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AF Formazione al Salone Internazionale del Libro di Torino 2026

Quando i libri diventano incontri, relazioni e crescita condivisa

Anche quest’anno AF Formazione ha partecipato al Salone Internazionale del Libro di Torino, uno degli eventi culturali più importanti a livello nazionale, portando un progetto che ci rappresenta profondamente: il libro “Quando l’autore incontra il pubblico”, realizzato per Be Strong Edizioni.

Essere presenti al Salone non significa semplicemente “presentare un libro”.
Significa entrare in uno spazio vivo, fatto di persone, idee, confronto, emozioni e nuove connessioni.

In un’epoca in cui la comunicazione è spesso veloce e superficiale, eventi come questo ricordano quanto sia ancora potente il valore dell’incontro reale:
> guardarsi negli occhi,
> ascoltare storie,
> condividere esperienze,
> creare relazioni autentiche.

Un libro che parla di comunicazione autentica

“Quando l’autore incontra il pubblico” nasce dall’esperienza concreta maturata negli anni nel lavoro con persone, professionisti e contesti relazionali complessi.

Il libro affronta un tema spesso sottovalutato: scrivere un libro non significa solo pubblicarlo.
Significa anche saperlo raccontare, presentare e condividere in modo autentico e coerente con la propria identità.

Dietro ogni presentazione pubblica esistono infatti emozioni, paure, aspettative, comunicazione, presenza e capacità di creare connessione con le persone.

Ed è proprio su questi aspetti che AF Formazione lavora ogni giorno:
> comunicazione efficace,
> consapevolezza,
> gestione emotiva,
> relazioni professionali sane e sostenibili.

Cultura, relazioni e crescita

Partecipare al Salone del Libro rappresenta per noi anche un’occasione per continuare a costruire rete con professionisti, editori, autori e realtà che credono nel valore della crescita personale e professionale.

Perché la cultura non è solo contenuto.
È relazione.
È confronto.
È evoluzione.

E spesso sono proprio gli incontri apparentemente più semplici a lasciare i segni più profondi.

Torniamo da questa esperienza con nuove idee, nuovi stimoli e ancora più convinzione nel continuare a portare avanti progetti che uniscano comunicazione, benessere e crescita umana.

Grazie a Be Strong Edizioni per questa opportunità e a tutte le persone incontrate durante il Salone.

Il libro lo trovate qui: https://bestrongedizioni.it/prodotto/quando-lautore-incontra-il-pubblico/

Ci vediamo alla prossima storia da raccontare.

Copia di Blue and Yellow Playful Doodle Digital Brainstorm Presentation

Comunicare sotto pressione non è comunicare davvero!

Ci sono conversazioni che sembrano normali.

. Una firma fatta velocemente su un contratto.

. Una decisione presa “al volo”.

. Una risposta data mentre il telefono squilla, qualcuno aspetta e la testa è già alla cosa successiva.

Tecnicamente stai comunicando, ma il problema è: in che stato ci sei dentro mentre lo fai?

 

Perchè sotto pressione il cervello non ragiona come crediamo?

Abbiamo un’idea molto romantica di noi stessi quando prendiamo decisioni.

Pensiamo di essere lucidi. Razionali. Presenti. Pensiamo che basti “avere le informazioni giuste” per scegliere bene, ma c’è un problema: il cervello sotto pressione cambia modo di funzionare e spesso non ce ne accorgiamo nemmeno.

Quando siamo immersi in urgenza, fretta, richieste continue o paura di sbagliare, il sistema nervoso entra in uno stato di allerta.

Non è debolezza. È fisiologia.

Il cervello smette di lavorare in profondità e inizia a lavorare in economia: taglia quello che considera “non essenziale”, riduce la capacità di analisi, semplifica.

Il problema è che, in quel momento, ciò che viene tagliato sono spesso proprio:

  • sfumature
  • segnali deboli
  • incoerenze
  • conseguenze future
  • dettagli che avrebbero richiesto più tempo e presenza mentale

È per questo che sotto pressione:

  • interrompiamo di più
  • ascoltiamo peggio
  • reagiamo invece di comprendere
  • prendiamo decisioni più impulsive
  • cerchiamo soluzioni rapide più che soluzioni corrette

Il cervello non sta cercando la scelta migliore, ma sta cercando di uscire il prima possibile dalla tensione, ed è qui che succede qualcosa di molto interessante e pericoloso…

Più aumenta la pressione, più aumenta il bisogno di “chiudere”.

