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CRITICARE IN MODO EFFICACE E COSTRUTTIVO

Uno degli aspetti fondamentali per comunicare efficacemente è quello di prestare attenzione a chi abbiamo di fronte, riconoscere che lui/lei, come noi, ha il diritto di provare delle emozioni, di dire ciò che pensa e di essere se stesso.

Il tutto può essere riassunto in due parole magiche: empatia e assertività.

Queste ci permetteranno di riuscire ad elevare la nostra relazione ad un livello superiore, basato sul “gioco alla pari”.


Ma, nel caso in cui sia necessario dissentire con il comportamento del nostro interlocutore, come possiamo rivolgergli una critica in modo efficace (mantenendo il livello della comunicazione su un piano costruttivo)?

In questo articolo vedremo in 5 punti come formulare critiche costruttive e apprenderemo 3 trucchi per imparare a gestire la nostra emotività nel caso in cui le critiche siano rivolte a noi. Questo ci aiuterà a gestire le relazioni private e nel mondo professionale, al meglio.

CRITICA COSTRUTTIVA O DISTRUTTIVA?

Una critica, per essere considerata COSTRUTTIVA, deve necessariamente essere ben formulata focalizzandoci su ciò che è statofatto, piuttosto che sull’interpretare un certo episodio come risultato di una mancanza/difetto dell’altra persona.

Questa tipologia di critica è sempre supportata da esempi specifici e ricca di buone intenzioni, per non demotivare l’altro, quanto più per aiutarlo a crescere e migliorare.

Chi fa la critica dovrebbe essere pronto, inoltre, ad accogliere idee differenti dalle proprie in merito a possibili soluzioni e azioni successive alla critica stessa, anche diverse da quelle pensate o proposte; se questo avviene vuol dire che la critica è stata emessa ed è arrivata nel modo corretto ed è servita come strumento nel processo di crescita personale dell’altro.

Una critica invece mal posta, innesca in chi la riceve una reazione di difesa e contrattacco. 

Una critica quindi DISTRUTTIVA porta con sé la mancanza di fiducia per un possibile miglioramento, perché facciamo credere all’altro che gli errori commessi dipendano da qualche difetto del suo essere, attaccandolo personalmente. 

Se poi lo facciamo in pubblico, davanti agli altri, danneggiamo anche la sua autostima. 

Con queste premesse spingiamo l’altra persona ad arrendersi e a non impegnarsi per cambiare. Da evitare!!

Quindi, come formulare critiche costruttive efficaci?


Di seguito alcuni consigli per esercitarsi nel criticare in modo costruttivo.

1. Portare esempi specifici

Individuare un esempio specifico o uno schema/un’azione ricorrente, che crea disagio. 

Non generalizzare, bensì distinguere ciò che la persona ha fatto bene da quello che potrebbe migliorare.

(TIP: si parte sempre proprio da ciò che è stato fatto bene, per poi passare a ciò che invece necessita di essere migliorato, perché così la persona è meglio disposta ad ascoltarci anche quando arriverà la “nota dolente”)

Il trucco è non essere vaghi, per paura di “colpire” nel segno. 

In realtà specificare COSA non va bene del comportamento/azione altrui è fondamentale per focalizzare l’attenzione esattamente su quello. 

In aggiunta, se riusciamo ad essere specifici anche nel fare il complimento, questo arriverà più “potente”. 

2. È preferibile fare riferimento ai comportamenti e non alle persone:

L’interlocutore non deve sentirsi attaccato; la critica deve essere percepita positivamente, come una occasione di crescita. 

È quindi fondamentale fare riferimento all’azione che reputiamo essere da migliorare, non al fatto che la persona ha eseguito erroneamente quella azione.

Ecco alcuni esempi:

“Non capisci nulla” > “Non hai capito ciò che intendevo dire/Forse non mi sono spiegato bene io…”

“Sei inaffidabile” > “Ho temuto di non potermi fidare di te perché…..”

“Sei disordinato” > “Perché non provi a riordinare le tue cose, così l’ufficio avrà un aspetto migliore?”

Provare per credere….

3. Fallo di persona

Per dire qualcosa di spiacevole ad una persona, è necessario farlo vis a vis e non tramite e-mail/Whatsapp. 

