Progetto senza titolo

La maschera che portiamo al lavoro ci costa più di quanto pensiamo!

Nel lavoro succede più spesso di quanto si dica.

Non è una maschera evidente, non è finzione.

È adattamento continuo: dire ciò che è accettabile, evitare ciò che complica, prendersi carico anche di ciò che non è chiaro.

All’inizio funziona. Ti rende affidabile, ti permette di tenere insieme le cose.

Poi però diventa la normalità. Ed è lì che inizia il costo.

 

Molte persone non sono stanche per il lavoro, sono stanche per quanto devono adattarsi per lavorare.

Non è fatica fisica, è dispersione continua di energia.

Questa energia si disperde ogni giorno in modo silenzioso:

  1. Quando filtriamo ciò che pensiamo, dicendo solo una parte di ciò che vediamo per evitare frizioni.
  2. Quando gestiamo ambiguità non chiarite, tra ruoli poco definiti, responsabilità che si spostano e decisioni che arrivano tardi.
  3. Quando compensiamo inefficienze di sistema, facendo più del nostro per far funzionare le cose.
  4. Quando ci adattiamo a dinamiche non sane, evitando conflitti o accettando modalità disfunzionali.
  5. Quando tratteniamo iniziativa, scegliendo di non proporre idee o non esplicitare problemi perché sappiamo che non troveranno spazio.

Tutto questo non si vede subito nei numeri.

Ma si vede nel tempo: meno lucidità, meno responsabilità, meno qualità nelle decisioni, più esecuzione e meno pensiero.

E quindi sì, la performance cambia.

 

Qui molte aziende sbagliano lettura.

👉 Non è un problema di atteggiamento o di motivazione.

👉 È un segnale: il sistema sta chiedendo adattamento più di quanto permetta espressione.

 

Quando parliamo di wellbeing al lavoro, non parliamo di welfare o iniziative “per stare meglio”.

Parliamo di sostenibilità dell’esperienza lavorativa nel tempo.

E questa si costruisce con chiarezza nei ruoli e nelle responsabilità, coerenza tra ciò che si decide e ciò che accade davvero, spazio reale per esprimersi, capacità di affrontare le tensioni invece di evitarle e sistemi che funzionano senza dipendere dall’eroismo quotidiano.

La domanda vera quindi non è “quanto stanno lavorando le persone?”.

 

La domanda è: quanta energia stanno perdendo ogni giorno per adattarsi?

Perché quella energia, prima o poi, presenta il conto!

In che modo??

1. La qualità cala (anche se i KPI apparentemente tengono)

All’inizio non si vede.

Poi iniziano:

• risposte scostanti e rallentate

• meno attenzione ai dettagli

• meno capacità di gestire situazioni complesse

👉 il lavoro viene fatto… ma vale meno

2. Le persone smettono di esporsi

Non litigano, non creano problemi. Ma:

• propongono meno

• segnalano meno

• si prendono meno responsabilità

👉 non perdi persone, ma perdi valore

3. Il sistema diventa fragile

Funziona finché chi compensa regge.

Poi basta poco:

• una persona che si ferma

• un picco di lavoro

• una situazione critica

👉 e quello che “funzionava” si blocca o ti esplode in mano!

E quando succede, non è un problema improvviso, è un problema che c’era già.

Solo che lo stavi pagando in energia, invece che in numeri.


Se questo tema ti riguarda, ne parlo nella nuova edizione del mio libro “Lavorare senza logorarsi: Il metodo Serenità sul lavoro™ per comunicare meglio e restare centrati anche sotto pressione”.

Lo trovi qui: https://www.amazon.it/Lavorare-senza-logorarsi-comunicare-pressione-ebook/dp/B0GSNF1717/ref=tmm_kin_swatch_0

Un caro saluto,

Ambra

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La dimensione più fragile in un’azienda? Non è operativa… ma emotiva e relazionale!

Nel sondaggio che ho pubblicato qualche settimana fa su un’altra piattaforma, in merito alla sostenibilità organizzativa, è emerso un dato chiaro.

Questi erano i presupposti…

Se per funzionare un team deve:

  • vivere in emergenza costante
  • reggersi sull’iper-disponibilità di pochi
  • chiedere alle persone di “reggere” sempre di più

non è sostenibilità, è resilienza forzata!

La sostenibilità si gioca su tre dimensioni:

1️⃣ Operativa – ruoli chiari, carichi realistici, decisioni leggibili.

2️⃣ Relazionale – comunicazione chiara, conflitti gestiti, possibilità di dissentire.

3️⃣ Emotiva – confini rispettati, leadership presente, niente armature quotidiane.

La domanda era: Secondo te, quale di queste è oggi la dimensione più fragile (e trascurata) nelle organizzazioni?

E’ emerso questo:

48% → la dimensione più fragile è relazionale

40% → subito dopo, quella emotiva

Solo una minoranza ha indicato la dimensione operativa.

Questo dato dice qualcosa di importante.

Le organizzazioni non stanno cedendo per mancanza di competenze tecniche.

Stanno cedendo per saturazione relazionale ed emotiva.

Non è un problema di “bravi o non bravi”.

È un problema di come si sta insieme sotto pressione.

Cosa significa fragilità relazionale?

Non significa conflitti esplosivi.

Significa molto più spesso:

  • riunioni in cui si annuisce ma non si dissentisce
  • tensioni evitate fino a diventare clima
  • decisioni prese senza vero confronto
  • comunicazioni indirette o difensive

La fragilità relazionale è silenziosa, ed è proprio per questo che logora.

Perché sta succedendo?

Tre cause che vedo spesso:

1️⃣ Cultura dell’urgenza continua

Non c’è tempo per il confronto, solo per decidere in fretta.

2️⃣ Paura del conflitto mascherata da professionalità

“Qui non litighiamo” diventa “qui non diciamo quello che pensiamo”.

