stai mettendo la felicità e i bisogni degli altri prima dei tuoi. La realtà è che tu vali quanto gli altri, per cui meriti esattamente la stessa felicità e hai diritto a soddisfare anche i tuoi bisogni! Non è riprovevole mettersi sullo stesso piano di chi abbiamo accanto… anzi, riequilibra la relazione, aiutando a mettere basi solide e durature.

  • Sei troppo modesto e quando ti viene fatto un complimento subito sminuisci!

La modestia (mascherata da insicurezza) non ti permette di lasciarti “amare” dagli altri. Accettare un complimento è un ottimo modo per mettersi in connessione con l’altro. Essere umili è una virtù meravigliosa, ma essere consapevoli dei propri punti di forza e applicarli quando necessario, fa di te una persona equilibrata e meno insicura. Se sei stata/o brava/o dittelo e lasciatelo dire!

  • Vai alla ricerca della conferma altrui per ogni cosa (un abito nuovo, un pensiero, una risposta,…)

“Come sto?”, “Cosa faccio?”, ”Se dico questo va bene?” Sebbene questo non porti a nulla di realmente negativo, ti mette sempre in secondo piano rispetto a ciò che l’altro pensa. Non hai la necessità di affermarti sulla base di ciò che l’altro dice o pensa che dovresti dire/ indossare. La tua personalità ti appartiene ed è il tuo valore aggiunto, che sia essa espressa attraverso un abito, un modo di dire o di fare. E poi, le tue opinioni sono tue ed è giusto farle valere (senza essere aggressivi, certo…)

  • Metti in dubbio le tue possibilità e capacità.

Ognuno di noi è unico e pertanto ha il diritto di esprimersi secondo la sua personale volontà. Se sei una persona che si sottovaluta fai fatica a vedere i tuoi obbiettivi realizzati, ma perché passi il tempo a realizzare quelli degli altri. Sei il risultato delle tue esperienze passate, non focalizzarsi solo sui fallimenti è la chiave. Prova a pensare a quante cose belle, importanti hai fatto, alle battaglie vinte, ai momenti difficili superati… tu sei quella persona, hai quella grinta e hai quelle capacità!

  • Fatichi ad uscire “dal tuo guscio”

Fai fatica a trovare la forza per metterti in gioco perché pensi di non essere abbastanza, di non avere le capacità. Nessuno è perfetto, nessuno nasce “imparato”, la strada di fronte a noi ce la costruiamo giorno dopo giorno, ma se non ti dai la possibilità di crescere, sperimentare e andare avanti, rimarrai sempre nel tuo orticello, bloccato. Sperimenta, ritrova la curiosità che avevi quando eri bambino e prova a metterti in gioco. Sbagli, cadi, ti rialzi… come tutti. Non hai nulla di meno degli altri!

Basare le nostre scelte sul giudizio degli altri ci porta inevitabilmente a tarparci le ali da soli.

La quotidianità è già complessa, le relazioni difficili e le soddisfazioni poche, cerchiamo di non sabotarci con le nostre mani!

Amiamoci un pochino di più e impariamo a gestire la nostra ansia e le nostre paure: che bello essere imperfetti, ma felici!

Se hai necessità di riprendere in mano la tua vita, imparando a gestire le emozioni, per riscoprire il tuo IO interiore e capire come dare valore ai tuoi bisogni, senza sentirti inadeguata/o, contattami e cerchiamo di capire insieme se posso aiutarti ad iniziare questo cammino.

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COME VINCERE LA PAURA DEL GIUDIZIO ALTRUI?

Troppe volte ci troviamo ad avere paura di “fare o dire cose” solo perché pensiamo “CHISSA’ COSA PENSERANNO GLI ALTRI…”

Perché questo accade? E poi… possiamo svincolarci da questo pensiero per riuscire ad essere le persone che vogliamo, senza limiti o pregiudizi?

La risposta è SI’!

Ciò che troppo spesso non consideriamo è il fatto che ciò che pensano gli altri per noi è importante perché, se è un qualcosa che possiamo considerare positivo, ci aiuta ad aumentare la nostra autostima, alimentando sicurezza e fiducia in noi stessi.

Se una persona ti dice: “Come sei bella oggi!” la tua giornata probabilmente prenderà una piega diversa. Ti sentirai più serena e di riflesso il tuo atteggiamento nei confronti degli altri e della giornata stessa sarà più positivo.

 Pensa invece se una persona ti dicesse: “Che brutti pantaloni che hai oggi! Così larghi!!” è facile che la tua giornata prenda una piega meno radiosa e spumeggiante. Forse inizierai a pensare che ha ragione, che sono brutti, che sembri più grassa, che “Ecco, non dovevo comprarli, lo sapevo”…”In effetti, non sono da me!”

 Mi soffermo su questa frase perché è di una potenza pazzesca: “Non sono da me!”