(Lo so che davanti ad uno schermo riusciremmo probabilmente ad essere maggiormente incisivi, ma NO! Non si fa… voi vorreste essere lasciati dal vostro fidanzato per messaggio? 

È la stessa cosa… provate a mettervi nei panni dell’altro.)

È vero che in questo modo si mitigano imbarazzo e agitazione, ma si è meno credibili agli occhi di chi riceve la segnalazione. Assumendoti le tue responsabilità, facendolo quindi di persona, la conversazione potrà subito essere sviscerata, lasciando la possibilità di chiedere e dare spiegazioni, assicurandoti che il messaggio non venga male interpretato.

4. Non importi mai

La critica serve per mostrare un diverso punto di vista, senza dare “ordini” su come sia giusto o sbagliato comportarsi o agire. 

La critica deve dare la possibilità di considerare prospettive differenti, non valutate, puntando su aspetti da migliorare/correggere. 

(Ricordiamoci che ognuno di noi è fatto “a modo suo”, quella che potrebbe essere una strada che potrei intraprendere IO non necessariamente sarà la stessa che prenderesti TU, o magari sì, ma la percorrerai in modo differente. )

Lasciamo che le persone, grazie ai nostri spunti, facciano proprio l’argomento e lo utilizzino a modo loro. Così sì che la persona intraprenderà la propria strada di crescita e sarà stimolata ad andare avanti.

5. Non dilungarti

Arriva subito al punto, ma ricordati di partire sempre enfatizzando i lati positivi. 

Poi, spiega in modo preciso e puntuale quali sono invece gli aspetti da migliorare. 

Non dire e ribadire lo stesso concetto troppe volte, passa un messaggio chiaro e assicurati che sia arrivato. Chiedi anche alla controparte cosa ne pensa, per stimolare il confronto.

Servirà anche a te per avere un diverso punto di vista della cosa, che nell’ottica del miglioramento continuo è sempre da considerare.

(Ricorda, in questi casi vale il concetto: “LESS IS MORE”)

COME GESTIRE UNA CRITICA e quindi reagire a chi ti critica?


E se la critica fosse fatta a te??

(Difficile essere dall’altra parte, vero?!)

Ecco alcuni spunti per capire come gestire la tua emotività quando ti senti criticato:

  1. Se la critica è rivolta al tuo comportamento, accoglila come occasione di crescita e non come un attacco personale. Se viene fatta sul lavoro o in riferimento a qualcosa di concreto vedila come un’opportunità di crescita e miglioramento 

(In più se proviene dal tuo referente, considera che potrebbe essere un’occasione per lavorarci su insieme e assorbire ancora un po’ di “sapere”)

  1. Non contrattaccare o difenderti a spada tratta,specie durante una discussione. 

Evita di spostare il focus su quanto fatto da altri, perché sposta il problema, non lo risolve. Fermati un attimo, respira, fai mente locale su quanto ti viene segnalato e se non te la senti di rispondere subito perché ti senti emozionalmente instabile, ringrazia per la segnalazione e chiedi qualche minuto per ragionarci su. 

A mente fredda riuscirai a trovare un modo per elaborare quanto ti è stato detto e troverai un modo per rispondere/reagire. 

Ricorda che le risposte di impulso, nel 99% dei casi, non sono mai quelle più giuste da dare!

  1. Se la situazione si accende eccessivamentechiedi una pausa, prenditi un attimo per “digerire” quanto sta accadendo, così da non passare subito al contrattacco, magari dicendo cose di cui potresti poi pentirti.

È meglio pensarci a “freddo” e ritornare poi alla persona che ci ha fatto l’osservazione chiedendo chiarimenti, per approfondire quanto precedentemente segnalato.

Sarà un modo per innescare una discussione proficua e costruttiva.

Questo è un argomento a cui sono molto legata perché in effetti il “non dire mai” ciò che pensiamo oppure il “dire sempre ciò che pensiamo” (perché essere diretti è il mio modus operandi preferito), potrebbe fare più danni che altro…

Come sempre, non è tanto il COSA andremo a dire, ma più il COME passiamo il messaggio, che nell’ambito fella critica è davvero fondamentale per non incrinare le relazioni.