Chiudere la trattativa. Chiudere la call. Chiudere il problema. Chiudere quella sensazione di sovraccarico mentale.

E allora iniziamo a confondere:

  • velocità con efficienza
  • sicurezza con lucidità
  • decisione rapida con decisione giusta

Ma non sono la stessa cosa.

Anzi, spesso le decisioni peggiori vengono prese proprio quando ci sentiamo costretti a decidere velocemente.

Per questo la qualità della comunicazione non dipende solo da cosa diciamo, ma anche da:

in che stato interno ci troviamo mentre lo diciamo.

 

Perché una persona sotto pressione non comunica soltanto diversamente.

Ascolta diversamente. Interpreta diversamente. Ricorda diversamente. Decide diversamente.

E questo diventa ancora più delicato in tutti quei contesti dove entrano in gioco:

  • soldi
  • aspettative
  • responsabilità
  • paura di perdere un’occasione
  • relazioni importanti

Come il lavoro. Come le trattative. Come la casa.

 

La verità scomoda è che molte persone non prendono decisioni davvero lucide.

Prendono decisioni mentre cercano semplicemente di smettere di sentirsi sotto pressione.

E allora iniziano cose molto comuni:

  • si ascolta per rispondere, non per capire
  • si dice “sì” per chiudere prima
  • si evitano domande per paura di rallentare
  • si firma senza aver davvero elaborato quello che si sta accettando
  • si comunica in modo più aggressivo, freddo o difensivo senza rendersene conto

La verità scomoda è che molte decisioni sbagliate non nascono dall’incompetenza. Nascono dalla fretta.

Da uno stato interno saturo che altera lucidità, ascolto e percezione del rischio.

E spesso ce ne accorgiamo solo dopo.

 

Il modo in cui comunichiamo sotto pressione può cambiare radicalmente la qualità delle nostre scelte!

Ed è proprio di questo che parleremo nel Webinar gratuito:

🏠 CASA, CONTRATTI E STRESS

https://www.linkedin.com/events/7457315858114314240?viewAsMember=true

Martedì 12/05 alle 12:30 con Giovanni Caruso

Una conversazione concreta su come stress, urgenza e pressione influenzano comunicazione, lucidità e decisioni quando si parla di casa, contratti e trattative.

👉 Se stai affrontando una scelta importante, una firma o una trattativa, questa conversazione potrebbe evitarti errori molto costosi.

Un caro saluto,

Ambra

Progetto senza titolo

La maschera che portiamo al lavoro ci costa più di quanto pensiamo!

Nel lavoro succede più spesso di quanto si dica.

Non è una maschera evidente, non è finzione.

È adattamento continuo: dire ciò che è accettabile, evitare ciò che complica, prendersi carico anche di ciò che non è chiaro.

All’inizio funziona. Ti rende affidabile, ti permette di tenere insieme le cose.

Poi però diventa la normalità. Ed è lì che inizia il costo.

 

Molte persone non sono stanche per il lavoro, sono stanche per quanto devono adattarsi per lavorare.

Non è fatica fisica, è dispersione continua di energia.

Questa energia si disperde ogni giorno in modo silenzioso:

  1. Quando filtriamo ciò che pensiamo, dicendo solo una parte di ciò che vediamo per evitare frizioni.
  2. Quando gestiamo ambiguità non chiarite, tra ruoli poco definiti, responsabilità che si spostano e decisioni che arrivano tardi.
  3. Quando compensiamo inefficienze di sistema, facendo più del nostro per far funzionare le cose.
  4. Quando ci adattiamo a dinamiche non sane, evitando conflitti o accettando modalità disfunzionali.
  5. Quando tratteniamo iniziativa, scegliendo di non proporre idee o non esplicitare problemi perché sappiamo che non troveranno spazio.

Tutto questo non si vede subito nei numeri.