Cosa stai cercando di dirti con questa frase? Prova a pensare…

Hai comprato questi pantaloni perché ti piacevano e ti facevano sentire a tuo agio, perché il colore ti ha colpita, perché la forma è particolare, ma confortevole, perché ti permette di coprire quelli che vedi come tuoi difetti, ma riescono in qualche modo a risaltare invece i tuoi pregi… li hai comprati perché ti fanno stare bene, e non vedevi l’ora di metterli!

Tutto crolla perché qualcuno ti dice che non gli piacciono.

Ecco che nella tua mente parte subito il pensiero che l’altro ha ragione, perché questi pantaloni vanno “fuori” dal tuo modo di vestire solito e quindi cominci a mettere in dubbio la tua scelta e a pensare che DEVI ritornare nei ranghi, perché così non va bene.

Ma chi lo dice che non va bene?

Arrivi addirittura a convincere te stessa che non va bene…

Perché? Perché hai riposto nel giudizio degli altri il metro con il quale tu stessa ti misuri.

Ma cosa c’è di sbagliato nel mettere un paio di pantaloni diverso dal solito?

Potrei capire che magari, se fossi uscita in mutande, la cosa avrebbe potuto essere in effetti commentabile (ma per altre ragioni, quali il buon costume e la decenza), ma detto questo, se sei solita mettere i jeans e invece oggi avevi voglia di mettere proprio quei pantaloni morbidi e colorati, perché ci stai bene e ti senti a tuo agio, chi lo dice che non puoi metterli?

I nostri atteggiamenti sono condizionati da paure, pregiudizi e preconcetti spesso legati ad esperienze passate, a come siamo cresciuti, alle persone che ci hanno accompagnato nei primi anni della nostra vita e ai condizionamenti.

Ogni società, ogni ambiente, ogni gruppo ne possiede di specifici, spesso legati al bisogno del perfezionismo, ai sensi di colpa, falsi miti, etc..

Questi sono tutti pensieri irrazionali.

Pantaloni a parte, ti riporto alcuni esempi, per meglio farti capire…

1.      Devo piacere a tutti e andare d’accordo con tutti.

2.      Devo essere perfetto.

3.      Quando le cose non vanno come vorrei, è una catastrofe.

4.      È più facile evitare certe difficoltà della vita, piuttosto che affrontarle.

5.      Gli altri dovrebbero comportarsi come dico io.

Questi pensieri provocano sofferenza emotiva, in particolare ansia, senso di colpa, tristezza e rabbia.

Se, quando salgono in noi pensieri di questo tipo, riuscissimo ad accorgercene, facendo ricorso alla razionalità, sarebbe possibile smascherare la falsità di queste affermazioni, ridimensionando così la portata negativa che questo pensiero ha in noi e la relativa nascita di emozioni altrettanto negative. Diventare consapevoli di questo gioco mentale, diventa quindi la chiave.

Ecco che allora, se la persona che incontriamo proprio quel giorno in cui abbiamo messo dei pantaloni diversi, ci dice: “Che brutti pantaloni che hai oggi! Così larghi!!” riuscirai ad avere la prontezza di riflessi per rispondere:

“A me piacciono molto, sono un po’ diversi dal solito, risaltano la mia solarità!”

Ecco che il giudizio della persona di fronte a noi non peserà più come un macigno, ma anzi sarà un modo per confermare a me stessa che “Oggi ho deciso di essere me stessa e di vestire ciò che volevo e porterò a testa alta questa mia decisione, sicura di me e delle mie volontà!”

Abbiamo paura del giudizio altrui, ma siamo noi i primi a giudicarci!

Non giudicare non significa non operare delle scelte, ma piuttosto discriminare ciò che è più adatto a noi e viverlo totalmente, senza bisogno di prestare attenzione al bisogno compulsivo della nostra mente di formulare a tutti i costi una opinione, sia essa positiva o negativa.

E’ vero, è pressoché impossibile non giudicare, ma è possibilissimo lasciare andare tutto il carico emotivo che si porta dietro il giudizio. 

Giudicarci sempre “non adeguati” o “fuori posto” non fa altro che alimentare la nostra sicurezza e la nostra fobia sociale legate proprio alla paura del giudizio altrui.

Quindi??

Leggerezza e non giudizio! E se agli altri non piacciono i pantaloni che portiamo?! Pazienza!! Guarderanno altrove se sono così disturbati…..” 


Se sei interessata/o ad imparare a gestire le tue emozioni, a liberarti dal peso del giudizio altrui e vuoi imparare ad approcciare la tua quotidianità e le tue relazioni con più leggerezza, contattami e cerchiamo di capire se posso esserti di aiuto per iniziare la tua trasformazione! 

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POSSO DIRE CIO’ CHE PENSO?

Come posso esprimere ciò che penso senza risultare scortese o aggressivo, soprattutto se il mio pensiero o la mia affermazione è in disaccordo con quanto sta riportando il mio interlocutore?

Ci possiamo affidare all’assertività e ad alcune tecniche di comunicazione efficace.

