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VALORI E CREDENZE: COME AGISCONO NELLA RELAZIONE e NELLA COMUNICAZIONE

Quante volte ti è capitato di dire qualcosa a qualcuno, che ha avuto una reazione del tutto inaspettata rispetto a ciò che gli hai detto, magari anche mostrando un certo risentimento e fastidio?

Ecco, questo succede perché non sei riuscito ad essere coerente con il messaggio che stavi passando e probabilmente non hai tenuto conto del fatto che stavi trasmettendo una tua opinione personale, non priva di giudizio o accuratamente edulcorata.

Quante volte ti sei nascosto/a dietro la scusa “Mah, ho detto solo la verità!” senza considerare che quella era la TUA verità, che per l’altro poteva diventare addirittura scomoda?!

Quando ci mettiamo in comunicazione con l’altro troppo spesso pensiamo che basti passare il messaggio, come l’abbiamo pensato, per essere certi che l’altro lo recepisca nel modo corretto.

La verità, purtroppo, è un’altra: la comunicazione è un’operazione complessa, che dovrebbe tenere conto di alcuni filtri, che sono dettati dalle esperienze passate, dai valori, dai condizionamenti, dalle credenze e dalla cultura di chi manda il messaggio, ma anche di chi lo riceve!

Se volessimo comunicare in modo davvero efficace, sarebbe necessario essere ASSERTIVI.

Questo si tradurrebbe nell’esprimere in modo socialmente adeguato e costruttivo i propri diritti e interessi, lasciando spazio per i diritti e i bisogni altrui, manifestando i propri sentimenti, sia positivi che negativi, imparando anche a dire di NO a richieste irragionevoli e sapendo chiedere favori agli altri, oltre che a riconosce i propri limiti e gestire efficacemente le critiche e la pressione sociale.

Essere comunicatori efficaci quindi si può, è necessario allenarsi e conoscere le giuste strategie per riuscire a mettersi in relazione con l’altro. La stessa relazione tra due (o più) persone è però governata dal sistema di valori e credenze degli interlocutori.

Vediamo insieme di cosa si tratta…

I valori sono quelle idee, realtà, esperienze che reputiamo valide e desiderabili nella nostra vita.

L’universo valoriale di riferimento cambia da persona a persona e, anche di fronte ai medesimi valori, la priorità che gli attribuiamo è assolutamente personale.  I nostri valori sono il frutto dell’ambiente all’interno del quale siamo cresciuti e delle persone con le quali ci siamo interfacciati sin da piccoli, oltre che agli esempi che abbiamo avuto.

La conoscenza dei valori altrui è decisiva in una comunicazione, soprattutto se desideriamo esercitare qualche influenza sul nostro interlocutore.

Ad esempio, se l’onestà occupa un posto di rilievo nella gerarchia di valori del nostro interlocutore, siamo destinati al fallimento in termini di efficacia comunicativa se gli proponiamo qualcosa di illecito.

Le credenze invece risultano più labili e sono sempre in via di ridefinizione in base alle nostre esperienze, man mano che cresciamo e diventiamo adulti. Anche queste sono influenzate dall’ambiente che ci circonda, ma acquista una visione più personale delle cose.

Se crediamo, ad esempio, che il nostro paese sia il migliore dal punto di vista culinario, possiamo cambiare opinione dopo un viaggio in cui assaggeremo qualcosa di mai provato prima.

Quelle che definiamo “collisioni di valori” non rappresentano una minaccia per la relazione solo se gli interlocutori comprendono questa loro diversità e la accettano. Se invece la differenza di valori risulta un nodo che non si riesce a slegare, difficilmente si riuscirà ad ottenere un accordo.

Fa parte di un comportamento assertivo fornire le ragioni delle proprie scelte, opinioni e credenze, rispettando quelle altrui. Se cambiare l’altro è per voi davvero importante, cercate innanzitutto di proporre all’altro un cambiamento nel comportamento che vi infastidisce e non nel suo schema di valori.

Ad esempio, se non sopportate che un vostro amico fumi, chiedetegli di non fumare in vostra presenza, utilizzando messaggi in prima persona (“Quando fumi vicino a me, sento un fastidio alla gola e non riesco più a respirare bene”, piuttosto che “Fumare fa male a te e a me, quindi smettila!”).