Ma si vede nel tempo: meno lucidità, meno responsabilità, meno qualità nelle decisioni, più esecuzione e meno pensiero.

E quindi sì, la performance cambia.

 

Qui molte aziende sbagliano lettura.

👉 Non è un problema di atteggiamento o di motivazione.

👉 È un segnale: il sistema sta chiedendo adattamento più di quanto permetta espressione.

 

Quando parliamo di wellbeing al lavoro, non parliamo di welfare o iniziative “per stare meglio”.

Parliamo di sostenibilità dell’esperienza lavorativa nel tempo.

E questa si costruisce con chiarezza nei ruoli e nelle responsabilità, coerenza tra ciò che si decide e ciò che accade davvero, spazio reale per esprimersi, capacità di affrontare le tensioni invece di evitarle e sistemi che funzionano senza dipendere dall’eroismo quotidiano.

La domanda vera quindi non è “quanto stanno lavorando le persone?”.

 

La domanda è: quanta energia stanno perdendo ogni giorno per adattarsi?

Perché quella energia, prima o poi, presenta il conto!

In che modo??

1. La qualità cala (anche se i KPI apparentemente tengono)

All’inizio non si vede.

Poi iniziano:

• risposte scostanti e rallentate

• meno attenzione ai dettagli

• meno capacità di gestire situazioni complesse

👉 il lavoro viene fatto… ma vale meno

2. Le persone smettono di esporsi

Non litigano, non creano problemi. Ma:

• propongono meno

• segnalano meno

• si prendono meno responsabilità

👉 non perdi persone, ma perdi valore

3. Il sistema diventa fragile

Funziona finché chi compensa regge.

Poi basta poco:

• una persona che si ferma

• un picco di lavoro

• una situazione critica

👉 e quello che “funzionava” si blocca o ti esplode in mano!

E quando succede, non è un problema improvviso, è un problema che c’era già.

Solo che lo stavi pagando in energia, invece che in numeri.


Se questo tema ti riguarda, ne parlo nella nuova edizione del mio libro “Lavorare senza logorarsi: Il metodo Serenità sul lavoro™ per comunicare meglio e restare centrati anche sotto pressione”.

Lo trovi qui: https://www.amazon.it/Lavorare-senza-logorarsi-comunicare-pressione-ebook/dp/B0GSNF1717/ref=tmm_kin_swatch_0

Un caro saluto,

Ambra

Progetto senza titolo

Chi è stufo di sentir parlare di resilienza alzi la mano…

Per un certo periodo sembrava la risposta a tutto.

Se il lavoro era troppo pesante?Serve resilienza.

Se il team era sotto pressione?Serve resilienza.

Se l’organizzazione era caotica, mal progettata o piena di conflitti?Serve resilienza.

A forza di usarla così, la resilienza è diventata una parola sospetta.

Per molti è il modo elegante di dire: “arrangiati e resisti”.

Ed è qui che nasce la prima verità scomoda.

Quando la resilienza diventa solo una richiesta individuale, rischia di trasformarsi in un modo sofisticato per non mettere in discussione il sistema.

Ma questo non significa che la resilienza sia un concetto inutile.

Significa che va capita meglio.

 

> La resilienza: adattarsi, rialzarsi, crescere

Nel lavoro come nella vita personale, oggi più che mai non basta essere forti o resistenti: serve essere resilienti.

Resilienza non significa semplicemente “tenere duro” o “sopportare”.

Implica qualcosa di più raffinato: la capacità di adattarsi, di cambiare rotta quando serve, senza perdere di vista ciò che è importante.

In un mondo sempre più instabile e incerto, questa flessibilità mentale ed emotiva diventa un asset fondamentale.

Non è solo un modo per sopravvivere alle sfide.

È una competenza trasformativa.

Una capacità che, se coltivata, ci permette di uscire dalle difficoltà più forti, più consapevoli, più evoluti.

 

> Una definizione (e una spinta oltre)

Il termine resilienza deriva dalla fisica dei materiali e descrive la capacità di un corpo di assorbire un urto e tornare alla forma originaria senza rompersi.

In ambito psicologico e organizzativo indica la capacità di fronteggiare eventi difficili, traumi o frustrazioni senza crollare, continuando a funzionare in modo efficace.