3️⃣ Leadership centrata solo sull’output

Se il risultato arriva, il clima non viene osservato.

La verità scomoda

Quando non posso dissentire, mi trattengo.

Quando mi trattengo, mi irrigidisco.

Quando mi irrigidisco, collaboro meno.

E il sistema inizia a consumare capitale umano, senza accorgersene.

Due micro-interventi concreti da applicare da subito

Non servono grandi programmi, servono strutture semplici:

🔹 Inserire il dissenso nelle riunioni come domanda obbligatoria:

“Qual è il rischio che non stiamo vedendo?”

🔹 Allenare la chiarezza dei confini:

“Questo posso farlo.” “Questo no.”

“Con queste condizioni sì.”

La sostenibilità relazionale non è spontaneità, è progettazione!

Domanda utile

Nel tuo contesto il confronto è uno spazio reale… o un rischio da evitare?

Parliamone se ti va…

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La fatica silenziosa di chi non sa dire di no: confini, colpa e bisogno di approvazione

Mettere confini sul lavoro, e nella vita personale, è una delle competenze più sottovalutate in assoluto.

Molti professionisti competenti e responsabili non hanno difficoltà a lavorare sodo, a gestire complessità o a prendere decisioni.

Hanno difficoltà a dire no, non perché non sappiano farlo, ma perché temono ciò che potrebbe accadere dopo.

 

> Quando il “sì” diventa automatico

La scena è familiare:

. Accetti una riunione in cui il tuo contributo non è davvero necessario.

. Dici sì a un favore anche se sei già stanco.

. Ti rendi disponibile per “non creare tensioni”.

Ogni singolo sì sembra piccolo; nel tempo, però, si accumula.

Il problema non è la disponibilità, è quando smette di essere una scelta e diventa un automatismo.

In quel momento non stai più decidendo consapevolmente, stai evitando di deludere.

 

> La cultura della compiacenza

In molti ambienti lavorativi la disponibilità viene premiata.

  • Chi si adatta viene percepito come collaborativo.
  • Chi non crea attriti viene considerato maturo.
  • Chi regge viene definito affidabile.

Il rischio è che il valore personale inizi a coincidere con l’essere utili, e quando il tuo valore dipende dall’approvazione, il no diventa pericoloso.

Non perché sia sbagliato, ma perché mette a rischio l’immagine che hai costruito.

 

> Il prezzo invisibile

Dire sempre sì non produce effetti immediati.

Il prezzo arriva lentamente. Si manifesta come:

•stanchezza persistente

•irritabilità che non sai spiegare

•risentimento verso chi “chiede troppo”

•difficoltà a concentrarti

•sensazione di essere sempre in rincorsa

Non è fragilità.

È sovraesposizione.

Ogni volta che ignori un tuo limite per proteggere l’armonia esterna, stai sacrificando equilibrio interno e prima o poi il corpo e la mente chiedono conto.

 

> Il grande fraintendimento sui confini

Molti temono che mettere confini significhi diventare egoisti, rigidi o poco collaborativi.

In realtà è vero il contrario.

Senza confini chiari:

  • l’empatia diventa esaurimento
  • la collaborazione diventa sacrificio
  • la professionalità diventa maschera

Dire no in modo rispettoso non distrugge relazioni sane.

Le rende più adulte.

Un sì detto controvoglia, invece, logora.

 

> Il coraggio di deludere (senza colpa)

Esiste una verità scomoda che pochi nominano: Non puoi proteggere ciò che è importante per te se non accetti la possibilità di deludere qualcuno.

Non si tratta di ferire, si tratta di smettere di considerare la delusione altrui come una tua responsabilità assoluta.

Quando inizi a dire no con lucidità:

  • il tuo sì acquista valore
  • le tue energie tornano disponibili
  • le relazioni diventano più trasparenti

Il confine non è una barriera, è una forma di manutenzione.

 

> Una domanda utile

Se oggi dovessi rivedere la tua agenda, quali sì sono davvero scelti… e quali sono stati dettati dalla paura di deludere?

E cosa temi possa accadere se inizi a dire qualche no in più?

Spesso non è l’evento a spaventare, ma l’immagine che pensi di perdere.

Il tuo valore non è proporzionale alla tua disponibilità, ricordalo!

 

> Lavorare senza logorarsi

Il tema dei confini, del bisogno di approvazione e del logoramento silenzioso è centrale nel mio lavoro con professionisti e team.

Non si tratta di diventare meno professionali.

Si tratta di diventare più centrati.

Nel mio ebook “Serenità sul lavoro” approfondisco proprio questi aspetti, con riflessioni ed esercizi concreti per imparare a lavorare senza consumarsi nel tentativo di piacere a tutti.

Se senti che questo argomento ti riguarda, puoi approfondire qui → https://go.hotmart.com/W104360582J

A volte il cambiamento non inizia con una rivoluzione.

Inizia con un no detto al momento giusto.

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Stress da lavoro correlato: la verità che nessuno dice (è che riguarda TUTTI…)

Quando parliamo di stress da lavoro correlato, quasi automaticamente pensiamo agli operativi: chi è al telefono tutto il giorno, chi è in produzione e deve correre dietro a tempistiche tirate, chi gestisce clienti, chi risolve emergenze, chi è nel flusso continuo del “fare”…

Ma la verità scomoda è un’altra: lo stress da lavoro non è democratico. Colpisce tutti. Solo che cambia forma.

E a volte, paradossalmente, più sali nella gerarchia… più diventa silenzioso, subdolo, e socialmente “invisibile”.

👉 Gli operativi pagano lo stress dell’iper-operatività. Incastonati tra procedure, richieste urgenti, scadenze continue, clienti difficili, aspettative sempre più alte.