Ti è stato utile? Spero di sì…

Hai domande? Contattami, sarà un piacere confrontarci!

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VIVERE NEL PRESENTE

Fare un passo indietro nella nostra mente per passare dalla modalità del fare alla modalità dell’essere è un’abilità centrale nella pratica della mindfulness. Se prestiamo attenzione a sensazioni, pensieri e sentimenti, le energie negative nella nostra mente perderanno gran parte del loro potere.

La modalità del “fare” è quella dell’efficienza.

Ci viene chiesto giornalmente di essere efficaci ed efficienti, veloci, performanti e lo spazio che dedichiamo al correre avanti e indietro per portare a termine scadenze, urgenze, problemi (degli altri) è tanto, a volte troppo e porta inevitabilmente a risvolti negativi al nostro “essere”.

Quando entriamo in questa modalità, mettiamo il pilota automatico (spesso ci preoccupiamo per il futuro e siamo in ansia per il passato) e non ci lasciamo davvero toccare da ciò che proviamo o potremmo provare, non c’è tempo!!

In confronto, in effetti, la modalità dell’essere può sembrare piuttosto noiosa e poco attraente: dopo tutto, che senso ha starsene seduti lì, con la mente calma, nel silenzio… a meno che tu non sia un monaco buddista o un mistico, lo consideri tempo perso!

Ecco, la modalità dell’essere non appartiene solo a chi è più incline alla spiritualità: quella consapevolezza di base, non giudicante, che arriva in primo piano quando si entra consapevolmente in questa modalità è sempre a nostra disposizione. 

Può regalarci nutrimento e calma nella nostra frenetica vita del fare.

Si potrebbe vedere quasi come un “coffee break”, ma invece del caffè, è tempo che ci doniamo per ricarica le energie e ritrovare il nostro equilibrio.

Potremmo chiamarlo “balance break”.

Abbinando la modalità dell’essere mantenendo attenzione alle sensazioni, ai pensieri o ai sentimenti aiuta ad essere effettivamente più efficaci quando entriamo nella modalità del fare.

E’ importante riuscire a stare (nel momento presente) per qualche secondo, ascoltarsi e anche se si viene invasi da una moltitudine di pensieri e di “dovrei”, provare a lasciar scorrere tutto, rimanendo concentrati sul qui e ora, non lasciando spazio per passato o futuro, per l’ansia o per qualsiasi altra emozione negativa.

Non combattiamo i pensieri che si intrufolano nella nostra mente, in quel momento lasciamolo scivolare via, nello stesso modo in cui vi è entrato. Non si combatte il pensiero, perché altrimenti si ricade nella modalità del fare : pensare ”devo scacciarlo”… non funziona!

Cosa devo fare se la mia mente viene improvvisamente distratta da un’emozione o da un pensiero?

Semplicemente osservarlo: senza giudicarlo/giudicarti e senza interagire con esso.

Quali sono le modalità del fare?

  1. Giudizio: chiederti se hai detto o fatto la cosa giusta
  2. Autocritica : Pensare che dovresti essere più tollerante/intraprendente/produttivo…
  3. Farsi travolgere dalle emozioni : Arrabbiarti con il collega e chiedersi come abbia potuto essere così scortese
  4. Ripensare continuamente : Tornare con la mente al passato, che sia con ansia, rammarico o qualsiasi altra emozione
  5. Elucubrare : Chiedersi se ad una festa ci sarà da mangiare o se l’assicurazione ti coprirà se dovessi rompere gli occhiali o se domani pioverà…
  6. Reagire : reagire d’istinto invece che fermarsi un attimo a pensare alla migliore soluzione da prendere

L’autocritica e il perenne vagliare ogni tua decisione, sono sinonimi di una mente incastrata nella modalità del fare.