Ma alcuni studiosi hanno introdotto un concetto ancora più potente: l’antifragilità.

Secondo questa prospettiva, mentre la resilienza riguarda il resistere agli urti, l’antifragilità riguarda qualcosa di più evoluto: nutrirsi dell’instabilità e del caos per migliorare.

Non tornare semplicemente come prima.

Ma diventare migliori di prima.

In questo senso possiamo dire che l’antifragilità è una forma evoluta di resilienza:

dove la resilienza si difende, l’antifragilità si espande.

 

> Un’altra verità scomoda sul lavoro

Molte organizzazioni parlano di resilienza.

Ma spesso ciò che chiedono davvero alle persone è resistenza.

Sono due cose molto diverse.

Resistere significa sopportare.

Resilienza significa adattarsi.

Antifragilità significa evolvere.

Se il sistema resta disfunzionale, la resilienza individuale ha un limite.

Prima o poi arriva il conto: errori, conflitti, burnout, turnover.

La resilienza delle persone non può diventare la stampella permanente di sistemi mal progettati.

E qui entra in gioco la responsabilità delle organizzazioni.

Un ambiente sano non chiede alle persone di essere eroi.

Costruisce condizioni che permettono alle persone di restare lucide, imparare e crescere anche nelle difficoltà.

 

> I quattro pilastri della resilienza

Secondo diversi studi sulla leadership e sulla psicologia delle performance, la resilienza non è una dote innata.

Si può allenare, come un muscolo.

E si sviluppa soprattutto attraverso quattro dimensioni.

1. Riflettere e valutare

Nel mezzo del caos è facile reagire in modo automatico.

Fermarsi a riflettere, invece, è un atto di forza.

Prendersi una pausa per osservare con lucidità cosa sta accadendo, anche chiedendo supporto a persone fidate , permette di uscire dalla reattività e affrontare le sfide con maggiore oggettività e centratura.

2. Impegnarsi a crescere costantemente

Un leader resiliente vede le difficoltà come opportunità di apprendimento.

Allenarsi a leggere gli eventi in modo costruttivo permette di trasformare gli ostacoli in evoluzione, aprendo lo spazio al cambiamento e al miglioramento continuo.

Non solo professionale.

Anche personale.

3. Restare orientati allo scopo

La resilienza non è cieca resistenza.

È direzione + flessibilità.

Avere una meta chiara, uno scopo autentico, aiuta a ricalibrare la rotta quando necessario senza perdere il senso del viaggio.

È il faro che guida anche nelle notti più buie.

4. Coltivare relazioni solide

Nessuno è resiliente da solo.

Le relazioni di fiducia e supporto sono una risorsa psicologica fondamentale.

Sapere che possiamo contare su qualcuno nei momenti difficili alleggerisce il peso della crisi e permette di risalire più velocemente.

A volte basta poco:

una conversazione onesta, un confronto sincero, un gesto di vicinanza.

 

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Se leggendo questo articolo hai pensato: “Ok, ma io nel lavoro quotidiano come faccio?”

Ho creato un percorso individuale per professionisti proprio su questo: Serenità sul lavoro™

Per iniziare puoi ricevere gratuitamente il mio ebook con strumenti concreti per gestire pressione, conflitti e relazioni professionali.

Scrivimi per riceverlo!

Un caro saluto,

Ambra

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La dimensione più fragile in un’azienda? Non è operativa… ma emotiva e relazionale!

Nel sondaggio che ho pubblicato qualche settimana fa su un’altra piattaforma, in merito alla sostenibilità organizzativa, è emerso un dato chiaro.

Questi erano i presupposti…

Se per funzionare un team deve:

  • vivere in emergenza costante
  • reggersi sull’iper-disponibilità di pochi
  • chiedere alle persone di “reggere” sempre di più

non è sostenibilità, è resilienza forzata!

La sostenibilità si gioca su tre dimensioni:

1️⃣ Operativa – ruoli chiari, carichi realistici, decisioni leggibili.

2️⃣ Relazionale – comunicazione chiara, conflitti gestiti, possibilità di dissentire.