👉 I manager pagano lo stress della responsabilità. Mediare, gestire, proteggere, decidere, regolare conflitti, mantenere equilibrio emotivo per tutti.

👉 Gli imprenditori pagano lo stress della solitudine decisionale. Quella pressione costante che non puoi condividere con nessuno: né con il team, né con i clienti, né con la famiglia.

👉 La verità: non esiste un lavoro “leggero”

Esistono solo pesi diversi.

E più spesso di quanto pensiamo, chi sta in alto non è affatto più “tranquillo”: è solo più bravo a nascondere il peso, perché socialmente ci si aspetta che “regga”.

Ed è proprio questo che manda molte persone in burnout: non il carico di lavoro… ma il carico emotivo non riconosciuto.

Allora cosa fare? Non ti propongo soluzioni magiche (non esistono).

Ti propongo invece tre punti essenziali, diversi per ogni lavoratore.

PER GLI OPERATIVI — tornare a respirare dentro i ritmi

1️⃣ Impara a distinguere urgenza da pressione – Non tutto è un’emergenza, anche se te lo presentano così.

2️⃣ Dai un nome alle emozioni – Se non riconosci cosa ti pesa, non puoi metterlo in ordine.

3️⃣ Chiedi chiarezza, non favori – Molto stress nasce dal “non detto”, non dal lavoro in sé.

PER MANAGER E DIRETTORI — smettere di salvare tutti

1️⃣ Non essere il “buffer emotivo” dell’azienda – Non puoi assorbire ogni tensione. Devi restituire responsabilità, non farti contenitore.

2️⃣ Comunica prima, meglio e con fermezza gentile – Il 70% dello stress nei team nasce da scarsa chiarezza, non da scarsa competenza.

3️⃣ Ricorda che guidare non è trattenere: è far crescere – Delegare non è perdere controllo: è creare capacità.

PER IMPRENDITORI E TITOLARI — togliersi il mantello dell’invincibile

1️⃣ Condividi la strategia, non il peso – Il team non può portare la tua ansia, ma può portare la tua visione.

2️⃣ Smetti di lavorare nel business e inizia a lavorare sul business – L’iper-operatività dell’imprenditore è uno dei più grandi sabotaggi aziendali.

3️⃣ Crea una rete di confronto – Un imprenditore solo diventa prevedibile, impulsivo e stanco. Un imprenditore sostenuto torna lucido e focalizzato sull’obbiettivo.

 

La domanda utile di questa settimana

👉 Quale parte del tuo stress non ha ancora ricevuto un nome?

Perché lo stress non riconosciuto non scompare: si accumula. E quando esplode, non avvisa.


Se vuoi lavorare in modo più profondo su te stesso/a o col tuo team, capendo come iniziare a gestire stress, limiti, comunicazione e confini nel lavoro, scrivimi e fissiamo una sessione di consulenza gratuita dedicata.

Oppure

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Serenità sul lavoro™ è un percorso che integra comunicazione efficace, consapevolezza emotiva e strumenti pratici per trasformare tensioni, frustrazione e blocchi in dialogo, chiarezza e azione sostenibile.

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Avere la scritta “Manager” nella Job title non basta…

C’è una verità scomoda che continuiamo a rimandare, soprattutto nelle organizzazioni:

non basta essere un buon manager per essere un leader.

Lo dice chiaramente anche John Kotter: “Le organizzazioni sono “over-managed e under-led”: piene di ruoli manageriali, ma povere di vera leadership.”

Il management serve a far funzionare un sistema. La leadership serve a costruirne uno nuovo o a trasformare quello che non regge più e questa non è una distinzione teorica, ma una frattura concreta che oggi, nel lavoro, si sente tutta.

Il manager organizza, pianifica, controlla, tiene insieme processi, obiettivi, risorse, aiuta le persone a fare bene ciò che già sanno fare.

La leadership, invece, fa un’altra cosa:

. ti porta fuori dal conosciuto.

. ti chiede di muoverti in territori dove non hai ancora risposte, dove non esistono procedure consolidate, dove l’incertezza non è un’eccezione ma la regola.

E questo, in un mondo che cambia sempre più velocemente, non è un dettaglio: è il punto.

Perché oggi non siamo in crisi di competenze tecniche (anzi, forse ne abbiamo fin troppe…) siamo in crisi di capacità di attraversare il cambiamento senza irrigidirci.

Molti manager funzionano benissimo finché il contesto è stabile, quando tutto è prevedibile, quando le regole sono chiare, quando le persone devono “solo” eseguire bene.

Ma cosa succede quando il sistema scricchiola?

Quando i modelli non reggono più?

Quando le persone sono stanche, disallineate, sotto pressione?

Quando le risposte del passato non funzionano più?

È lì che il management, da solo, non basta.

La leadership entra in gioco quando non puoi limitarti a far rispettare le regole, ma devi metterle in discussione, quando non puoi promettere certezze, ma devi offrire direzione e quando non puoi controllare tutto, ma devi saper reggere l’incertezza (tua e degli altri).

Ed è qui che arriva un’altra verità scomoda: la leadership non è comoda.

Richiede presenza e ascolto, non solo ruolo.

Richiede responsabilità emotiva, non solo autorità.

Richiede la capacità di stare nel disagio senza scaricarlo verso il basso.

E restare presenti, in quei momenti, non è affatto semplice.

Un leader non è quello che ha tutte le risposte, ma quello che sa restare presente quando le risposte non ci sono.

E restare presenti, in quei momenti, non è affatto semplice.

Significa non rifugiarsi nel ruolo, nel controllo, nelle procedure, significa non riempire il vuoto con soluzioni affrettate solo per sedare l’ansia (propria o altrui), significa tollerare l’incertezza senza scaricarla sul team sotto forma di pressione, rigidità o silenzi.