I segnali della modalità dell’essere:

  1. Reattività : non reagire a nessuna distrazione interna o esterna, limitandoti ad osservarla e lasciarla andare
  2. Attenzione : focalizzarsi sul momento presente e, se ci si distrae, riportare l’attenzione sull’oggetto della concentrazione (un’emozione, un oggetto, uno stato d’animo, una risposta…)
  3. Non giudizio: non pensare a ciò che succede o è successo, lascia andare i “dovrei” e fai spazio ai “sarebbe dovuto succedere…”
  4. Accettazione : non criticarsi e non sentirsi delusi da se stessi, ripensando ad un errore commesso. Tutti sbagliamo, non c’è nulla di irreparabile.
  5. Non cedere alla passività : il non prendere decisioni, non pianificare, non risolvere i problemi appartiene alla modalità del fare
  6. Non farsi travolgere dalle emozioni : sganciarsi dalla storia che sta dietro ad ogni emozione e concedersi di viverla per quella che è.

Che dite?! Siamo pronti per provare a lasciar andare un’abitudine tra le modalità del fare e così far entrare nella nostra quotidianità una nuova pratica appartenente alla modalità dell’essere?

Su quale nuova azione dell’essere vorreste provare a lavorare?

Fatemi sapere nei commenti e se volete, confrontiamoci!

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COMUNICARE CON GLI ALTRI

Il dialogo ideale dovrebbe muoversi in un equilibrio di reciproco dare e avere. 

Talvolta la nostra mente errante fa affiorare un ricordo o un’associazione di idee, che di fatto stimolano la conversazione. Ma se la mente vaga troppo, il rischio è di confondersi.

Una buona conversazione a due (come se fosse una partita di tennis) è un’alternanza tra le parti.

Gli attori del dialogo passano dall’ascoltare al parlare, in un flusso ininterrotto di confronto reciproco.

L’ansia di uno dei due o di entrambi potrebbe anche interrompere il flusso, spingendo uno dei due a spostare l’attenzione verso i propri pensieri, togliendo quindi attenzione all’altro.

Spesso sentiamo dire che saper conversare è un’abilità.

Tuttavia, pensare ad una conversazione come ad un esercizio di abilità, significa sottovalutare uno dei beni più preziosi che abbiamo: la relazione con l’altro.

In una conversazione davvero attiva diamo e riceviamo, siamo “insieme” nel momento presente (tanto che CON di “con-versazione” in latino significa INSIEME).

Se ci allontaniamo, permettendo alla nostra mente di vagare, non siamo quindi davvero nel QUI&ORA: non stiamo conversando, ma solo parlando.

Capita spesso di scegliere stili comunicativi diversi, a seconda delle situazioni in cui ci troviamo; è nelle conversazioni più misurate che abbiamo più probabilità di incontrare delle difficoltà, poiché sono quelle in cui affrontiamo questioni più significative.

Parlare con estranei, con semplici conoscenti, con persone autorevoli, con alcuni colleghi, può essere fonte di grande ansia, portando a sentirsi inferiori, svantaggiati, temendo il giudizio di chi reputiamo essere più competente o ci porta a non avere il coraggio di dire cosa davvero pensiamo, perché siamo fuori dalla nostra comfort zone.

All’estremo opposto, nelle conversazioni con amici più stretti, con famigliari o con il partner, possono riaffacciarsi in un baleno vecchi meccanismi di risentimento o senso di colpa e mandare in fumo ogni progresso comunicativo.

Quindi, che fare?

Nelle conversazioni più difficili, prenditi il tempo di cui hai bisogno per stabilire cosa vuoi trasmettere e dire. E’ importante che fra te e il tuo interlocutore si crei un’apertura, attraverso cui far passare vissuti e sensazioni. E’ necessario essere quanto più sinceri in merito alle emozioni che si stanno provando. Se sei empatico il tuo intento di comprendere il punto di vista dell’altro verrà percepito e ricambiato.

Ecco i passi per una conversazione di QUALITA’:

  1. Una buona conversazione è quella in cui si è presenti con consapevolezza, presentando la giusta attenzione all’altro.
  2. Mentre ascolti l’altro non pensare a ciò che dirai dopo: ascolta, osserva e assorbi quanto l’altro ti sta donando.
  3. Non esprimere giudizi : concentrati su ciò che viene detto e ignora ciò che non fa parte del dialogo. Leggi il linguaggio del corpo, ma non soffermarti sulla superficie.
  4. Non parlare sopra : se lo ritieni indispensabile chiedi il permesso di interrompere il discorso.
  5. Godi di questa occasione di arricchimento: una buona comunicazione è naturale e salutare. Assapora l’incontro e godi della scoperta.