3️⃣ Emotiva – confini rispettati, leadership presente, niente armature quotidiane.

La domanda era: Secondo te, quale di queste è oggi la dimensione più fragile (e trascurata) nelle organizzazioni?

E’ emerso questo:

48% → la dimensione più fragile è relazionale

40% → subito dopo, quella emotiva

Solo una minoranza ha indicato la dimensione operativa.

Questo dato dice qualcosa di importante.

Le organizzazioni non stanno cedendo per mancanza di competenze tecniche.

Stanno cedendo per saturazione relazionale ed emotiva.

Non è un problema di “bravi o non bravi”.

È un problema di come si sta insieme sotto pressione.

Cosa significa fragilità relazionale?

Non significa conflitti esplosivi.

Significa molto più spesso:

  • riunioni in cui si annuisce ma non si dissentisce
  • tensioni evitate fino a diventare clima
  • decisioni prese senza vero confronto
  • comunicazioni indirette o difensive

La fragilità relazionale è silenziosa, ed è proprio per questo che logora.

Perché sta succedendo?

Tre cause che vedo spesso:

1️⃣ Cultura dell’urgenza continua

Non c’è tempo per il confronto, solo per decidere in fretta.

2️⃣ Paura del conflitto mascherata da professionalità

“Qui non litighiamo” diventa “qui non diciamo quello che pensiamo”.

3️⃣ Leadership centrata solo sull’output

Se il risultato arriva, il clima non viene osservato.

La verità scomoda

Quando non posso dissentire, mi trattengo.

Quando mi trattengo, mi irrigidisco.

Quando mi irrigidisco, collaboro meno.

E il sistema inizia a consumare capitale umano, senza accorgersene.

Due micro-interventi concreti da applicare da subito

Non servono grandi programmi, servono strutture semplici:

🔹 Inserire il dissenso nelle riunioni come domanda obbligatoria:

“Qual è il rischio che non stiamo vedendo?”

🔹 Allenare la chiarezza dei confini:

“Questo posso farlo.” “Questo no.”

“Con queste condizioni sì.”

La sostenibilità relazionale non è spontaneità, è progettazione!

Domanda utile

Nel tuo contesto il confronto è uno spazio reale… o un rischio da evitare?

Parliamone se ti va…

drag queen in dressing room

PERCHE’ TI SOTTOVALUTI?

Sei anche tu una persona che ha la tendenza a sottovalutarsi?

A non credere nelle sue capacità?

A pensare che gli altri siano sempre meglio di te, pertanto, cerchi di rimanere in seconda fila per non dare troppo nell’occhio ed evitare di esporti?

Benvenuto/a!

Sai qual è il problema vero? Che viviamo in una società competitiva, che sottovaluta il benessere delle persone, che evidenzia principalmente le cose positive, i grandi risultati, le cose eclatanti e che ci chiede di essere sempre al 130% delle nostre possibilità!

Ci ascoltiamo pochissimo e siamo sempre a rincorrere ciò che pensiamo gli altri si aspettino da noi: performanti sul lavoro, presenti con la famiglia, casa pulita e ordinata, frigo pieno di cibo, sport e palestra, vestiti stirati, impegni incastrati fino a metà 2024…

Non c’è spazio per pensare, per respirare, per riequilibrarci con noi stesse/i, per fare ciò che ci piace o anche solo per oziare, perché “Oziare è da perdenti!”

Ci credi davvero in tutto questo?

Credi davvero che l’unica cosa importante sia dimostrare al mondo che sei sempre sul pezzo, indaffarata/o, sempre in movimento, che non hai mai un minuto libero… davvero è questo ciò di cui hai bisogno?

Ecco, perché di bisogni si tratta!

Se il tuo personale bisogno va in contrasto con questa modalità di “vivere” la tua quotidianità, quasi sicuramente ti sentirai schiacciata/o da un peso che ti porta a sentirti inadeguata/o.

Il senso di inadeguatezza porta inevitabilmente a sottovalutarsi, limitando la capacità di gestire le relazioni interpersonali, in ambito privato e professionale. Questo circolo vizioso però va ad alimentare la mancanza di fiducia in te stessa/o, insicurezza, complessi e ansia.