Ricordiamoci di considerare che gli atteggiamenti umani sono condizionati continuamente da paure, pregiudizi e preconcetti totalmente personali e frutto di valori e credenze ben radicate.

Ogni società, ogni ambiente ne possiede di specifici, legati al bisogno continuo di perfezionismo, ai sensi di colpa che la società ci infonde e ai falsi miti, dai quali difficilmente riusciamo a distaccarci.

È utile scoprire quale incidenza questi hanno sul nostro comportamento e quali emozioni ci provocano, per essere maggiormente efficaci nel momento in cui ci mettiamo in relazione e quindi in comunicazione con gli altri.

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TI ARRABBI SPESSO E NON CAPISCI PERCHE’?

TRASFORMIAMO LA RABBIA IN QUALCOSA DI COSTRUTTIVO!

Spesso ti capita di sentir crescere la rabbia dentro, magari mentre ti stai confrontando con qualcuno, e non capisci perché?

Questa rabbia poi ti porta anche a dire o fare cose per le quali pochissimi secondi dopo ti sei già pentito/a o per le quali poi provi un profondo senso di colpa?

La rabbia, come tutte le emozioni che scatenano una forte reazione (a volte anche fisica) ha la necessità di essere ascoltata. Perché?

Perché ci spiega che stiamo avendo una reazione emotiva ad un comportamento, ad una situazione, ad una persona, ad una parola, che ci ha destabilizzato ed è quindi davvero molto importante approfondirne la causa alla radice.

Prova a chiederti: perché mi sono arrabbiato? Cosa ha scatenato in me questa emozione?

Questo serve per andare a identificare in modo puntuale e preciso COSA e COME sono arrivato/a a provare certe sensazioni e ad avere determinate reazioni.

È un comportamento ben preciso che ha scatenato in me una reazione?

È una persona con la quale non riesco a creare un buon feeling?

È una parola o un concetto ben definito che mi infastidisce?

La ricerca della causa serve per non ricadere nella stessa identica situazione un’altra volta.

Attenzione perché la rabbia è fetente; altera la nostra percezione della realtà e frammenta/congela il nostro livello di attenzione, attivando comportamenti che possono essere di fuga o di evitamento.

In entrambi i casi non affrontiamo la motivazione che sta alla base della nostra reazione emotiva, ma scappiamo oppure facciamo finta di niente, rimanendo passivi.

Normalmente la rabbia nasce quando veniamo ostacolati nel raggiungimento dei nostri obbiettivi, oppure quando ci sentiamo trattati in modo scorretto/ingiusto. In questi casi serve come reazione al “non farsi mettere i piedi in testa”, permettendoci di stabilire e mantenere dei confini ben precisi con le altre persone. Ti ritrovi in questo?

La rabbia ha un ampio range di manifestazione, da un iniziale nervosismo fino alla furia più nera.

Quando si manifesta, difficilmente lascia spazio alle altre emozioni perché va a saturare tutto il nostro livello di attenzione.

Quando diciamo “Vedo tutto nero!” oppure “Mi si è chiusa la vena!” è di questo che stiamo parlando…

La rabbia, come la tristezza, è una delle emozioni primarie. Ha una funzione di difesa da una minaccia e di protezione da un pericolo e, come tutte le emozioni di base, è utile alla sopravvivenza. Può essere gestita efficacemente e per farlo è necessario riconoscerla e comprenderne le cause.

Se siamo arrabbiati si vede e si percepisce!

La mimica facciale tipica della rabbia è costituita da sopracciglia corrugate e curvate verso il centro della fronte a formare rughe verticali; un’intensa espressione degli occhi, con sguardo fisso e palpebre tese; le narici sono dilatate, le labbra, i denti e la mandibola serrate. La postura appare rigida e i muscoli tesi.

La rabbia porta le persone a sporgersi in avanti con il corpo e a gonfiare il petto, per apparire più “grandi”. Si provano sensazioni come calore, sudorazione e a volte si arriva ad esprimere ciò che si prova attraverso la voce, con urla, oppure, se tenuta sotto controllo, attraverso una voce secca e tagliente.

Come possiamo allora convivere con questa parte così irrequieta e apparentemente incontrollabile?

Di base ci deve essere un NON GIUDIZIO. Non dobbiamo giudicarci per provare questa emozione.

Il non giudizio è il primo passo per riuscire a riconoscerla quando arriva, accettarla per quella che è ed imparare a gestirla.