Esprimere in modo assertivo un concetto, specialmente quando si è in disaccordo, richiede una combinazione di strategie di comunicazione che mostrano chiarezza, rispetto e fiducia reciproca.

Ecco alcune strategie che potresti considerare:

1. Scegli le parole con attenzione:

  • Usa un linguaggio chiaro e specifico, cercando di non risultare aggressivo.
  • Evita l’uso di parole accusatorie o generalizzanti (tipo “mai” oppure “sempre”)
  • Usa il MESSAGGIO “IO” per esprimere i tuoi sentimenti o le tue opinioni in modo soggettivo, questo porterà l’attenzione su di te e ti permetterà di non risultare accusatorio nei confronti dell’altro.

2. Fai un buon uso del linguaggio del corpo:

  • Mantieni il contatto visivo per mostrare sicurezza, ma senza essere aggressivo.
  • Mantieni una postura aperta e rilassata.
  • Usa gesti moderati per sottolineare i tuoi punti e una mimica facciale coerente col messaggio che stai mandando.

3. Pratica l’ascolto attivo:

  • Dimostra di essere aperto ad ascoltare le opinioni degli altri.
  • Ripeti ciò che hai sentito per mostrare comprensione.
  • Fai domande per approfondire la comprensione.

4. Evita parole o frasi estremamente negative e contro:

  • Cerca di trovare punti in comune o aree di accordo e inizia il tuo discorso partendo proprio da quelle.

5. Evidenzia il motivo del tuo disaccordo:

  • Esplicita le ragioni dietro il tuo punto di vista, rimanendo quanto più legato ai fatti e a cose concrete.
  • Usa esempi concreti e reali per illustrare il tuo ragionamento.

6. Riconosci i punti validi degli altri:

  • Mostra rispetto per le opinioni altrui.
  • Riconosci su cosa si potrebbe trovare un accordo comune.

7. Impara a dire di NO, ma in modo costruttivo:

  • Spiega il motivo del tuo rifiuto in modo chiaro.
  • Offri alternative o soluzioni possibili.

8. Mantieni un tono calmo:

  • Evita di alzare la voce o di diventare troppo emotivo; cerca di gestire le tue emozioni.
    • Usa un tono di voce moderato e controllato.

9. Focalizzati sui fatti:

  • Usa dati e fatti per sostenere il tuo punto di vista.
  • Evita di basare la tua argomentazione solo sugli stati d’animo.

10. Pratica la consapevolezza e di conseguenza l’autocontrollo:

  • Se senti che stai per essere travolto dal tuo vortice emotivo interno, prenditi un momento per calmarti prima di continuare la conversazione (anche con la scusa che devi andare un attimo in bagno o a rinfrescarti…). L’importante è riprendere coscienza dell’attimo presente.

11. Sii aperto a compromessi:

  • Mostra flessibilità nel cercare soluzioni comuni o un compromesso.
  • Cerca di trovare un terreno comune che possa soddisfare entrambe le parti.

Ricorda che la chiave per una comunicazione efficace è trovare un equilibrio tra l’espressione sincera delle tue opinioni e il rispetto per gli altri punti di vista. Mostrando questi due lati, rimanendo ben saldo sulle tue opinioni, ma aperto ai bisogni altrui, riuscirai ad aprire un canale comunicativo efficace e che aiuterà a mettere le basi per una relazione solida e duratura.

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VALORI E CREDENZE: COME AGISCONO NELLA RELAZIONE e NELLA COMUNICAZIONE

Quante volte ti è capitato di dire qualcosa a qualcuno, che ha avuto una reazione del tutto inaspettata rispetto a ciò che gli hai detto, magari anche mostrando un certo risentimento e fastidio?

Ecco, questo succede perché non sei riuscito ad essere coerente con il messaggio che stavi passando e probabilmente non hai tenuto conto del fatto che stavi trasmettendo una tua opinione personale, non priva di giudizio o accuratamente edulcorata.

Quante volte ti sei nascosto/a dietro la scusa “Mah, ho detto solo la verità!” senza considerare che quella era la TUA verità, che per l’altro poteva diventare addirittura scomoda?!

Quando ci mettiamo in comunicazione con l’altro troppo spesso pensiamo che basti passare il messaggio, come l’abbiamo pensato, per essere certi che l’altro lo recepisca nel modo corretto.

La verità, purtroppo, è un’altra: la comunicazione è un’operazione complessa, che dovrebbe tenere conto di alcuni filtri, che sono dettati dalle esperienze passate, dai valori, dai condizionamenti, dalle credenze e dalla cultura di chi manda il messaggio, ma anche di chi lo riceve!

Se volessimo comunicare in modo davvero efficace, sarebbe necessario essere ASSERTIVI.

Questo si tradurrebbe nell’esprimere in modo socialmente adeguato e costruttivo i propri diritti e interessi, lasciando spazio per i diritti e i bisogni altrui, manifestando i propri sentimenti, sia positivi che negativi, imparando anche a dire di NO a richieste irragionevoli e sapendo chiedere favori agli altri, oltre che a riconosce i propri limiti e gestire efficacemente le critiche e la pressione sociale.