Ti ci ritrovi? Pensi di essere una persona attenta alla qualità delle proprie conversazioni? O hai trovato utili questi consigli?

Fammi sapere nei commenti!

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IL CARISMA: COME ALLENARLO

L’abilità di comunicare e di riuscire a creare efficaci relazioni interpersonali è strettamente legata a quanto piacciamo, in primis, a noi stessi. Autostima e consapevolezza giocano un ruolo fondamentale per sentirci liberi di esprimere noi stessi nei contesti sociali e professionali.

Vediamo insieme come il carisma può aiutarci nell’impresa!

Quali sono i trucchi per gestire in modo efficace le relazioni con gli altri?

Per gestire ogni situazione sociale, per saper rispondere ad ogni imprevisto, per avere sempre la risposta pronta, per non farci cogliere impreparati, dobbiamo allenare le nostre abilità di ascolto e osservazione.

Cosa osservo? Cosa ascolto? 

CONTESTO: ambiente, le persone intorno a noi, luci e ombre … 

Questo ci serve per due cose: per permetterci di essere a nostro agio in un ambiente che non conosciamo e per usare le informazioni intorno, a nostro vantaggio. 

PERSONA: osservare e ascoltare l’interlocutore è fondamentale! 

Come parla, quali parole usa, come si pone in generale (atteggiamento, voce, postura…)

Le diverse situazioni sociali possono essere sfide o opportunità e, questo, dipende dal nostro punto di vista: quanto ci sentiamo abili nelle relazioni interpersonali?

L’insicurezza ci fa tentennare proprio in quelle situazioni sociali che per noi sono molto importanti. Il saper gestire al meglio la comunicazione e le relazioni interpersonali ci fa sentire bene. 

La chiave nella comunicazione e nelle relazioni è la consapevolezza. 

E’ necessario essere consapevoli del fatto che il significato di ciò che diciamo passa, anche e soprattutto attraverso il linguaggio del corpo.

Pertanto, se non usiamo in modo consapevole la comunicazione non verbale, potremmo dare un’idea di noi che non corrispondente alla realtà (attenzione quindi ai livelli della comunicazione!)

Cosa vuol dire essere carismatico? Come può il carisma aiutarci nelle relazioni?

Il carisma si può coltivare e potenziare! Il primo passo, quindi, è essere convinti che la miglior strada per raggiungere i propri obiettivi, sia la fiducia in se stessi. 

Il carisma è una somma di potenzialità e qualità che ognuno ha dentro di sé e che la propria storia personale può rendere più o meno visibile. Questa serie di qualità e potenzialità ci permette di avere uno straordinario impatto sulle persone. 

E allora…. Quali potrebbero essere le caratteristiche di una persona carismatica? 

Ad esempio: consapevolezza, sicurezza, affidabilità, empatia, credibilità, socievolezza, proattività, coerenza, l’essere coinvolgente e stimolante.

Ora che abbiamo visto le caratteristiche personali, quali invece i comportamenti che attua una persona carismatica nella relazione con gli altri?

Ad esempio: assertività, ascolto, coerenza, mediazione, persuasione, socialità, autorevolezza, influenza, stimolazione e negoziazione. 

Quindi, possiamo dire che:

“Il carisma è un insieme di tratti caratteristici e comportamentali che rendono un individuo credibile e influente per gli altri”

Il carisma è quindi una soft skill che raccoglie tutti quei tratti e comportamenti che rendono l’individuo credibile, autorevole ed attraente agli occhi delle altre persone. 

Una persona carismatica è coinvolgente, simpatica, affidabile e, in molti casi, un po’ “magica”. 


Vediamo quindi 6 punti cruciali/caratteristiche fondamentali per alimentare il nostro carisma:

1. Le persone con un’intelligenza emotiva elevata sono consapevoli delle proprie emozioni, nonché delle emozioni di coloro che li circondano. Questa consapevolezza permette loro di rimanere focalizzati nel dare alle persone ciò di cui hanno bisogno, emotivamente.

2. L’empatia è una parte importante di questo processo: allenare l’empatia non criticando o giudicando.

Quando sei in grado di comprendere le prospettive, i desideri e le esigenze di altre persone, apri la porta ad una maggiore comprensione e connessione.