Tra le tecniche di gestione della rabbia vi sono:

  • La respirazione profonda (e la meditazione mindfulness)
  • La comunicazione assertiva
  • Le strategie di risoluzione dei conflitti
  • Basi di problem solving

Se sei interessato/a ad approfondire queste tecniche e ad imparare a riconoscere, accettare e gestire la rabbia, in modo specifico per le tue necessità ed esigenze, contattami!

Intanto fammi sapere sotto nei commenti se sei una persona che si lascia trascinare dalla rabbia oppure sai gestirti nei momenti in cui la furia vorrebbe prendere il sopravvento…

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DIMMI COME CAMMINI E TI DIRO’ CHI SEI!

Abbiamo detto più e più volte che la nostra comunicazione non si basa solo sul messaggio nudo e crudo e quindi sulla parte verbale, ma anche sul para-verbale (voce, tono, ritmo, cadenze, pause) e sul non-verbale (postura, mimica facciale, prossemica).

Attraverso il nostro “vivere” l’ambiente che ci circonda, mandiamo dei messaggi e parliamo di noi, anche se stiamo in silenzio. Il modo di camminare, ad esempio, è un qualcosa di strettamente individuale, tanto che siamo in grado di riconoscere qualcuno, anche di spalle o da lontano, in base al suo passo.

Oggi proviamo ad approfondire questo aspetto, sperando possa appassionarvi, come è successo a me, al linguaggio del nostro corpo e ai suoi segreti.

Iniziamo dicendo che il nostro passo è influenzato dalla condizione fisica di quel momento: ad esempio se siamo affaticati o abbiamo preso una storta il nostro modo di camminare sarà chiaramente alterato.

Inoltre, anche la nostra professione lascia un’impronta nel nostro modo di muoverci: ad esempio una modella avrà imparato ad essere più eretta e fluente, mentre uno sciatore sarà più coordinato e stabile. In ogni caso la nostra andatura mostra di noi atteggiamenti e attitudini.

Una volta acquisite stabilità ed equilibrio, verso i 12-18 mesi di età, cominceremo a rendere personale il nostro modo di muoverci, ma non si tratta solo di spostarsi nello spazio: lunghezza del passo, intensità con cui si appoggia il piede a terra, tradiscono la nostra personalità e l’emozione che proviamo.

Se siamo nervosi camminiamo più velocemente per scaricare la tensione.

Se proviamo vergogna, più facilmente guarderemo a terra e il passo sarà leggero.

È chiaro che questi atteggiamenti non necessariamente devono “incasellare” le persone in certe categorie, ma ci possono dare un’idea della tipologia di persona che abbiamo di fronte e in che stato d’animo si trova in quel momento.

La persona dispotica, collerica, permalosa, pignola e perennemente in corsa contro il tempo, cammina come se fosse impegnato in una marcia o una maratona, con falcate ampie, veloci e decise.

Una persona invece insicura, schiva, timida camminerà con un passo più corto, rapido, quasi rasente al muro per non farsi vedere/sentire, muoverà poco il busto e la testa sarà racchiusa tra le spalle.

Anche il nostro stato emotivo può riflettersi nella nostra camminata:

  • chi è arrabbiato ha un passo scattante, pesta i piedi e flette parecchio i gomiti;
  • chi è felice avrà un passo spedito, ma non “marziale” come chi è in collera, con i gomiti piegati, ma in modo armonioso, meno robotico;
  • chi è triste ha una camminata simile a chi è depresso: arranca, trascina i piedi e le braccia sono quasi incollate al corpo;

Queste indicazioni valgono in relazione al modo di camminare abituale di una certa persona: è chiaro che chi sta perdendo il treno avrà una falcata decisa e veloce, ma non per forza sarà collerico; oppure un timido se incrocia le persone che lo mettono in imbarazzo potrebbe accelerare il passo, ma per cambiare direzione.

Il trucco per imparare a riconoscere una persona da come cammina è soffermarsi ad osservare le persone attorno a noi. Si imparano tantissime cose anche solo osservando persone, ambiente, dinamiche che nascono dalle diverse interazioni. Ti invito a perdere qualche minuto del tuo tempo, magari quando sei in fila al supermercato, oppure in coda allo sportello della Posta, ad osservare chi ti circonda e a provare ad immaginare in che stato emotivo si trova.