Essere comunicatori efficaci quindi si può, è necessario allenarsi e conoscere le giuste strategie per riuscire a mettersi in relazione con l’altro. La stessa relazione tra due (o più) persone è però governata dal sistema di valori e credenze degli interlocutori.

Vediamo insieme di cosa si tratta…

I valori sono quelle idee, realtà, esperienze che reputiamo valide e desiderabili nella nostra vita.

L’universo valoriale di riferimento cambia da persona a persona e, anche di fronte ai medesimi valori, la priorità che gli attribuiamo è assolutamente personale.  I nostri valori sono il frutto dell’ambiente all’interno del quale siamo cresciuti e delle persone con le quali ci siamo interfacciati sin da piccoli, oltre che agli esempi che abbiamo avuto.

La conoscenza dei valori altrui è decisiva in una comunicazione, soprattutto se desideriamo esercitare qualche influenza sul nostro interlocutore.

Ad esempio, se l’onestà occupa un posto di rilievo nella gerarchia di valori del nostro interlocutore, siamo destinati al fallimento in termini di efficacia comunicativa se gli proponiamo qualcosa di illecito.

Le credenze invece risultano più labili e sono sempre in via di ridefinizione in base alle nostre esperienze, man mano che cresciamo e diventiamo adulti. Anche queste sono influenzate dall’ambiente che ci circonda, ma acquista una visione più personale delle cose.

Se crediamo, ad esempio, che il nostro paese sia il migliore dal punto di vista culinario, possiamo cambiare opinione dopo un viaggio in cui assaggeremo qualcosa di mai provato prima.

Quelle che definiamo “collisioni di valori” non rappresentano una minaccia per la relazione solo se gli interlocutori comprendono questa loro diversità e la accettano. Se invece la differenza di valori risulta un nodo che non si riesce a slegare, difficilmente si riuscirà ad ottenere un accordo.

Fa parte di un comportamento assertivo fornire le ragioni delle proprie scelte, opinioni e credenze, rispettando quelle altrui. Se cambiare l’altro è per voi davvero importante, cercate innanzitutto di proporre all’altro un cambiamento nel comportamento che vi infastidisce e non nel suo schema di valori.

Ad esempio, se non sopportate che un vostro amico fumi, chiedetegli di non fumare in vostra presenza, utilizzando messaggi in prima persona (“Quando fumi vicino a me, sento un fastidio alla gola e non riesco più a respirare bene”, piuttosto che “Fumare fa male a te e a me, quindi smettila!”).

Ricordiamoci di considerare che gli atteggiamenti umani sono condizionati continuamente da paure, pregiudizi e preconcetti totalmente personali e frutto di valori e credenze ben radicate.

Ogni società, ogni ambiente ne possiede di specifici, legati al bisogno continuo di perfezionismo, ai sensi di colpa che la società ci infonde e ai falsi miti, dai quali difficilmente riusciamo a distaccarci.

È utile scoprire quale incidenza questi hanno sul nostro comportamento e quali emozioni ci provocano, per essere maggiormente efficaci nel momento in cui ci mettiamo in relazione e quindi in comunicazione con gli altri.

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TI ARRABBI SPESSO E NON CAPISCI PERCHE’?

TRASFORMIAMO LA RABBIA IN QUALCOSA DI COSTRUTTIVO!

Spesso ti capita di sentir crescere la rabbia dentro, magari mentre ti stai confrontando con qualcuno, e non capisci perché?

Questa rabbia poi ti porta anche a dire o fare cose per le quali pochissimi secondi dopo ti sei già pentito/a o per le quali poi provi un profondo senso di colpa?

La rabbia, come tutte le emozioni che scatenano una forte reazione (a volte anche fisica) ha la necessità di essere ascoltata. Perché?

Perché ci spiega che stiamo avendo una reazione emotiva ad un comportamento, ad una situazione, ad una persona, ad una parola, che ci ha destabilizzato ed è quindi davvero molto importante approfondirne la causa alla radice.

Prova a chiederti: perché mi sono arrabbiato? Cosa ha scatenato in me questa emozione?

Questo serve per andare a identificare in modo puntuale e preciso COSA e COME sono arrivato/a a provare certe sensazioni e ad avere determinate reazioni.

È un comportamento ben preciso che ha scatenato in me una reazione?

È una persona con la quale non riesco a creare un buon feeling?

È una parola o un concetto ben definito che mi infastidisce?

La ricerca della causa serve per non ricadere nella stessa identica situazione un’altra volta.

Attenzione perché la rabbia è fetente; altera la nostra percezione della realtà e frammenta/congela il nostro livello di attenzione, attivando comportamenti che possono essere di fuga o di evitamento.

In entrambi i casi non affrontiamo la motivazione che sta alla base della nostra reazione emotiva, ma scappiamo oppure facciamo finta di niente, rimanendo passivi.