Cercare di sviluppare empatia e intelligenza emotiva tenendo sotto controllo le nostre emozioni, specialmente quando siamo stanchi o stressati è un ottimo punto di partenza. 

3. Una persona che utilizza il proprio carisma è una persona che comunica con assertività. 

Chi è la persona assertiva? Chi sa congratularsi, criticare e accettare critiche, chi si prende la responsabilità delle proprie decisioni e delle proprie azioni e chi costruisce la sua vita senza essere influenzato dalle pressioni esterne. 


4. Autoconsapevolezza: come capacità di riconoscere un nostro sentimento nel momento in cui si presenta. Se ci arrabbiamo perché stiamo avendo uno scontro verbale con qualcuno, fermiamoci un attimo, prendiamo coscienza dell’emozione che stiamo vivendo e domandiamoci cosa ha acceso la fiammella.

5. Regolazione delle emozioni: sapersi adattare/essere flessibili è il trucco vero!

Se veniamo colti da emozioni che pensiamo, in quel preciso momento, possano alterare la nostra lucidità o reazione, cerchiamo di concentrare l’attenzione su ciò che stiamo facendo (qui&ora), in questo modo dovremmo riuscire a placare/ritardare l’avanzare dell’emozione, lasciando posto alla lucidità.

Attenzione: questo non vuol dire che sia corretto reprimere le emozioni!

Queste devono necessariamente essere riconosciute, per imparare a gestirle al meglio. 

E’ un allenamento che viene con il tempo e la pratica.


6. Consapevolezza sociale: Come già detto l’empatia è “vedere il mondo attraverso gli occhi dell’altro e non vedere il nostro mondo riflesso nei suoi occhi”. Questo approccio ci permette di mettere da parte i pregiudizi che sono da ostacolo per una comunicazione efficace.


Quindi…. Come allenare il carisma?

Ecco 10 azioni che ci aiuteranno ad essere autentici e maggiormente carismatici nelle relazioni che andremo ad intraprendere.

  1. Essere noi stessi (sempre nel bene e nel male)
  2. Fare domande (essere curiosi di capire l’altro cos’ha da comunicarci)
  3. Ascoltare (praticando l’ascolto attivo, per una comunicazione efficace)
  4. Scindere il problema dalla persona che abbiamo davanti (estrapolando il solo problema)
  5. Scindere la persona che abbiamo davanti dal problema (concentrandoci sulla persona)
  6. Dare e prendere tempo (se necessario… La fretta non è mai buona consigliera!)
  7. Riformulare il punto di vista altrui (ci aiuta a capire se ci siamo sintonizzati davvero su quanto vuole comunicarci)
  8. Se sei d’accordo dillo (sottolineando gli aspetti che concordi – be positive!!)
  9. Rimani sempre focalizzato sui tuoi obiettivi (non lasciarti trascinare dalle emozioni!)
  10. Sii il punto di riferimento per l’altro (fallo sentire ascoltato e accolto)

Spero di essere stata di aiuto e di essere riuscita a “sbloccare” qualcosa, così da iniziare ad intraprendere la tua personalissima strada verso lo sviluppo del carisma e di una comunicazione davvero efficace.

Se sei interessato ad intraprendere un percorso individuale o di gruppo per imparare ad esprimere al meglio il tuo carisma, contattami e sarò felice di trovare insieme la soluzione perfetta per le tue esigenze.

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GLI STATI DELL’IO

Approcciando il vasto mondo delle “conversazioni difficili” sono incappata nel modello degli “Stati dell’ IO” che ho trovato estremamente affascinante e anche molto attuale.

Berne ipotizzò come la personalità di ogni individuo fosse suddivisa in diverse parti, ognuna consistente in pensieri, emozioni e comportamenti: gli Stati dell’Io Genitore, Adulto e Bambino.

Le conversazioni difficili possono generare diversi comportamenti nel nostro interlocutore.

Un modo per valutare gli atteggiamenti che si palesano, è proprio quello di considerare questo modello, che evidenzia il fatto che possiamo comportarci fondamentalmente in tre modi, agendo come:

– Un genitore

– Un adulto

– Un bambino

Di solito gli stati del bambino o del genitore non sono di aiuto quando si affrontano conversazioni difficili. L’approccio più costruttivo è per ambedue le parti in modalità adulto.