Quindi magari ti sei trovata/o a dover gestire tachicardia, giramenti di testa, affanno e addirittura attacchi di panico.

Se sì, il tuo cuore e il tuo corpo stanno cercando di mandarti un segnale; stanno cercando di dirti che forse questo tipo di “vita” non è la vita che vorresti, non ti appartiene, non appaga i tuoi bisogni primari, i tuoi desideri…

Proviamo ad approfondire quali sono questi segnali e vediamo come possiamo provare a gestirli, riscoprendo quell’IO sepolto che ha bisogno di emergere!

  1. Dai priorità al benessere/alle necessità degli altri, mettendo in secondo piano le tue.

Così facendo ti sembrerà di essere gentile e altruista, in verità stai mettendo la felicità e i bisogni degli altri prima dei tuoi. La realtà è che tu vali quanto gli altri, per cui meriti esattamente la stessa felicità e hai diritto a soddisfare anche i tuoi bisogni! Non è riprovevole mettersi sullo stesso piano di chi abbiamo accanto… anzi, riequilibra la relazione, aiutando a mettere basi solide e durature.

  • Sei troppo modesto e quando ti viene fatto un complimento subito sminuisci!

La modestia (mascherata da insicurezza) non ti permette di lasciarti “amare” dagli altri. Accettare un complimento è un ottimo modo per mettersi in connessione con l’altro. Essere umili è una virtù meravigliosa, ma essere consapevoli dei propri punti di forza e applicarli quando necessario, fa di te una persona equilibrata e meno insicura. Se sei stata/o brava/o dittelo e lasciatelo dire!

  • Vai alla ricerca della conferma altrui per ogni cosa (un abito nuovo, un pensiero, una risposta,…)

“Come sto?”, “Cosa faccio?”, ”Se dico questo va bene?” Sebbene questo non porti a nulla di realmente negativo, ti mette sempre in secondo piano rispetto a ciò che l’altro pensa. Non hai la necessità di affermarti sulla base di ciò che l’altro dice o pensa che dovresti dire/ indossare. La tua personalità ti appartiene ed è il tuo valore aggiunto, che sia essa espressa attraverso un abito, un modo di dire o di fare. E poi, le tue opinioni sono tue ed è giusto farle valere (senza essere aggressivi, certo…)

  • Metti in dubbio le tue possibilità e capacità.

Ognuno di noi è unico e pertanto ha il diritto di esprimersi secondo la sua personale volontà. Se sei una persona che si sottovaluta fai fatica a vedere i tuoi obbiettivi realizzati, ma perché passi il tempo a realizzare quelli degli altri. Sei il risultato delle tue esperienze passate, non focalizzarsi solo sui fallimenti è la chiave. Prova a pensare a quante cose belle, importanti hai fatto, alle battaglie vinte, ai momenti difficili superati… tu sei quella persona, hai quella grinta e hai quelle capacità!

  • Fatichi ad uscire “dal tuo guscio”

Fai fatica a trovare la forza per metterti in gioco perché pensi di non essere abbastanza, di non avere le capacità. Nessuno è perfetto, nessuno nasce “imparato”, la strada di fronte a noi ce la costruiamo giorno dopo giorno, ma se non ti dai la possibilità di crescere, sperimentare e andare avanti, rimarrai sempre nel tuo orticello, bloccato. Sperimenta, ritrova la curiosità che avevi quando eri bambino e prova a metterti in gioco. Sbagli, cadi, ti rialzi… come tutti. Non hai nulla di meno degli altri!

Basare le nostre scelte sul giudizio degli altri ci porta inevitabilmente a tarparci le ali da soli.

La quotidianità è già complessa, le relazioni difficili e le soddisfazioni poche, cerchiamo di non sabotarci con le nostre mani!

Amiamoci un pochino di più e impariamo a gestire la nostra ansia e le nostre paure: che bello essere imperfetti, ma felici!

Se hai necessità di riprendere in mano la tua vita, imparando a gestire le emozioni, per riscoprire il tuo IO interiore e capire come dare valore ai tuoi bisogni, senza sentirti inadeguata/o, contattami e cerchiamo di capire insieme se posso aiutarti ad iniziare questo cammino.

angoscia

“Sono travolta da un senso di angoscia che mi schiaccia e toglie il fiato, cosa devo fare?”