Ti scoprirai molto più vicino alle persone che ti gravitano intorno perché riuscirai ad immedesimarti in loro. Questa si chiama empatia!

Fai solo attenzione nell’osservare perché, se fissiamo qualcuno, è facile che questa persona cercherà di muoversi in modo più spedito, cercando di sfuggire al nostro sguardo, mentre, se sarà comunque a suo agio, potrebbe essere che rallenti e magari ci scappa pure un sorriso o un “Buongiorno”!

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COME GESTIRE LE EMOZIONI?

La maggior parte di noi è cresciuto in contesti in cui non gli è stato permesso di esprimere emozioni.

Spesso, da bambini, ci è stato detto “Non piangere!”, “Non urlare!”, “Smettila di arrabbiarti!”, “Non essere triste!” e la maggior parte di noi ha assimilato che tutte queste emozioni risultavano sbagliate, per cui era necessario chiuderle in un cassettino.

Il problema poi emerge quando, da adulti, ci troviamo a dover tirare fuori queste emozioni (consciamente o inconsciamente) per tutto ciò che la vita vera ci mette dinnanzi (lutti, conflitti, amicizie finite male, problemi professionali…) e ci ritroviamo a non sapere cosa proviamo e perché.

A volte ci sembra di appartenere alle nostre emozioni, più di quanto invece siano loro ad appartenere a noi… forse soltanto prestando attenzione a ciò che ci stanno comunicando, cercando di coglierne la vera essenza, potremo davvero capire chi siamo.

La maggior parte di noi tende ad evitare di riflettere su ciò che prova. È umano, questo l’abbiamo capito.

Ma imparando a concedere a noi stessi la possibilità di pensare a quale sia l’origine dei nostri pensieri, atteggiamenti, sentimenti verso queste emozioni, potremmo scoprire che i sentimenti negativi non sono creature orribili dalle quali scappare.

Il vero “trucco” è solo uno: dedicarsi tempo e iniziare ad ascoltarsi davvero.

Qui ci sono 4 passi da seguire, per riportare l’attenzione sulle nostre emozioni, e quindi su di noi, e per allontanarci dalle modalità di difesa che siamo soliti attuare.

1)RICONOSCERE LE EMOZIONI

Disattiviamo la regola del “non sentire”: spesso ci troviamo ad agire, senza nemmeno sapere cosa ci ha smosso. Quando sentiamo che sta cambiando qualcosa al nostro interno, come diretta reazione a qualcosa che è avvenuto e ci ha provocato delle sensazioni, facciamoci una domanda: “Cosa sto provando?”

In base a questo, cercate di dargli un nome (È rabbia? È ansia? È disgusto? È gioia? È gelosia? …. Proviamo a chiamarla per nome.)

2)ACCETTARE QUANTO STIAMO PROVANDO

Smettiamola di pensare che esistono emozioni che non dovremmo provare ed emozioni che invece dovremmo provare. Le emozioni sono informazioni utili per capire la relazione tra il nostro mondo interno e quello esterno. Non è possibile immaginare un cambiamento se prima non partiamo da ciò che abbiamo per le mani nel momento in cui lo stiamo provando.

Accettiamo (quindi diventiamo consapevoli) di ciò che stiamo vivendo in quel momento, senza giudicarci!

3)INVESTIGARE IL PERCHE’ DI QUELLA EMOZIONE

Esploriamola, invece di scappare (e per “scappare” intendo, invece di seppellirla sotto un cumulo di “Va tutto bene! Non c’è nessun problema!”)

Perché è emersa proprio quella emozione? Quali sentimenti ha generato? Cosa è successo per farmi reagire in quel modo? Cerchiamo di rispondere a queste domande.

4)NON IDENTIFICARSI CON ESSA:

Il rischio è che l’emozione con cui ci identifichiamo (ad esempio la rabbia) diventi di conseguenza una caratteristica stabile della nostra personalità (sono una persona aggressiva e rabbiosa).

E’ quasi come se ci mettessimo un’etichetta, ma in realtà non è così.

Anche la persona più amorevole e pacata dell’universo si arrabbia, è normale!

Quindi, se necessario, accompagniamo la “non identificazione” con la compassione: spesso siamo feriti e più che difenderci abbiamo bisogno di consolarci con affetto e gentilezza.

Riuscire a mettere in atto questi passaggi ci permette di acquisire autonomia emotiva e così tornare padroni delle nostre emozioni e dei nostri sentimenti.