Vediamoli insieme:

STATO DELL’ IO GENITORE

Nello stato dell’Io genitore si può adottare uno stile affettivo o normativo

Quando siamo nello stato del genitore affettivo, siamo preoccupati dei sentimenti dell’altra persona e probabilmente vogliamo che si senta a proprio agio, incoraggiata, confortata. 

Nello stato del genitore normativo, il nostro pensiero è che l’altro svolga un compito nel modo corretto.

Ogni giorno nei luoghi di lavoro si assiste a interazioni che mostrano chiaramente lo stile del genitore affettivo o normativo, specialmente a opera dei manager/leader.

Per esempio:

Se notate che un collega vi sembra stressato e magari gli dite: Tutto a posto? Mi sembri un po’ stanco. Ci prendiamo un caffè?”, vi state comportando da genitore affettivo.

Se invece, nei confronti di un nuovo arrivato, dite: “Questo lavoro si fa così. Quando lo esegui, stati attento a non commettere questo particolare errore e, quando hai finito, mostrami quello che hai fatto”, state ricadendo in un comportamento da genitore normativo.


STATO DELL’ IO ADULTO

Essere nello stato dell’Io adulto significa agire in modo logico e concreto

Quando si cerca di risolvere un problema questo stile è spesso la modalità più appropriata.

Lo stato dell’adulto è anche la parte di noi che è consapevole di sé e gestisce il nostro comportamento, scegliendo come agire in una particolare situazione.

Un esempio di adulto che risolve i problemi in modo logico può considerarsi il parlare a un superiore di un problema interno al reparto per cercare insieme una soluzione. 

Due soggetti possono avere una conversazione da adulto con adulto indipendentemente dalla posizione gerarchica nell’organigramma.

Un esempio di adulto consapevole di sé stesso può essere andare a un evento intendendo usare l’opportunità per entrare in contatto con un certo gruppo di persone. 

Se siete in modalità adulto, potete pianificare in anticipo il vostro approccio e agire deliberatamente e con efficacia per parlare, quando siete lì, alle persone che vi interessano, passando i messaggi che ritenete più opportuni.

STATO DELL’ IO BAMBINO

Nello stato dell’Io bambino possiamo agire come bambini liberi o adattati. 

Abbiamo un comportamento da bambino libero quando ci esprimiamo senza inibizioni, divertendoci e ridendo, lamentandoci o facendo i “capricci”.

L’atteggiamento nello stato del bambino adattato invece riguarda principalmente le regole e la figura autoritaria. 


Un individuo che esibisce un comportamento da bambino adattato può agire in modo condiscendente (mostrando di voler rispettare le regole e gratificare la figura autoritaria) o ribelle (infrangendo le regole e disobbedendo alla figura autoritaria).

Il Bambino si struttura sulla base di pensieri, emozioni e comportamenti che si manifestavano nelle nostre prime fasi di sviluppo, ossia la nostra infanzia; possiamo associarlo alla “genuinità” che custodisce quell’insieme di stati emotivi, spontanei, che abbiamo provato quando eravamo bambini: felicità, tristezza, paure.

INTERAZIONI DEGLI STATI DELL’IO

Quando si parla con qualcuno, il nostro stato dell’Io interagisce con quello della persona che abbiamo davanti, per cui è interessante capire come si influenzano a vicenda i diversi comportamenti.

Per esempio:

  • Se il principale obiettivo di entrambi è risolvere un problema, probabilmente siete ambedue nello stato dell’adulto;
  • Se l’altra persona è venuta da voi per ricevere consiglio supporto, potrebbe essere nello stato del bambino adattato e volere che voi vi comportiate come un genitore;
  • Se discutete con qualcuno del suo comportamento e ognuno di voi vuole avere l’ultima parola, potreste accorgervi di essere ambedue entrati nello stato del genitore e di cercare quindi di rimproverarvi a vicenda;
  • Se vi state divertendo e state ridendo insieme, probabilmente siete tutti e due nello stato del bambino libero.