L’altro giorno Clara mi dice: “Sono travolta da un senso di angoscia che mi schiaccia e mi toglie il fiato ogni volta che devo fare qualcosa di diverso dalla mia solita routine, cosa devo fare?”

Io ho risposto semplicemente “…accoglila!”

La sua risposta è stata: “Se accolgo l’angoscia finisce che mi butto sotto un treno…”

Voglio rassicurarti, questo approccio è normale, perché abbiamo la tendenza a cercare di soffocare queste sensazioni, piuttosto che volerle gestire, in effetti apparentemente è più facile!

E allora capita a tutti di vivere situazioni di questo tipo, per una ragione o per l’altra, e di finire nello sconforto o in preda all’ansia, per la paura di non riuscire a gestire ciò che ci succede.

La prima reazione è quella di cercare di non pensare, di non sentire, di annullare l’emozione e la sensazione che è nata in noi, così diventa tutto più semplice: non esiste!
Così facendo però si rischia di venirne sopraffatti; si entra nel circolo vizioso del rimuginare e le emozioni (e relativi stati d’animo negativi) diventano costanti e ingestibili.

“E allora come posso gestire l’angoscia che scaturisce da un pensiero negativo?”

La verità è che non devi fare nulla, non resistere e non lottarci.L’unica cosa che puoi fare è quella di sentirla arrivare, ascoltarla e accoglierla.Resta lì e lasciati attraversare. Lasciala scorrere, come se fosse un fiume che ti passa dentro.Lascia che ti travolga. Scoprirai che, così facendo, non ne verrai sopraffatto, ma ne uscirai trasformata.Se gli permetti di scorrere in te sentirai una nuova forza scorrere dall’interno.

Questo sarà l’inizio della tua trasformazione.

Si può smettere di provare un’emozione così travolgente?” La risposta è sì e no.

Quello che posso dirti è che a parlare è sicuramente la paura.
È proprio lei a farci cadere nel tranello del controllo: il fatto che proviamo qualcosa che non riusciamo a tenere sotto controllo ci provoca ansia e angoscia.

In realtà, paradossalmente, più cerchi di controllare quelle sensazioni più ne perdi il controllo, perché le emozioni sono impetuose, non puoi fermarle con la razionalità che normalmente ci contraddistingue, solo dicendoti “Non devo provare questa emozione!”

E se invece di combatterla, provassi ad accoglierla e accettarla?

Questo è il vero segreto per lasciarla andare… se la accogli, perderà di intensità, mentre se cerchi di combatterla aumenterà il suo potere.

“Cosa vuol dire accogliere?”

Non vuol dire lasciarsi trascinare dall’emozione o cadere a piè pari nel suo vortice emotivo.

Accogliere significa riconoscere come ti senti e ricordare a te stesso che va bene provare ciò che provi, anche se è scomodo o doloroso e ti rende confuso.

Essere consapevoli che, prima o poi, potremmo essere toccati nei nostri punti deboli e che gli imprevisti accadono e le nostre emozioni si rivelano.

Per quanto riguarda gli imprevisti, sono cose che tendenzialmente sfuggono al nostro controllo: dobbiamo imparare ad accoglierli e a sviluppare una capacità di risoluzione del problema.

Le emozioni possono tradirci perché la paura, la rabbia, la tristezza, l’insicurezza sono sensazioni che entrano prepotentemente nella nostra vita! Non bloccarle ci aiuta a elaborare certi sconvolgimenti, il corpo ne viene scosso in maniera naturale, ma poi si ristabilisce un equilibrio.

Dobbiamo dire a noi stessi: “…queste sensazioni che provo sono normali, vanno bene, le accolgo e le lascio fluire.”  È possibile lavorare sulla gestione delle tue emozioni e dei tuoi atteggiamenti, semplicemente LASCIANDOLI ANDARE…

Apparentemente non c’è nulla di semplice perché dicendo “lasciar andare” sembra solo un qualcosa difficile da cogliere e applicare in pratica, ma questo “lasciar andare” in realtà è di aiuto per evitare ti trascinare troppo a lungo la sofferenza emotiva. 