Quando le risposte non ci sono, emergono le emozioni: paura, frustrazione, vergogna, disorientamento, a volte rabbia.

Un leader che sa restare presente non le nega, non le minimizza, non le vive come una minaccia alla propria autorevolezza. Le riconosce come parte del processo.

Creare uno spazio sicuro non vuol dire abbassare gli standard o evitare il confronto.

Vuol dire costruire un contesto in cui le persone possano dire ciò che vedono, ciò che sentono, ciò che non funziona, senza il timore di essere giudicate, ridicolizzate o penalizzate.

È in quello spazio che il pensiero torna a muoversi, che le idee emergono, che la responsabilità diventa condivisa e non subita.

Un clima accogliente non nasce dalla gentilezza di facciata, ma dalla coerenza, dalla capacità di ascoltare davvero, dalla disponibilità a fare domande invece di imporre risposte, dalla presenza di qualcuno che regge il momento senza doverlo dominare.

In contesti complessi e in continuo cambiamento, la leadership non è dimostrare di sapere sempre cosa fare, è permettere alle persone di contribuire con ciò che sanno, di pensare insieme, di attraversare l’incertezza senza spegnersi, perché le organizzazioni non hanno bisogno di leader infallibili.

Hanno bisogno di leader sufficientemente presenti da non avere paura dell’umanità che emerge quando il sistema smette di funzionare come prima.

E no, non c’entra con il “buonismo”. C’entra con la maturità.

Perché guidare persone in contesti complessi significa anche riconoscere che emozioni, paure, resistenze non sono un ostacolo da eliminare, ma un dato di realtà da attraversare.

Ignorarle non rende il sistema più efficiente, lo rende più fragile.

Forse allora la domanda utile non è: “Che tipo di manager sono?”

Ma:

👉 Sono in grado di guidare quando il sistema non funziona più come prima?

👉 So reggere l’incertezza senza chiedere agli altri di pagare il prezzo al posto mio?

👉 Sto costruendo un contesto che funziona… o solo uno che regge?

Perché oggi la differenza non la fa chi sa far funzionare ciò che esiste, la fa chi ha il coraggio (e la responsabilità) di avviare un cambiamento reale.

E questa, piaccia o no, è leadership.


⚠️ Se sei un professionista che si sente ingabbiato nelle sue emozioni, che non riesce più ad esprimere se stesso nel contesto lavorativo, che vuole ritrovare il rispetto e la collaborazione che merita nelle relazioni professionali, forse è giunto il momento di prenderti cura di te.

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“MI PIACEREBBE RIUSCIRE AD ESSERE ME STESSO, SENZA AVERE PAURA DI ESSERE CONTINUAMENTE GIUDICATO!”

Questa richiesta è abbastanza ricorrente tra le persone che mi contattano perché vorrebbero sentirsi liberi di esprimere ciò che pensano (e ciò di cui hanno bisogno) nel contesto lavorativo, senza il timore di essere giudicati per ogni parola detta o per la possibilità che il concetto espresso possa essere male interpretato e così portare a scontri o chiusure con colleghi e responsabili.

In questo post ti spiego alcuni passaggi fondamentali per capire come iniziare ad uscire dal loop della “paura del giudizio altrui” e cominciare a sentirti più libero/a di esprimere i tuoi bisogni e necessità, anche nel contesto professionale, risultando sicuro/a di te.

La paura del giudizio altrui è un qualcosa che accomuna la maggior parte di noi.

Mi ci metto in mezzo anche io, perché è stato un ostacolo difficile da superare e che ogni tanto ritorna a galla, perché alcune credenze, soprattutto se sono state parte integrante del percorso di crescita di ognuno di noi, è davvero difficile sradicarle completamente. 

Ciò che è importante fare però è capire quando tornano a bussare alla nostra porta e riuscire a lasciarle sullo zerbino (si stuferanno di stare lì ad aspettare e se ne andranno da sole!) 

La paura del giudizio degli altri ha spesso radici nel passato, deriva da una visione distorta di noi stessi e della nostra capacità di metterci in relazione con gli altri.

Sfido chiunque stia leggendo questo post, nel dirmi che non ha mai pensato, almeno una volta nella vita: “chissà cosa penseranno gli altri se” :

– faccio/dico questo

– metto quello

– taglio i capelli così

– prendo questa decisione

– decido di separarmi/sposarmi 

– mi metto la gonna invece dei pantaloni

 etc etc… potrebbero esserci mille e uno esempi diversi!

Alla base di tutto questo ci sono delle insicurezze che contribuiscono a generare una bassa autostima e ci portano a provare ansia. Nei casi peggiori ci si confronta con una estrema timidezza che porta all’ isolamento; questo non fa altro che allontanarci maggiormente dagli altri, portandoci alla chiusura e alimentando nuovamente la ns insicurezza.

Capite che questo è un vero e proprio circolo vizioso che si auto alimenta e che è davvero difficile scardinare.

Ognuno di noi ha il suo percorso, i suoi valori, le sue credenze e i suoi bisogni, e per ognuno di noi è necessario lavorare sulla propria impronta, ma ciò che ci accomuna è che se abbiamo paura del giudizio altrui, difficilmente troveremo la sicurezza che ci permette di essere noi stessi nei contesti sociali e quindi di riuscire a dire ciò che pensiamo o ciò di cui abbiamo bisogno.

Su cosa è stato utile lavorare per le persone che hanno fatto con me questa parte del percorso? 

Inizialmente è stato importante capire e ammettere che ognuno di noi ha i suoi difetti, ma anche pregi e che se riusciamo ad identificarli, possiamo usarli a nostro vantaggio nel momento in cui ci mettiamo in relazione con gli altri.

M. ha scoperto di essere una persona particolarmente paziente, abbiamo lavorato su questo suo lato, per far sì che diventasse un suo punto di forza nel mettersi in relazione con i colleghi.