Normalmente la rabbia nasce quando veniamo ostacolati nel raggiungimento dei nostri obbiettivi, oppure quando ci sentiamo trattati in modo scorretto/ingiusto. In questi casi serve come reazione al “non farsi mettere i piedi in testa”, permettendoci di stabilire e mantenere dei confini ben precisi con le altre persone. Ti ritrovi in questo?

La rabbia ha un ampio range di manifestazione, da un iniziale nervosismo fino alla furia più nera.

Quando si manifesta, difficilmente lascia spazio alle altre emozioni perché va a saturare tutto il nostro livello di attenzione.

Quando diciamo “Vedo tutto nero!” oppure “Mi si è chiusa la vena!” è di questo che stiamo parlando…

La rabbia, come la tristezza, è una delle emozioni primarie. Ha una funzione di difesa da una minaccia e di protezione da un pericolo e, come tutte le emozioni di base, è utile alla sopravvivenza. Può essere gestita efficacemente e per farlo è necessario riconoscerla e comprenderne le cause.

Se siamo arrabbiati si vede e si percepisce!

La mimica facciale tipica della rabbia è costituita da sopracciglia corrugate e curvate verso il centro della fronte a formare rughe verticali; un’intensa espressione degli occhi, con sguardo fisso e palpebre tese; le narici sono dilatate, le labbra, i denti e la mandibola serrate. La postura appare rigida e i muscoli tesi.

La rabbia porta le persone a sporgersi in avanti con il corpo e a gonfiare il petto, per apparire più “grandi”. Si provano sensazioni come calore, sudorazione e a volte si arriva ad esprimere ciò che si prova attraverso la voce, con urla, oppure, se tenuta sotto controllo, attraverso una voce secca e tagliente.

Come possiamo allora convivere con questa parte così irrequieta e apparentemente incontrollabile?

Di base ci deve essere un NON GIUDIZIO. Non dobbiamo giudicarci per provare questa emozione.

Il non giudizio è il primo passo per riuscire a riconoscerla quando arriva, accettarla per quella che è ed imparare a gestirla.

Tra le tecniche di gestione della rabbia vi sono:

  • La respirazione profonda (e la meditazione mindfulness)
  • La comunicazione assertiva
  • Le strategie di risoluzione dei conflitti
  • Basi di problem solving

Se sei interessato/a ad approfondire queste tecniche e ad imparare a riconoscere, accettare e gestire la rabbia, in modo specifico per le tue necessità ed esigenze, contattami!

Intanto fammi sapere sotto nei commenti se sei una persona che si lascia trascinare dalla rabbia oppure sai gestirti nei momenti in cui la furia vorrebbe prendere il sopravvento…

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DIMMI COME CAMMINI E TI DIRO’ CHI SEI!

Abbiamo detto più e più volte che la nostra comunicazione non si basa solo sul messaggio nudo e crudo e quindi sulla parte verbale, ma anche sul para-verbale (voce, tono, ritmo, cadenze, pause) e sul non-verbale (postura, mimica facciale, prossemica).

Attraverso il nostro “vivere” l’ambiente che ci circonda, mandiamo dei messaggi e parliamo di noi, anche se stiamo in silenzio. Il modo di camminare, ad esempio, è un qualcosa di strettamente individuale, tanto che siamo in grado di riconoscere qualcuno, anche di spalle o da lontano, in base al suo passo.

Oggi proviamo ad approfondire questo aspetto, sperando possa appassionarvi, come è successo a me, al linguaggio del nostro corpo e ai suoi segreti.

Iniziamo dicendo che il nostro passo è influenzato dalla condizione fisica di quel momento: ad esempio se siamo affaticati o abbiamo preso una storta il nostro modo di camminare sarà chiaramente alterato.

Inoltre, anche la nostra professione lascia un’impronta nel nostro modo di muoverci: ad esempio una modella avrà imparato ad essere più eretta e fluente, mentre uno sciatore sarà più coordinato e stabile. In ogni caso la nostra andatura mostra di noi atteggiamenti e attitudini.

Una volta acquisite stabilità ed equilibrio, verso i 12-18 mesi di età, cominceremo a rendere personale il nostro modo di muoverci, ma non si tratta solo di spostarsi nello spazio: lunghezza del passo, intensità con cui si appoggia il piede a terra, tradiscono la nostra personalità e l’emozione che proviamo.

Se siamo nervosi camminiamo più velocemente per scaricare la tensione.

Se proviamo vergogna, più facilmente guarderemo a terra e il passo sarà leggero.

È chiaro che questi atteggiamenti non necessariamente devono “incasellare” le persone in certe categorie, ma ci possono dare un’idea della tipologia di persona che abbiamo di fronte e in che stato d’animo si trova in quel momento.

La persona dispotica, collerica, permalosa, pignola e perennemente in corsa contro il tempo, cammina come se fosse impegnato in una marcia o una maratona, con falcate ampie, veloci e decise.