Questa consapevolezza, ad esempio, ci permetterà di essere più liberi di stare in una relazione, non perché ne abbiamo bisogno, ma perché lo desideriamo.

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POSITIVITA’ TOSSICA : PARLIAMONE!

Che belle le persone che sono sempre sorridenti, alle quali sembra che vada sempre tutto bene, che non ci sia nulla che le scompone o che le smuove dalla loro quotidianità perfettamente incorniciata e splendente… che quasi fanno venire il nervoso perché ti chiedi “Ma come cavolo è possibile??”

Ecco, appunto… ma come è possibile che ci siano persone così forzatamente positive da non accettare che possano esserci momenti no, momenti di sconforto, momenti in cui puoi concederti di essere triste, arrabbiato o momenti nei quali avresti voglia di chiuderti in un eremo?

E infatti, non è possibile.

O meglio, è possibile, ma queste persone sicuramente soffrono di Positività Tossica.

Nell’era dei social, in cui è necessario postare foto a più non posso (in cui è diventato un obbligo mostrare quanto è bello ciò che mangi, quanto sei felice, quanto stai bene con le persone che ti circondano, quanto ami socializzare, quanto tu sia sempre e comunque positivo e sorridente, sbeffeggiando anche un po’ chi invece non lo è…) si è andato a diffondere un atteggiamento forzatamente positivo e ottimista.

Questo atteggiamento è tipico delle persone che hanno interiorizzato il principio secondo il quale non importa quanto complessa e potenzialmente spiacevole possa essere una situazione, occorre mantenere sempre e comunque un mindset positivo.

Attenzione: Ottimismo ≠ positività tossica

Essere ottimisti vuol dire coltivare un pensiero positivo, nella piena consapevolezza e nel rispetto delle emozioni (dal risvolto positivo e negativo) che una situazione negativa può suscitare in noi.

La positività tossica esclude in toto questa possibilità, sposando totalmente la politica delle “good vibes only”.

Ma quanto ci costa a livello fisico ed emotivo essere sempre e solo al TOP?

La vita è un meraviglioso viaggio che può concretizzarsi in un susseguirsi di sali e scendi: sta a noi mantenere il giusto ritmo per riuscire a godere delle discese, utili a ricaricare le energie per affrontare poi le salite.

Mantenere invece dei ritmi sempre accelerati, con un alto livello di entusiasmo, risulta complesso e porta ad un inevitabile dispendio di energie.

Come riconoscere la Positività Tossica?

Normalmente si associa a determinate manifestazioni e comportamenti:

  • Il senso di colpa che emerge perché “non va bene” percepire sensazioni spiacevoli;
  • La propensione a giudicare le emozioni altrui come un qualcosa di negativo, senza preoccuparsi di capire le cause alla base del malessere emotivo di chi le prova;
  • La tendenza a non manifestare mai emozioni e stati d’animo che possano essere riconducibili a situazioni spiacevoli o negative;
  • La predisposizione a ripetere continuamente mantra positivi come “Andrà tutto bene!” o “Dobbiamo essere positivi!”

È importante contrastare quanto più possibile questo atteggiamento per svariati motivi:

  • È sbagliato negare a sé stessi la possibilità di vivere tutte le emozioni a pieno (anche quelle considerate potenzialmente con risvolto “negativo”);
  • Può portare a nascondere un pezzo di realtà ai nostri stessi occhi, obbligandoci a costruire una maschera e una identità prive di qualsiasi sfumatura, allontanandoci dalla vita reale;
  • Si perde la visione generale delle cose e degli avvenimenti, perdendo parti importanti del nostro e altrui vissuto.

L’attivazione del mindset (sempre e comunque) positivo si manifesta come un meccanismo di difesa (a volte anche involontario) che attuiamo per evitare di elaborare emozioni che consideriamo “scomode” e che temiamo di non saper gestire in modo consono.

Si può evitare la positività tossica? SI’.

Parte tutto da noi! Se capiamo di essere in questa modalità, il primo passo da fare è comprendere che “E’ OK NON ESSERE SEMPRE OK”, ovvero, ci dobbiamo concedere il lusso di poter provare le emozioni nella loro totalità e nelle loro sfumature, accettando il fatto che queste sono funzionali al nostro benessere emotivo.