S. ha capito di essere una persona estremamente precisa e questo punto forte l’ha aiutata a tirare fuori la giusta sicurezza, quando doveva relazionarsi con il coordinatore.

A. ha capito di essere una persona socievole e solare e ha usato questa cosa per ritrovare la giusta armonia in ufficio.

Lo ripeto spesso (e non smetterò di farlo!) è necessario imparare ad apprezzarsi perché si è unici e delle nostre unicità, riuscire a fare i nostri punti di forza.

Man mano che acquisiamo sicurezza (e quindi lavoriamo sulla nostra autostima), la paura del giudizio altrui si allontana e poco a poco verrà sempre meno a bussare alla nostra porta.

E’ un processo di crescita personale, non può avvenire dall’oggi al domani, ma affrontando le situazioni che ci causano ansia, facendo piccoli passi e aumentando gradualmente la sfida (con noi stessi), acquisiremo la giusta fiducia che ci permetterà di essere noi stessi nei vari contesti sociali.

Non c’è giusto o sbagliato nell’essere noi stessi, anzi, portare sé stessi nella relazione con l’altro può portare tanta soddisfazione e una vita più autentica.

Se ti va, fammi sapere sotto nei commenti il tuo miglior “CHISSA’ COSA PENSERANNO GLI ALTRI SE…….”.

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DICI LA VERITA’ E GLI ALTRI SI ARRABBIANO! NON DEVONO ARRABBIARSI, E’ LA VERITA’!

… ma sei sicuro/a che la tua verità sia davvero ciò che loro vogliono sentirsi dire?

Sei convinto che dire sempre la verità sia l’unico modo per comunicare efficacemente, ma poi ti rendi conto che i tuoi colleghi si arrabbiano oppure sono risentiti dopo che hai detto ciò che pensavi?

In questo post ti spiegherò un passaggio fondamentale per riuscire ad essere davvero efficace nel passare il messaggio, qualunque esso sia, senza risultare troppo diretto o addirittura inopportuno.

Una cosa che aiuta tanto le persone che arrivano a me chiedendosi perché i colleghi sono così cattivi e scontrosi quando diciamo solo ciò che pensiamo, è il capire che forse la “nostra” verità non per forza deve essere anche la verità altrui. 

Mi spiego meglio…

Nel momento in cui noi facciamo un’affermazione, un commento, una constatazione (tipo “E ma cavoli come sei disordinato!”) su un fatto che riguarda quindi il comportamento altrui (nel caso specifico il disordine), quando portiamo la nostra verità (che tradotta potrebbe essere “che abbiamo bisogno di ordine”) rischiamo di giudicare il comportamento di quest’altra persona, elevandoci (a persona ordinata).

Se nel fare questa affermazione utilizziamo anche uno stile comunicativo un po’ troppo diretto (“perché tanto sto dicendo la verità, è palese!”) rischiamo di passare dalla parte del torto perché di fatto stiamo giudicando in toto il comportamento di un’altra persona.

Ciò che noi vediamo e sentiamo passa attraverso i nostri filtri e i nostri bisogni (il ns bisogno di ordine). 

Ciò che l’altro percepisce dalle nostre parole passa attraverso i suoi bisogni e i suoi filtri (il suo ordine non rientra nei nostri canoni).

Ecco che qui si incrina qualcosa e nasce l’incomprensione.

Come uscire da questo circolo vizioso?

Potremmo dire all’altro che “se entrambi riuscissimo a coordinare gli spazi in modo più ordinato, potremmo giovarne tutti nella gestione quotidiana del lavoro d’ufficio risultando così più efficienti, anche agli occhi dei responsabili”.

Prima di fare la tua affermazione o il tuo commento, quindi, cerca di spogliare il messaggio dal giudizio, valutando se ciò che stai per dire è davvero costruttivo.

Inoltre, è importante cercare di non utilizzare uno stile che sia passivo oppure aggressivo, perché non aiuterebbe a far passare il messaggio nel modo corretto e soprattutto è necessario fare in modo che il tuo corpo e il tuo tono di voce supportino il messaggio che stai portando, risultando coerente!

Spero che queste parole ti sia state di aiuto e che tu possa iniziare ad alleggerire il peso della quotidianità nel relazionarti con i tuoi colleghi, per ritrovare un po’ di serenità. 

Se sei interessato a lavorare sulle tue relazioni con colleghi e responsabili e così ritrovare la sicurezza, la collaborazione e la serenità tanto agognate, che ti possono permettere di concentrarti nuovamente sui tuoi obbiettivi professionali, contattami! 

Sarà un piacere fare una chiacchierata e capire se posso esserti di aiuto.

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“E TU, COME TI VEDI TRA 10 ANNI?”

La risposta può rivelare molto di noi, ma sappiamo cosa dire?

E’ una tra le domande più scomode che possono essere fatte, ad un colloquio di lavoro, un incontro tra amici o in una conversazione tra conoscenti; molti di noi rimangono ammutoliti, cominciano a tergiversare oppure ironizzano o danno risposte di convenienza.

In realtà sarebbe il caso di pensarci per davvero… La risposta ci rivela la proiezione inconscia della persona che vorremmo diventare, ci fa riflettere su ferite emotive, paure, incertezze, attitudini, valori e desideri che troppo spesso soffochiamo nella quotidianità o perché “è impegnativo” pensarci davvero!!

Potremmo vedere la risposta a questa domanda come un vero e proprio esercizio di crescita personale e per fissarci un obbiettivo a medio/lungo termine che in momenti bui potrebbe diventare la nostra “luce in fondo al tunnel”, alla quale aggrapparci per non mollare.