Una persona invece insicura, schiva, timida camminerà con un passo più corto, rapido, quasi rasente al muro per non farsi vedere/sentire, muoverà poco il busto e la testa sarà racchiusa tra le spalle.

Anche il nostro stato emotivo può riflettersi nella nostra camminata:

  • chi è arrabbiato ha un passo scattante, pesta i piedi e flette parecchio i gomiti;
  • chi è felice avrà un passo spedito, ma non “marziale” come chi è in collera, con i gomiti piegati, ma in modo armonioso, meno robotico;
  • chi è triste ha una camminata simile a chi è depresso: arranca, trascina i piedi e le braccia sono quasi incollate al corpo;

Queste indicazioni valgono in relazione al modo di camminare abituale di una certa persona: è chiaro che chi sta perdendo il treno avrà una falcata decisa e veloce, ma non per forza sarà collerico; oppure un timido se incrocia le persone che lo mettono in imbarazzo potrebbe accelerare il passo, ma per cambiare direzione.

Il trucco per imparare a riconoscere una persona da come cammina è soffermarsi ad osservare le persone attorno a noi. Si imparano tantissime cose anche solo osservando persone, ambiente, dinamiche che nascono dalle diverse interazioni. Ti invito a perdere qualche minuto del tuo tempo, magari quando sei in fila al supermercato, oppure in coda allo sportello della Posta, ad osservare chi ti circonda e a provare ad immaginare in che stato emotivo si trova.

Ti scoprirai molto più vicino alle persone che ti gravitano intorno perché riuscirai ad immedesimarti in loro. Questa si chiama empatia!

Fai solo attenzione nell’osservare perché, se fissiamo qualcuno, è facile che questa persona cercherà di muoversi in modo più spedito, cercando di sfuggire al nostro sguardo, mentre, se sarà comunque a suo agio, potrebbe essere che rallenti e magari ci scappa pure un sorriso o un “Buongiorno”!

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COME GESTIRE LE EMOZIONI?

La maggior parte di noi è cresciuto in contesti in cui non gli è stato permesso di esprimere emozioni.

Spesso, da bambini, ci è stato detto “Non piangere!”, “Non urlare!”, “Smettila di arrabbiarti!”, “Non essere triste!” e la maggior parte di noi ha assimilato che tutte queste emozioni risultavano sbagliate, per cui era necessario chiuderle in un cassettino.

Il problema poi emerge quando, da adulti, ci troviamo a dover tirare fuori queste emozioni (consciamente o inconsciamente) per tutto ciò che la vita vera ci mette dinnanzi (lutti, conflitti, amicizie finite male, problemi professionali…) e ci ritroviamo a non sapere cosa proviamo e perché.

A volte ci sembra di appartenere alle nostre emozioni, più di quanto invece siano loro ad appartenere a noi… forse soltanto prestando attenzione a ciò che ci stanno comunicando, cercando di coglierne la vera essenza, potremo davvero capire chi siamo.

La maggior parte di noi tende ad evitare di riflettere su ciò che prova. È umano, questo l’abbiamo capito.

Ma imparando a concedere a noi stessi la possibilità di pensare a quale sia l’origine dei nostri pensieri, atteggiamenti, sentimenti verso queste emozioni, potremmo scoprire che i sentimenti negativi non sono creature orribili dalle quali scappare.

Il vero “trucco” è solo uno: dedicarsi tempo e iniziare ad ascoltarsi davvero.

Qui ci sono 4 passi da seguire, per riportare l’attenzione sulle nostre emozioni, e quindi su di noi, e per allontanarci dalle modalità di difesa che siamo soliti attuare.

1)RICONOSCERE LE EMOZIONI

Disattiviamo la regola del “non sentire”: spesso ci troviamo ad agire, senza nemmeno sapere cosa ci ha smosso. Quando sentiamo che sta cambiando qualcosa al nostro interno, come diretta reazione a qualcosa che è avvenuto e ci ha provocato delle sensazioni, facciamoci una domanda: “Cosa sto provando?”

In base a questo, cercate di dargli un nome (È rabbia? È ansia? È disgusto? È gioia? È gelosia? …. Proviamo a chiamarla per nome.)

2)ACCETTARE QUANTO STIAMO PROVANDO

Smettiamola di pensare che esistono emozioni che non dovremmo provare ed emozioni che invece dovremmo provare. Le emozioni sono informazioni utili per capire la relazione tra il nostro mondo interno e quello esterno. Non è possibile immaginare un cambiamento se prima non partiamo da ciò che abbiamo per le mani nel momento in cui lo stiamo provando.

Accettiamo (quindi diventiamo consapevoli) di ciò che stiamo vivendo in quel momento, senza giudicarci!

3)INVESTIGARE IL PERCHE’ DI QUELLA EMOZIONE

Esploriamola, invece di scappare (e per “scappare” intendo, invece di seppellirla sotto un cumulo di “Va tutto bene! Non c’è nessun problema!”)

Perché è emersa proprio quella emozione? Quali sentimenti ha generato? Cosa è successo per farmi reagire in quel modo? Cerchiamo di rispondere a queste domande.