È importante che siate consapevoli del fatto che, quando qualcuno è in un particolare stato dell’Io, potrebbe portarvi a comportarvi nel modo corrispondete.

Per esempio, se siete un manager con un gruppo di dipendenti riluttanti ad assumersi responsabilità (che agiscono, diciamo, nello stato del bambino), potreste sentirvi in dovere di comportarvi come un genitore esasperato.

Oppure, se vi piace avere il controllo della situazione e l’ultima parola in ogni confronto, potreste osservare che le persone che vi circondano iniziano a comportarsi in modo infantile.

Spesso questo genere di interazioni è positivo: il vostro partner è arrabbiato e nello stato di bambino, così voi reagite con il comportamento da genitore affettivo.

In una relazione personale o professionale è anche possibile, talvolta, trovarci portati inconsapevolmente ad assumere il ruolo di bambino o genitore, anche se consapevolmente non avremmo scelto di farlo.

COME USARE LO STATO DELL’IO ADULTO

Quando usate lo stato dell’Io adulto, avete più modi di creare un’atmosfera costruttiva e raggiungere un risultato positivo. 

Ciò significa:

  • Essere coscienti dei vostri sentimenti e del vostro comportamento e scegliere consapevolmente quello che dite e come lo dite;
  • Concentrarvi sulla risoluzione dei problemi, anziché cercare di avere la meglio o rimettere l’altro al suo posto;

Anche se l’altra persona adotta un comportamento da bambino o da genitore, voi potete comunque usare un linguaggio che mostri che siete nello stato dell’Io adulto:

– “Mi rendo conto che questa soluzione non ti soddisfa. Mi piacerebbe trovare un modo per risolvere la situazione”.

– “Mi dispiace che tu ti senta a disagio. Come possiamo risolvere?”

LA TRAPPOLA DEL GENITORE NORMATIVO

Una grossa trappola durante una conversazione difficile è lo spostamento di una delle parti nella modalità del genitore normativo

Ne risulta il più delle volte che l’altra parte reagisca come un bambino adattato ribelle, o assume a sua volta lo stato del genitore normativo, arrivando a una lotta di potere.

Esempi dello stato del genitore normativo in una conversazione difficile sono:

  • Usare frasi come “dovresti, devi, si deve fare così ” 
  • Generalizzazioni come: “fai sempre o non fai mai…”
  • Adottare un tono di disapprovazione.

Se vi accorgete che state adottando il tono del genitore normativo, cercate di reprimerlo rapidamente e tornate allo stato dell’Io adulto.

LA TRAPPOLA DEL GENITORE AFFETTIVO

La persona nel ruolo del bambino trasmette il messaggio non verbale: “Se mi critichi o mi affronti sei malvagio perché io sono fragile”. 

Qualche volta il soggetto in questione pensa davvero di essere fragile, mentre in altre circostanze sta cercando di manipolare l’interlocutore.

Quando si trova di fronte al comportamento del bambino ferito, l’altra persona avverte una sensazione di conflitto: vorrebbe affrontare il problema, ma sente anche che dovrebbe comportarsi come un genitore affettivo e alleviare i sentimenti feriti dell’altro.

In questo caso è importante che restiate nello stato dell’Io adulto e vi sforziate di affrontare la situazione con tranquillità. 

Dite qualcosa come: “Mi dispiace che tu ti senta ferito. Vorrei che risolvessimo la questione in modo che nessuno si senta a disagio”.

LA TRAPPOLA DEL BAMBINO ADATTATO

Se vi sentite in ansia prima di una conversazione difficile, in particolare, se ritenete che il vostro interlocutore abbia più potere di voi, è facile che cadiate nella trappola del bambino adattato. 


In una situazione simile è spesso il linguaggio del corpo a tradirvi: un individuo nello stato dell’Io del bambino adattato starà seduto come un bambino che sta per essere sgridato dal preside.


Il linguaggio del corpo dello stato del bambino adattato include:

  • Sedersi in avanti sul bordo della sedia;
  • Guardare in su verso l’interlocutore;
  • Piedi uniti;
  • Mani unite in grembo


Cosa ne pensate? Vi ritrovate in questi comportamenti? A quale pensate di essere più affini?

Fatemi sapere nei commenti!!