Perché proprio 10 anni? Perché è un periodo che ci permette di crescere, migliorarci, liberarci dalle zavorre del passato, fare luce sulla strada che vogliamo percorrere, valutare la nostra capacità di essere “resistenti” (ovvero come abbiamo saputo fronteggiare e superare in modo positivo anche gli eventi negativi nel percorso già affrontato). Chi mi conosce già lo sa, mi piace che ci si focalizzi non solo su ciò che riteniamo essere un limite o un “fallimento”, ma piuttosto focalizzarci su quanto di buono e positivo (e vincente) abbiamo fatto, su quel qualcosa che ci ha fatti davvero crescere e ci ha reso più forti.

Valutare come vorremmo essere tra 10 anni ci permette di capire se gli obbiettivi che ci siamo dati finora siano stati forse irraggiungibili, perché poco veritieri e non alla nostra portata, ci aiuta a ri-focalizzarci sui nostri talenti, per definire degli obbiettivi realistici e raggiungibili, perché così deve essere.

Anche se abbiamo un obbiettivo che sentiamo “lontano”, piuttosto spezzettiamolo in step intermedi, così da darci la possibilità di valutare i passi fatti lungo il cammino; il fatto che li stiamo raggiungendo poco alla volta e con i giusti tempi, ci aiuta a rimanere positivi e focalizzati sullo step intermedio successivo. Questo modus operandi è molto efficace, vi consiglio di applicarlo nei vostri piani a medio lungo termine.

D’altronde, se non ho mai corso, non posso pretendere di fare una maratona tra 3 mesi, piuttosto posso fissare step intermedi che allungheranno i tempi, ma mi aiuteranno a rimanere focalizzata sull’obbiettivo, alla luce dei progressi positivi che sto facendo. Fisso di riuscire a correre una 10 km tra 3 mesi, una mezza maratona tra 6 mesi e una maratona tra 1 anno. In questo modo continuerò a mettermi in gioco e a lavorare su me stessa per superarmi, avrò degli obbiettivi chiari e gli step graduali mi permetteranno di non esagerare e raggiungere la giusta forma fisica per fare la maratona, senza rompermi e senza mettermi troppo sotto stress. Provare per credere!

C’è chi non riesce ad immaginare un futuro diverso dal presente, perché probabilmente ha una visione rigida, forse legata ad un forte bisogno di controllo, oltre che ad una scarsa fiducia nel saper fronteggiare imprevisti, che letteralmente lo bloccano e limitano.

La realtà è che noi, adesso, non siamo più la stessa persona che eravamo 5 minuti fa e non saremo gli stessi tra 10 giorni. Come possiamo pensare di essere immutabili?

Sicuramente, le paure alimentate negli anni da esperienze, scelte e credenze che riteniamo “sbagliate”, risultano gravare sulla nostra capacità di decidere chi vogliamo essere, ci rendono immobili e ci mettono dei limiti che ci sembra impossibile superare.

E se invece potessimo iniziare a liberare la nostra immaginazione, senza metterci dei paletti, e così decidere di evolvere e, perché no, cambiare, andando verso ciò che si desidera? E finalmente riuscire a dire ciò che pensiamo a quella persona che tanto ci blocca, o fare quella esperienza che tanto ci spaventa, o prenderci quel tempo che tanto diciamo di non avere…

Immaginare il futuro permette di anticipare quanto potrebbe accadere e quindi ci aiuta a mettere in campo strategie che potrebbero aiutarci a superare eventuali ostacoli.

E così, visualizzare, provare a mettere nero su bianco, cosa vorremmo fare e diventare tra 10 anni ci aiuta a diventare più elastici e più pronti per avere le energie e la forza per superare eventuali imprevisti che è normale che accadano, ma se l’obbiettivo è chiaro e raggiungibile di fronte a noi, diventano superabili e noi non rischiamo di rimanere paralizzati di fronte ad essi.

Troppo spesso facciamo fatica a vivere con pienezza il presente e per questo non riusciamo ad immaginarci un futuro sereno a medio e lungo termine. In un certo senso, preferiamo lasciare le cose come stanno, sperando che le certezze che abbiamo acquisito non cambino. Così, eviteremo di fare lo sforzo di credere ancora una volta che tutto può trasformarsi in qualcosa di “meglio”.

Il trucco c’è ma non si vede. Come possiamo definire chi vogliamo essere tra 10 anni, cambiamenti inclusi?

Perdonandoci, lasciando andare i fatti accaduti nel passato che ci hanno feriti e non lasciandoci prendere dall’ansia di “cosa potrebbe accadere” nel futuro.

E’ necessario concederci un momento per prendere contatto con i nostri BISOGNI più profondi, solo così potremo iniziare a soddisfarli, attivando le nostre energie interiori per acquisire serenità e fiducia, immaginando il nostro futuro come un perfetto investimento su di noi, senza lasciarci travolgere dalle correnti, ma avendo ben chiara la direzione che vogliamo prendere e la strada da percorrere.

Smettiamola di voler controllare tutto, la vita è meravigliosa proprio perché ogni giorno ci mette di fronte a nuove sfide e progetti inaspettati. La nostra forza nasce dal saperci ascoltare con attenzione, per lasciarci così sorprendere e non sopraffare dagli eventi.

E tu? Come ti vedi tra 10 anni?

Hai voglia di condividere con me il tuo pensiero?

Mi farebbe molto piacere…

drag queen in dressing room

PERCHE’ TI SOTTOVALUTI?

Sei anche tu una persona che ha la tendenza a sottovalutarsi?

A non credere nelle sue capacità?

A pensare che gli altri siano sempre meglio di te, pertanto, cerchi di rimanere in seconda fila per non dare troppo nell’occhio ed evitare di esporti?

Benvenuto/a!

Sai qual è il problema vero? Che viviamo in una società competitiva, che sottovaluta il benessere delle persone, che evidenzia principalmente le cose positive, i grandi risultati, le cose eclatanti e che ci chiede di essere sempre al 130% delle nostre possibilità!