Siamo vulnerabili? Forse sì, ma la nostra forza risiede nel nostro benessere interiore, non nella negazione della vulnerabilità stessa. È necessario darci modo di esplorare questa nuova dimensione, con rispetto, compassione e pazienza verso noi stessi.

Mostrarsi forti non è sempre un passo dovuto, per avere successo nella vita di tutti i giorni.

Provare incertezza, sconforto, paura, tristezza fa parte del nostro vivere una vita a “colori”.

E’ necessario normalizzare questo essere, per assicurarci di non vivere una vita sempre e solo in bianco e nero.

E se non dovesse bastare e capissimo che da soli non riusciamo ad uscirne?

Chiediamo aiuto, non è mai un errore!

Sono curiosa di sapere se vi ritrovate nella descrizione della positività tossica oppure se siete solo degli inguaribili ottimisti. Fatemi sapere sotto nei commenti!

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IL PROCESSO DELLA COMUNICAZIONE

“Quello che comunichiamo è ciò che l’altro ha capito e non quello che pensiamo di aver comunicato”

Cit. Watzlawick, Beavin, Jackson

Alcune ricerche hanno dimostrato che la maggior parte delle persone, a seguito di un interscambio, si ricordano solo in minima percentuale l’oggetto della comunicazione e questo non solo per una mancanza di chi è in ascolto e quindi riceve l’informazione, ma anche da parte di chi la emette.

  • Il soggetto vuole dire 100
  • In realtà dice 80
  • Il ricevente sente 50
  • Capisce 30
  • Ricorda 20

Questo perché la comunicazione tra due individui non avviene in modo diretto ed univoco, ma ci sono diverse variabili che giocano un ruolo e che è fondamentale considerare.

Ciò che mi piace sempre ricordare è che ognuno di noi deve considerare che le informazioni che vengono inviate e ricevute passano attraverso i nostri personali filtri e attraverso i filtri della persona che è di fronte a noi.

Questi “filtri” sono il risultato di esperienze passate, valori, credenze, stati d’animo di ognuno di noi e possono andare a limitare, distorcere o modificare il messaggio emesso/ricevuto.

Vediamo insieme le variabili che compongono un processo comunicativo:

MESSAGGIO: contenuto che si vuole trasmettere

EMITTENTE: colui che invia il messaggio

RICEVENTE: colui che riceve il messaggio

CODICE: sistema di segni che si usa comunicando e senza il quale non avviene la comunicazione: canale para-verbale (tono, ritmo, volume della voce), canale non verbale (gesti, mimica facciale, distanza, posizione del corpo rispetto all’altro, postura), ma anche grafici, disegni, tutto ciò che può essere di supporto …)

CANALE: mezzo fisico e sensoriale all’interno del quale viene trasmesso il messaggio (radio, e-mail, telefono)

CONTESTO: spazio fisico di riferimento in cui avviene il passaggio di informazioni

FEEDBACK: mezzo utilizzato dal ricevente per capire se ha compreso a pieno il messaggio, rimandando all’emittente una risposta

RUMORE: elementi di disturbo che possono interferire con la trasmissione del messaggio (ambiente rumoroso, brusio…)

Questo ci permette di capire che la comunicazione è uno strumento essenziale per migliorare i rapporti interpersonali, risultando più efficaci.

La comunicazione ci serve per esprimere noi stessi, i nostri stati d’animo, i nostri bisogni e per poter istaurare relazioni appaganti, nelle quali condividere le nostre necessità, i valori ed obiettivi con gli altri, in modo chiaro e pulito.

Per essere quindi comunicatori più efficaci è importante considerare che il nostro bisogno e il nostro sentire devono essere messi sullo stesso piano dei bisogni e del sentire dell’altro. Un buon interscambio fa sì che entrambe le parti coinvolte nell’interazione possano esprimersi e dialogare rimanendo alla pari.

È quindi importante dare il giusto peso alla persona che ci sta di fronte, analizzando accuratamente il messaggio che ci sta inviando e valutando a 360° gradi ciò che ci esprime non solo con le parole, ma anche con il corpo e con le espressioni del viso.

Saper valutare questi aspetti ci permette di percepire i reali bisogni dell’altro e capire, così, come soddisfarli, essendo pienamente presenti e appagati noi per primi del risultato ottenuto.

E tu, che comunicatore sei?