Ecco allora 5 passi concreti da attuare, per affrontare le ondate emotive, senza rischiare di lasciarti schiacciare dal peso dell’angoscia.

  1. Smetti di lottare contro le emozioni e smetti di giudicarti e giudicarle

Anche se la società in cui viviamo ci obbliga a catalogare le emozioni spiacevoli come negative e quindi come sbagliate, facendoci sentire inadeguati, prova ad accettare invece ciò che sta succedendo dentro di te, senza respingerlo, ma semplicemente prendendone atto: “Provo questa emozione perché sono vivo e come la provo io, anche gli altri lo fanno, per cui io non sono sbagliato…”

  • Le emozioni negative non esistono

La rabbia non è una emozione negativa, ciò che risulta sgradevole è come io mi sento se non riesco a gestirla. Ecco che allora posso imparare a gestire la mia rabbia quando la sento nascere e a renderla funzionale al mio benessere, invece che lasciarmici completamente travolgere e schiacciare.

  • Le emozioni sono energia: non reprimerle

L’energia ha bisogno di fluire o di essere incanalata nelle giuste vie; se noi reprimiamo, cerchiamo di cancellare, soffochiamo, ci sentiremo schiacciati, appesantiti, senza fiato e via d’uscita.

L’energia bloccata arriva addirittura a generare sintomi fisici (quali attacchi di panico, tachicardia, asma, gastrite…). Se impariamo a convogliarla correttamente (magari attraverso lo sport, l’arte, la musica, il ballo, hobby artigianali…) avremo la possibilità di dargli “voce” e le permetteremo di attraversarci in modo genuino, essendo noi il canale di trasporto, come il letto del fiume.

  • Basta cercare di tenere sotto controllo tutto

Non devo mollare!” ”Devo tenere duro!” ”Devo mantenere la calma!” ”Devo controllarmi”

Devo, devo, devo… tutto questo DOVERE non fa altro che aumentare il peso dell’inadeguatezza perché non ci sentiamo all’altezza dei nostri doveri (imposti dalla società? Dalla cultura? Dalla famiglia? Dall’ambiente lavorativo?) come esseri umani apparentemente equilibrati e performanti. Credere che sia necessario “tenere duro” perché crediamo che voglia dire ”sono forte” è una cavolata!

Il concetto di resilienza si basa sulla flessibilità.

Più cercherai di controllare l’emozione, più verrai travolto dall’ondata emotiva, la sensazione di malessere si amplificherà e arriverai per perdere il controllo. Non accanirti.

  • Fai in modo che le tue emozioni siano tue alleate e non nemiche

Se un’emozione fa capolino, vuol dire che c’è qualcosa di cui devi prendere atto: un comportamento che non ti è piaciuto, di una persona che non ti da sicurezza, una parola che ti ha infastidito, una situazione che non ti ha lasciato nulla di buono… tutti questi sono campanelli d’allarme! Se impari ad ascoltarli ti aiuteranno ad individuare i tuoi bisogni più profondi e autentici, per cominciare ad AGIRE per avviare la tua trasformazione.

Possiamo quindi concludere dicendo che, imparare a lasciar andare le tue emozioni non solo è possibile ma è necessario, se desideri alleggerirti dal peso dell’inadeguatezza, per vivere le relazioni in modo più rilassato e per imparare a lavorare sul tuo stile comunicativo per diventare davvero efficace, nella vita privata come in quella professionale. 

Se anche tu vuoi intraprendere il percorso fatto da Clara per imparare ad affrontare le tue emozioni, riuscendo nell’intento di alleggerire il peso emotivo nella quotidianità, oppure se necessiti di:

  • imparare a gestire le emozioni sgradevoli (gelosia, rancore, senso di colpa, ansia…)
  • alleggerirti dai pensieri negativi e dal peso di determinate relazioni
  • imparare a gestire la rabbia
  • aumentare l’autostima e la fiducia in te stesso
  • migliorare le relazioni
  • migliorare il tuo stile comunicativo

Contattami e sarò felice di spiegarti in che modo posso aiutarti ad attuare la tua personale trasformazione.