Ci ascoltiamo pochissimo e siamo sempre a rincorrere ciò che pensiamo gli altri si aspettino da noi: performanti sul lavoro, presenti con la famiglia, casa pulita e ordinata, frigo pieno di cibo, sport e palestra, vestiti stirati, impegni incastrati fino a metà 2024…

Non c’è spazio per pensare, per respirare, per riequilibrarci con noi stesse/i, per fare ciò che ci piace o anche solo per oziare, perché “Oziare è da perdenti!”

Ci credi davvero in tutto questo?

Credi davvero che l’unica cosa importante sia dimostrare al mondo che sei sempre sul pezzo, indaffarata/o, sempre in movimento, che non hai mai un minuto libero… davvero è questo ciò di cui hai bisogno?

Ecco, perché di bisogni si tratta!

Se il tuo personale bisogno va in contrasto con questa modalità di “vivere” la tua quotidianità, quasi sicuramente ti sentirai schiacciata/o da un peso che ti porta a sentirti inadeguata/o.

Il senso di inadeguatezza porta inevitabilmente a sottovalutarsi, limitando la capacità di gestire le relazioni interpersonali, in ambito privato e professionale. Questo circolo vizioso però va ad alimentare la mancanza di fiducia in te stessa/o, insicurezza, complessi e ansia.

Quindi magari ti sei trovata/o a dover gestire tachicardia, giramenti di testa, affanno e addirittura attacchi di panico.

Se sì, il tuo cuore e il tuo corpo stanno cercando di mandarti un segnale; stanno cercando di dirti che forse questo tipo di “vita” non è la vita che vorresti, non ti appartiene, non appaga i tuoi bisogni primari, i tuoi desideri…

Proviamo ad approfondire quali sono questi segnali e vediamo come possiamo provare a gestirli, riscoprendo quell’IO sepolto che ha bisogno di emergere!

  1. Dai priorità al benessere/alle necessità degli altri, mettendo in secondo piano le tue.

Così facendo ti sembrerà di essere gentile e altruista, in verità stai mettendo la felicità e i bisogni degli altri prima dei tuoi. La realtà è che tu vali quanto gli altri, per cui meriti esattamente la stessa felicità e hai diritto a soddisfare anche i tuoi bisogni! Non è riprovevole mettersi sullo stesso piano di chi abbiamo accanto… anzi, riequilibra la relazione, aiutando a mettere basi solide e durature.

  • Sei troppo modesto e quando ti viene fatto un complimento subito sminuisci!

La modestia (mascherata da insicurezza) non ti permette di lasciarti “amare” dagli altri. Accettare un complimento è un ottimo modo per mettersi in connessione con l’altro. Essere umili è una virtù meravigliosa, ma essere consapevoli dei propri punti di forza e applicarli quando necessario, fa di te una persona equilibrata e meno insicura. Se sei stata/o brava/o dittelo e lasciatelo dire!

  • Vai alla ricerca della conferma altrui per ogni cosa (un abito nuovo, un pensiero, una risposta,…)

“Come sto?”, “Cosa faccio?”, ”Se dico questo va bene?” Sebbene questo non porti a nulla di realmente negativo, ti mette sempre in secondo piano rispetto a ciò che l’altro pensa. Non hai la necessità di affermarti sulla base di ciò che l’altro dice o pensa che dovresti dire/ indossare. La tua personalità ti appartiene ed è il tuo valore aggiunto, che sia essa espressa attraverso un abito, un modo di dire o di fare. E poi, le tue opinioni sono tue ed è giusto farle valere (senza essere aggressivi, certo…)

  • Metti in dubbio le tue possibilità e capacità.

Ognuno di noi è unico e pertanto ha il diritto di esprimersi secondo la sua personale volontà. Se sei una persona che si sottovaluta fai fatica a vedere i tuoi obbiettivi realizzati, ma perché passi il tempo a realizzare quelli degli altri. Sei il risultato delle tue esperienze passate, non focalizzarsi solo sui fallimenti è la chiave. Prova a pensare a quante cose belle, importanti hai fatto, alle battaglie vinte, ai momenti difficili superati… tu sei quella persona, hai quella grinta e hai quelle capacità!

  • Fatichi ad uscire “dal tuo guscio”

Fai fatica a trovare la forza per metterti in gioco perché pensi di non essere abbastanza, di non avere le capacità. Nessuno è perfetto, nessuno nasce “imparato”, la strada di fronte a noi ce la costruiamo giorno dopo giorno, ma se non ti dai la possibilità di crescere, sperimentare e andare avanti, rimarrai sempre nel tuo orticello, bloccato. Sperimenta, ritrova la curiosità che avevi quando eri bambino e prova a metterti in gioco. Sbagli, cadi, ti rialzi… come tutti. Non hai nulla di meno degli altri!

Basare le nostre scelte sul giudizio degli altri ci porta inevitabilmente a tarparci le ali da soli.

La quotidianità è già complessa, le relazioni difficili e le soddisfazioni poche, cerchiamo di non sabotarci con le nostre mani!

Amiamoci un pochino di più e impariamo a gestire la nostra ansia e le nostre paure: che bello essere imperfetti, ma felici!

Se hai necessità di riprendere in mano la tua vita, imparando a gestire le emozioni, per riscoprire il tuo IO interiore e capire come dare valore ai tuoi bisogni, senza sentirti inadeguata/o, contattami e cerchiamo di capire insieme se posso aiutarti ad iniziare questo cammino.

Progetto senza titolo

COME VINCERE LA PAURA DEL GIUDIZIO ALTRUI?

Troppe volte ci troviamo ad avere paura di “fare o dire cose” solo perché pensiamo “CHISSA’ COSA PENSERANNO GLI ALTRI…”

Perché questo accade? E poi… possiamo svincolarci da questo pensiero per riuscire ad essere le persone che vogliamo, senza limiti o pregiudizi?