4)NON IDENTIFICARSI CON ESSA:

Il rischio è che l’emozione con cui ci identifichiamo (ad esempio la rabbia) diventi di conseguenza una caratteristica stabile della nostra personalità (sono una persona aggressiva e rabbiosa).

E’ quasi come se ci mettessimo un’etichetta, ma in realtà non è così.

Anche la persona più amorevole e pacata dell’universo si arrabbia, è normale!

Quindi, se necessario, accompagniamo la “non identificazione” con la compassione: spesso siamo feriti e più che difenderci abbiamo bisogno di consolarci con affetto e gentilezza.

Riuscire a mettere in atto questi passaggi ci permette di acquisire autonomia emotiva e così tornare padroni delle nostre emozioni e dei nostri sentimenti.

Questa consapevolezza, ad esempio, ci permetterà di essere più liberi di stare in una relazione, non perché ne abbiamo bisogno, ma perché lo desideriamo.

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POSITIVITA’ TOSSICA : PARLIAMONE!

Che belle le persone che sono sempre sorridenti, alle quali sembra che vada sempre tutto bene, che non ci sia nulla che le scompone o che le smuove dalla loro quotidianità perfettamente incorniciata e splendente… che quasi fanno venire il nervoso perché ti chiedi “Ma come cavolo è possibile??”

Ecco, appunto… ma come è possibile che ci siano persone così forzatamente positive da non accettare che possano esserci momenti no, momenti di sconforto, momenti in cui puoi concederti di essere triste, arrabbiato o momenti nei quali avresti voglia di chiuderti in un eremo?

E infatti, non è possibile.

O meglio, è possibile, ma queste persone sicuramente soffrono di Positività Tossica.

Nell’era dei social, in cui è necessario postare foto a più non posso (in cui è diventato un obbligo mostrare quanto è bello ciò che mangi, quanto sei felice, quanto stai bene con le persone che ti circondano, quanto ami socializzare, quanto tu sia sempre e comunque positivo e sorridente, sbeffeggiando anche un po’ chi invece non lo è…) si è andato a diffondere un atteggiamento forzatamente positivo e ottimista.

Questo atteggiamento è tipico delle persone che hanno interiorizzato il principio secondo il quale non importa quanto complessa e potenzialmente spiacevole possa essere una situazione, occorre mantenere sempre e comunque un mindset positivo.

Attenzione: Ottimismo ≠ positività tossica

Essere ottimisti vuol dire coltivare un pensiero positivo, nella piena consapevolezza e nel rispetto delle emozioni (dal risvolto positivo e negativo) che una situazione negativa può suscitare in noi.

La positività tossica esclude in toto questa possibilità, sposando totalmente la politica delle “good vibes only”.

Ma quanto ci costa a livello fisico ed emotivo essere sempre e solo al TOP?

La vita è un meraviglioso viaggio che può concretizzarsi in un susseguirsi di sali e scendi: sta a noi mantenere il giusto ritmo per riuscire a godere delle discese, utili a ricaricare le energie per affrontare poi le salite.

Mantenere invece dei ritmi sempre accelerati, con un alto livello di entusiasmo, risulta complesso e porta ad un inevitabile dispendio di energie.

Come riconoscere la Positività Tossica?

Normalmente si associa a determinate manifestazioni e comportamenti:

  • Il senso di colpa che emerge perché “non va bene” percepire sensazioni spiacevoli;
  • La propensione a giudicare le emozioni altrui come un qualcosa di negativo, senza preoccuparsi di capire le cause alla base del malessere emotivo di chi le prova;
  • La tendenza a non manifestare mai emozioni e stati d’animo che possano essere riconducibili a situazioni spiacevoli o negative;
  • La predisposizione a ripetere continuamente mantra positivi come “Andrà tutto bene!” o “Dobbiamo essere positivi!”

È importante contrastare quanto più possibile questo atteggiamento per svariati motivi:

  • È sbagliato negare a sé stessi la possibilità di vivere tutte le emozioni a pieno (anche quelle considerate potenzialmente con risvolto “negativo”);
  • Può portare a nascondere un pezzo di realtà ai nostri stessi occhi, obbligandoci a costruire una maschera e una identità prive di qualsiasi sfumatura, allontanandoci dalla vita reale;
  • Si perde la visione generale delle cose e degli avvenimenti, perdendo parti importanti del nostro e altrui vissuto.

L’attivazione del mindset (sempre e comunque) positivo si manifesta come un meccanismo di difesa (a volte anche involontario) che attuiamo per evitare di elaborare emozioni che consideriamo “scomode” e che temiamo di non saper gestire in modo consono.

Si può evitare la positività tossica? SI’.

Parte tutto da noi! Se capiamo di essere in questa modalità, il primo passo da fare è comprendere che “E’ OK NON ESSERE SEMPRE OK”, ovvero, ci dobbiamo concedere il lusso di poter provare le emozioni nella loro totalità e nelle loro sfumature, accettando il fatto che queste sono funzionali al nostro benessere emotivo.