Se pensi di aver bisogno di migliorare il tuo stile comunicativo, sul nostro sito puoi trovare:

un corso per imparare ad essere maggiormente assertivo: https://af-formazione.com/courses/tecniche-di-comunicazione-assertiva-ed-efficace/

un corso per imparare l’ascolto attivo: https://af-formazione.com/courses/come-sviluppare-lascolto-attivo/

un corso per imparare a gestire le comunicazioni difficili : https://af-formazione.com/courses/come-gestire-le-conversazioni-difficili/

Ti aspettiamo!

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ACCETTAZIONE E NON GIUDIZIO: SEI PERMALOSO/A?

Il regalo più grande che possiamo farci e che possiamo fare è quello di ACCETTARE noi stessi e gli altri per la nostra unicità. Dobbiamo accettare le differenze e smettere di voler cambiare gli altri a nostra immagine e somiglianza. Gli altri hanno il diritto di poter esprimere i propri bisogni e modi d’essere tanto quanto noi abbiamo il diritto di farlo.

In una comunicazione, a due, equilibrata ed efficace, si lascia spazio all’altro e si sa quando è il momento per prendersi i propri spazi.

Eccedere da una parte o dall’altra può solo portare a posizioni altamente remissive o troppo aggressive. Stare nel mezzo e utilizzare uno stile assertivo è ciò che ci aiuta nel metterci in relazione con gli altri.

Proviamo a collocarci nelle colonne delle 8 caratteristiche di personalità qui sotto riportate.

Domandiamoci per ognuna: “Mi colloco agli estremi o sono piuttosto nel mezzo?”

E se mi colloco agli estremi, qual è la mia tendenza?

Estremo 1MezzoEstremo 2
Il chiacchierone Il silenzioso
Il proattivo Il reattivo
Il sensibile al dolore Il poco sensibile al dolore
Il socievole Il solitario
Il diurno Il notturno
Il perfezionista L’approssimativo
Il rapido Il lento
L’affettuoso Il freddo/distaccato

Non c’è giusto o sbagliato. Questa visione serve solo per capire da che “parte” tendenzialmente stiamo. E per questo non ci giudicheremo, perché il non giudizio, insieme all’accettazione, sono i punti focali di un buon comunicatore.

Imparare a non giudicarsi è il primo passo verso l’accettazione di noi e delle nostre emozioni e peculiarità. Il non giudicare ci permette di mantenere l’altro al nostro stesso livello (senza ergerci sul gradino più alto, oppure perire su quello più basso).

Questa continua lotta tra accettazione e giudizio caratterizza le persone definite “permalose”.

Una critica sincera è difficile da accogliere, specie se arriva da una persona molto vicina a noi (come un parente o un amico), ma da fastidio anche se a farla è un perfetto sconosciuto.

L’essere permalosi è una caratteristica molto più diffusa di quanto pensiamo. Anche chi ci dice di non prendersela mai, in realtà scalpita ogni qualvolta viene messo in imbarazzo o giudicato di fronte ad altri. E’ necessario però fare una distinzione tra le diverse tipologie di permalosi.

Ci sono 3 tipologie di permaloso:

Il perfettino: quello che non può mai sbagliare e che prende ogni commento o osservazione come se fosse un affronto personale. Se ti ritrovi in questa tipologia, è suggerito imparare ad accettare che gli errori fanno parte della nostra vita e che non dipende tutta la nostra vita da quel singolo evento.

L’inefficace: qualsiasi critica è una conferma del suo essere sempre e comunque inutile; una persona di poco valore, qualcuno che non conta nulla. Questo atteggiamento ha radici un po’ più profonde e con molta probabilità risale ad episodi dell’infanzia in cui sono state ricevute scarse attenzioni e che hanno leso la nostra autostima.

Il viziato: colui che secondo mamma e papà può tutto. Portato su un piedistallo d’oro fino a dopo la Laurea, il soggetto scopre inaspettatamente che là fuori c’è un mondo che non è obbligato a lodarlo e venerarlo per le sue caratteristiche. Il colpo è spesso traumatizzante e le critiche diventano così intollerabili.

E tu, che permaloso sei?!

Qualsiasi permaloso tu sia, alla base di tutto c’è un unico elemento: il poco equilibrio tra accettazione e giudizio.

Siamo così sensibili alle critiche perché in fondo temiamo che gli altri abbiano scoperto che quello che abbiamo sempre pensato (male) di noi, sia ora visibile a tutti.