La risposta è SI’!

Ciò che troppo spesso non consideriamo è il fatto che ciò che pensano gli altri per noi è importante perché, se è un qualcosa che possiamo considerare positivo, ci aiuta ad aumentare la nostra autostima, alimentando sicurezza e fiducia in noi stessi.

Se una persona ti dice: “Come sei bella oggi!” la tua giornata probabilmente prenderà una piega diversa. Ti sentirai più serena e di riflesso il tuo atteggiamento nei confronti degli altri e della giornata stessa sarà più positivo.

 Pensa invece se una persona ti dicesse: “Che brutti pantaloni che hai oggi! Così larghi!!” è facile che la tua giornata prenda una piega meno radiosa e spumeggiante. Forse inizierai a pensare che ha ragione, che sono brutti, che sembri più grassa, che “Ecco, non dovevo comprarli, lo sapevo”…”In effetti, non sono da me!”

 Mi soffermo su questa frase perché è di una potenza pazzesca: “Non sono da me!”

Cosa stai cercando di dirti con questa frase? Prova a pensare…

Hai comprato questi pantaloni perché ti piacevano e ti facevano sentire a tuo agio, perché il colore ti ha colpita, perché la forma è particolare, ma confortevole, perché ti permette di coprire quelli che vedi come tuoi difetti, ma riescono in qualche modo a risaltare invece i tuoi pregi… li hai comprati perché ti fanno stare bene, e non vedevi l’ora di metterli!

Tutto crolla perché qualcuno ti dice che non gli piacciono.

Ecco che nella tua mente parte subito il pensiero che l’altro ha ragione, perché questi pantaloni vanno “fuori” dal tuo modo di vestire solito e quindi cominci a mettere in dubbio la tua scelta e a pensare che DEVI ritornare nei ranghi, perché così non va bene.

Ma chi lo dice che non va bene?

Arrivi addirittura a convincere te stessa che non va bene…

Perché? Perché hai riposto nel giudizio degli altri il metro con il quale tu stessa ti misuri.

Ma cosa c’è di sbagliato nel mettere un paio di pantaloni diverso dal solito?

Potrei capire che magari, se fossi uscita in mutande, la cosa avrebbe potuto essere in effetti commentabile (ma per altre ragioni, quali il buon costume e la decenza), ma detto questo, se sei solita mettere i jeans e invece oggi avevi voglia di mettere proprio quei pantaloni morbidi e colorati, perché ci stai bene e ti senti a tuo agio, chi lo dice che non puoi metterli?

I nostri atteggiamenti sono condizionati da paure, pregiudizi e preconcetti spesso legati ad esperienze passate, a come siamo cresciuti, alle persone che ci hanno accompagnato nei primi anni della nostra vita e ai condizionamenti.

Ogni società, ogni ambiente, ogni gruppo ne possiede di specifici, spesso legati al bisogno del perfezionismo, ai sensi di colpa, falsi miti, etc..

Questi sono tutti pensieri irrazionali.

Pantaloni a parte, ti riporto alcuni esempi, per meglio farti capire…

1.      Devo piacere a tutti e andare d’accordo con tutti.

2.      Devo essere perfetto.

3.      Quando le cose non vanno come vorrei, è una catastrofe.

4.      È più facile evitare certe difficoltà della vita, piuttosto che affrontarle.

5.      Gli altri dovrebbero comportarsi come dico io.

Questi pensieri provocano sofferenza emotiva, in particolare ansia, senso di colpa, tristezza e rabbia.

Se, quando salgono in noi pensieri di questo tipo, riuscissimo ad accorgercene, facendo ricorso alla razionalità, sarebbe possibile smascherare la falsità di queste affermazioni, ridimensionando così la portata negativa che questo pensiero ha in noi e la relativa nascita di emozioni altrettanto negative. Diventare consapevoli di questo gioco mentale, diventa quindi la chiave.

Ecco che allora, se la persona che incontriamo proprio quel giorno in cui abbiamo messo dei pantaloni diversi, ci dice: “Che brutti pantaloni che hai oggi! Così larghi!!” riuscirai ad avere la prontezza di riflessi per rispondere:

“A me piacciono molto, sono un po’ diversi dal solito, risaltano la mia solarità!”

Ecco che il giudizio della persona di fronte a noi non peserà più come un macigno, ma anzi sarà un modo per confermare a me stessa che “Oggi ho deciso di essere me stessa e di vestire ciò che volevo e porterò a testa alta questa mia decisione, sicura di me e delle mie volontà!”

Abbiamo paura del giudizio altrui, ma siamo noi i primi a giudicarci!

Non giudicare non significa non operare delle scelte, ma piuttosto discriminare ciò che è più adatto a noi e viverlo totalmente, senza bisogno di prestare attenzione al bisogno compulsivo della nostra mente di formulare a tutti i costi una opinione, sia essa positiva o negativa.

E’ vero, è pressoché impossibile non giudicare, ma è possibilissimo lasciare andare tutto il carico emotivo che si porta dietro il giudizio. 

Giudicarci sempre “non adeguati” o “fuori posto” non fa altro che alimentare la nostra sicurezza e la nostra fobia sociale legate proprio alla paura del giudizio altrui.

Quindi??

Leggerezza e non giudizio! E se agli altri non piacciono i pantaloni che portiamo?! Pazienza!! Guarderanno altrove se sono così disturbati…..” 


Se sei interessata/o ad imparare a gestire le tue emozioni, a liberarti dal peso del giudizio altrui e vuoi imparare ad approcciare la tua quotidianità e le tue relazioni con più leggerezza, contattami e cerchiamo di capire se posso esserti di aiuto per iniziare la tua trasformazione!