Siamo vulnerabili? Forse sì, ma la nostra forza risiede nel nostro benessere interiore, non nella negazione della vulnerabilità stessa. È necessario darci modo di esplorare questa nuova dimensione, con rispetto, compassione e pazienza verso noi stessi.

Mostrarsi forti non è sempre un passo dovuto, per avere successo nella vita di tutti i giorni.

Provare incertezza, sconforto, paura, tristezza fa parte del nostro vivere una vita a “colori”.

E’ necessario normalizzare questo essere, per assicurarci di non vivere una vita sempre e solo in bianco e nero.

E se non dovesse bastare e capissimo che da soli non riusciamo ad uscirne?

Chiediamo aiuto, non è mai un errore!

Sono curiosa di sapere se vi ritrovate nella descrizione della positività tossica oppure se siete solo degli inguaribili ottimisti. Fatemi sapere sotto nei commenti!

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IL PROCESSO DELLA COMUNICAZIONE

“Quello che comunichiamo è ciò che l’altro ha capito e non quello che pensiamo di aver comunicato”

Cit. Watzlawick, Beavin, Jackson

Alcune ricerche hanno dimostrato che la maggior parte delle persone, a seguito di un interscambio, si ricordano solo in minima percentuale l’oggetto della comunicazione e questo non solo per una mancanza di chi è in ascolto e quindi riceve l’informazione, ma anche da parte di chi la emette.

  • Il soggetto vuole dire 100
  • In realtà dice 80
  • Il ricevente sente 50
  • Capisce 30
  • Ricorda 20

Questo perché la comunicazione tra due individui non avviene in modo diretto ed univoco, ma ci sono diverse variabili che giocano un ruolo e che è fondamentale considerare.

Ciò che mi piace sempre ricordare è che ognuno di noi deve considerare che le informazioni che vengono inviate e ricevute passano attraverso i nostri personali filtri e attraverso i filtri della persona che è di fronte a noi.

Questi “filtri” sono il risultato di esperienze passate, valori, credenze, stati d’animo di ognuno di noi e possono andare a limitare, distorcere o modificare il messaggio emesso/ricevuto.

Vediamo insieme le variabili che compongono un processo comunicativo:

MESSAGGIO: contenuto che si vuole trasmettere

EMITTENTE: colui che invia il messaggio

RICEVENTE: colui che riceve il messaggio

CODICE: sistema di segni che si usa comunicando e senza il quale non avviene la comunicazione: canale para-verbale (tono, ritmo, volume della voce), canale non verbale (gesti, mimica facciale, distanza, posizione del corpo rispetto all’altro, postura), ma anche grafici, disegni, tutto ciò che può essere di supporto …)

CANALE: mezzo fisico e sensoriale all’interno del quale viene trasmesso il messaggio (radio, e-mail, telefono)

CONTESTO: spazio fisico di riferimento in cui avviene il passaggio di informazioni

FEEDBACK: mezzo utilizzato dal ricevente per capire se ha compreso a pieno il messaggio, rimandando all’emittente una risposta

RUMORE: elementi di disturbo che possono interferire con la trasmissione del messaggio (ambiente rumoroso, brusio…)

Questo ci permette di capire che la comunicazione è uno strumento essenziale per migliorare i rapporti interpersonali, risultando più efficaci.

La comunicazione ci serve per esprimere noi stessi, i nostri stati d’animo, i nostri bisogni e per poter istaurare relazioni appaganti, nelle quali condividere le nostre necessità, i valori ed obiettivi con gli altri, in modo chiaro e pulito.

Per essere quindi comunicatori più efficaci è importante considerare che il nostro bisogno e il nostro sentire devono essere messi sullo stesso piano dei bisogni e del sentire dell’altro. Un buon interscambio fa sì che entrambe le parti coinvolte nell’interazione possano esprimersi e dialogare rimanendo alla pari.

È quindi importante dare il giusto peso alla persona che ci sta di fronte, analizzando accuratamente il messaggio che ci sta inviando e valutando a 360° gradi ciò che ci esprime non solo con le parole, ma anche con il corpo e con le espressioni del viso.

Saper valutare questi aspetti ci permette di percepire i reali bisogni dell’altro e capire, così, come soddisfarli, essendo pienamente presenti e appagati noi per primi del risultato ottenuto.

E tu, che comunicatore sei?

Se pensi di aver bisogno di migliorare il tuo stile comunicativo, sul nostro sito puoi trovare:

un corso per imparare ad essere maggiormente assertivo: https://af-formazione.com/courses/tecniche-di-comunicazione-assertiva-ed-efficace/

un corso per imparare l’ascolto attivo: https://af-formazione.com/courses/come-sviluppare-lascolto-attivo/

un corso per imparare a gestire le comunicazioni difficili : https://af-formazione.com/courses/come-gestire-le-conversazioni-difficili/

Ti aspettiamo!