Questo diventa per noi intollerabile, motivo per cui reagiamo con il classico atteggiamento del permaloso.

Rafforzare la nostra autostima, attraverso l’accettazione di chi siamo e di chi vogliamo essere, senza giudicarci eccessivamente, risulta quindi un ingrediente essenziale per raggiungere i nostri obiettivi.

Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi. Fammi sapere sotto nei commenti!!

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PARLIAMO DI AUTOSTIMA!

L’autostima è il processo personale attraverso il quale giudichiamo noi stessi.

Chi ha una bassa autostima spesso è in preda ad insicurezza e paura del giudizio altrui, caratteristiche che si autoalimentano a vicenda, andando a ledere la nostra socialità e portandoci ad isolamento e stati d’ansia.

Cosa significa avere un’alta autostima?

Se potessimo riassumere, diremmo così:

  • accettare i propri difetti, senza che questo comprometta la più generale visione positiva di sé
  • ammettere i propri limiti (perché tutti li abbiamo ed esserne consci è la strada giusta per lavorarci)
  • apprezzarsi, confrontandosi con i propri risultati, piuttosto che con quelli degli altri
  • accettare il fallimento nel raggiungimento di un obiettivo, senza pensare di “essere un fallito” per questo

Il giudizio che noi diamo a noi stessi può basarsi su diversi ambiti, come l’aspetto fisico, l’intelligenza, le nostre abilità comunicative o professionali. 

Ma se l’autostima nasce da una valutazione di noi stessi e delle nostre caratteristiche, possiamo dire che le situazioni in cui questa valutazione avviene, sono spesso quelle in cui ci mettiamo a confronto con altri.

Ne sono un esempio situazioni di: 

  • giudizio sociale: se qualcuno ci fa un complimento oppure una critica, quel giudizio diventa uno specchio con cui guardiamo noi stessi
  • confronto sociale: paragoniamo le nostre caratteristiche a quelle di chi ci circonda e ne deduciamo un giudizio su noi stessi
  • auto-osservazione: le circostanze in cui notiamo qualcosa su noi stessi e la utilizziamo per dare una valutazione su come siamo, agli altri

È come se avessimo un bisogno di autostima e, per questo motivo, ci adoperiamo in continui confronti tra:

  • la persona che siamo (sé reale)
  • quella che vorremmo essere (sé ideale)
  • quella che pensiamo di dover essere (sé normativo)

L’autostima si può alimentare e aumentare?

Come si fa a far crescere l’autostima?

Si può provare a percorrere due strade:

  • cambiare il sé ideale per renderlo più realistico e raggiungibile
  • migliorare la percezione del sé reale, evidenziando i propri punti di forza.

L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha individuato alcune competenze di base da potenziare, per incrementare la nostra autostima:

  • Migliorare la capacità di prendere decisioni e di risoluzione dei problemi
  • Essere curiosi e creativi e avere senso critico (essere obbiettivi ed eliminare il giudizio)
  • Comunicare efficacemente, essere assertivi e migliorare le tecniche di comunicazione
  • Autoconsapevolezza (come riconoscimento di sé), empatia e intelligenza emotiva
  • Imparare a gestire le emozioni e lo stress

Vuoi provare ad accrescere la tua autostima?

Ecco 10 consigli :

1) Riconosci la tua unicità

2) Smettila di paragonarti agli altri

3) Prenditi cura di te stesso (dei tuoi hobby e delle tue passioni)

‍4) Concentrati sui tuoi successi (non sui fallimenti)

5) Visualizza il tuo obiettivo (e pianifica i passi per raggiungerlo)

6) Esci dalla tua comfort zone e sperimenta

7) Premiati e sii soddisfatto dei tuoi passi avanti

8) Accetta il fallimento, perdonati, prenditi la responsabilità delle scelte e vai avanti

9) Sii prosociale (aiuta, coopera, condividi con altri)

10) Sii te stesso

Qual è il vostro livello di autostima? Sentite che è necessario lavorarci su per migliorarla?

Sono molto curiosa di sapere cosa ne pensate sotto nei commenti!

Ti ricordo che tra i miei corsi in vendita c’è anche quello per migliorare la propria autostima: un percorso di trasformazione che faremo insieme, passo a passo, per riportare sicurezza e serenità nella tua vita! Ti aspetto!