wb specialist

Il Wellbeing non è un benefit. È una scelta organizzativa.

Ci sono percorsi che aggiungono competenze.

E poi ci sono percorsi che cambiano il modo in cui osservi le persone, le organizzazioni e il concetto stesso di performance.

Per me il Master Wellbeing Specialist è stato questo.

Non solo un’esperienza formativa di sessanta ore, ma un’occasione per mettere ordine a tante convinzioni maturate in oltre vent’anni di lavoro all’interno delle aziende e dare loro un metodo, strumenti di analisi e una prospettiva ancora più concreta.

Il problema raramente arriva all’improvviso

Molte organizzazioni iniziano ad accorgersi di avere un problema quando i numeri peggiorano.

Aumenta il turnover.

Cresce l’assenteismo.

Le persone sembrano meno coinvolte.

La produttività rallenta.

Ma quei risultati non rappresentano quasi mai l’inizio del problema. Ne sono la conseguenza.

Molto prima accade altro.

L’energia delle persone diminuisce.

Le decisioni diventano più lente.

La collaborazione perde qualità.

La comunicazione si irrigidisce.

Le tensioni aumentano.

Le idee si fanno sempre più rare.

Il disingaggio cresce in silenzio.

Ecco perché considero l’energia uno dei più importanti indicatori anticipatori dello stato di salute di un’organizzazione.

Se impariamo a leggerla, possiamo intervenire prima che il disagio si trasformi in un costo economico e umano.

Dal benessere percepito al benessere misurabile

Per anni il wellbeing è stato associato quasi esclusivamente a iniziative di welfare o benefit aziendali.

Sono strumenti utili, ma non sufficienti.

Il benessere organizzativo nasce soprattutto dalla qualità del lavoro quotidiano: leadership, comunicazione, relazioni, autonomia, chiarezza dei processi, senso di appartenenza e possibilità di contribuire.

Per questo oggi parlare di Wellbeing significa progettare organizzazioni capaci di sostenere nel tempo l’energia delle persone.

Non attraverso interventi occasionali, ma grazie a un approccio strutturato che osserva, misura, monitora e migliora continuamente ciò che influenza realmente il modo di lavorare.

Cosa porto con me da questo percorso

Il valore più grande del Master non è stato soltanto l’approfondimento di temi come neuroscienze, leadership, comunicazione, cultura organizzativa, sostenibilità, welfare e project management.

È stato il confronto con professionisti, imprenditori e docenti che ogni giorno affrontano queste sfide sul campo.

Ho rafforzato una convinzione che oggi guida ancora di più il mio lavoro.

Le persone non rappresentano una voce di costo da gestire.

Sono la principale leva competitiva di qualsiasi organizzazione.

Quando la loro energia cresce, crescono anche collaborazione, apprendimento, capacità decisionale, qualità del servizio, innovazione e risultati.

Quando invece quell’energia si consuma, nessun processo riesce davvero a compensarne gli effetti.

Perché oggi investire nel Wellbeing significa investire nelle performance

Le aziende che sapranno distinguersi nei prossimi anni non saranno semplicemente quelle che offriranno più benefit.

Saranno quelle capaci di creare contesti nei quali le persone possano lavorare con maggiore lucidità, responsabilità, coinvolgimento ed energia.

Per farlo serve un cambio di prospettiva.

Non aspettare che i KPI peggiorino.

Imparare a leggere i segnali che li precedono.

È questa la direzione nella quale desidero continuare a lavorare con AF Formazione e con le organizzazioni che scelgono di trasformare il benessere da iniziativa occasionale a leva strategica per migliorare le performance.

Perché il benessere non è il contrario della produttività.

È uno dei suoi principali presupposti.

Una domanda per chi guida persone e organizzazioni

Se nella tua azienda iniziassi a misurare l’energia delle persone con la stessa attenzione con cui misuri fatturato, margini e produttività…

cosa scopriresti oggi che i numeri ti mostreranno soltanto tra qualche mese?

Parliamone se ti va! Scrivimi!

pexels-timur-weber-8560798

Non sei tu che pensi troppo. È il lavoro che non ti molla!

Ci sono persone che escono dall’ufficio e, una volta chiuso il computer, riescono davvero a staccare.

E poi ci sono quelle che, anche quando il lavoro è finito, continuano a pensarci.

Ripercorrono le riunioni, rielaborano le conversazioni, anticipano scenari futuri, immaginano problemi che potrebbero emergere e, spesso, iniziano già a costruire possibili soluzioni.

Se ti riconosci in questo, è facile che tu abbia pensato almeno una volta:

“Sono troppo mentale” oppure “Non riesco a staccare perché tengo troppo al lavoro”.

In realtà, la spiegazione è diversa. E anche più concreta.

Non è una questione di carattere.

Non è nemmeno una questione di attaccamento.

👉 È il risultato di un allenamento.

Negli anni, lavorando in contesti aziendali complessi, hai sviluppato una competenza molto precisa: quella di leggere velocemente le situazioni, individuare ciò che non funziona, anticipare criticità e trovare soluzioni prima ancora che i problemi diventino evidenti.

È una capacità che, molto probabilmente, ha contribuito in modo importante alla tua crescita professionale.

Funziona. E funziona bene.

Il punto è che il cervello non distingue tra “orario di lavoro” e “tempo personale”.

Fa semplicemente ciò che gli hai insegnato a fare.

E quindi continua.

Continua anche quando non serve più.

Quando il lavoro finisce… ma non esce dalla testa

Il problema, quindi, non è il fatto che tu pensi troppo.

👉 È che questo processo non si spegne.

Puoi chiudere il computer, uscire dall’ufficio, iniziare la tua serata… ma una parte di te resta attiva, come se dovesse continuare a monitorare, analizzare e tenere sotto controllo tutto ciò che riguarda il lavoro.

Ed è lì che nasce quella sensazione sottile ma costante di non essere mai davvero “fuori”.

Non è ansia nel senso classico del termine.

È piuttosto uno stato di attivazione continua.

👉 Un sistema che rimane acceso.

E in questo stato, anche i momenti che dovrebbero essere di recupero diventano, in realtà, una prosecuzione invisibile del lavoro.

Il punto non è smettere di pensare

Di fronte a tutto questo, il consiglio più comune è:

“Devi staccare”.

Ma chi si trova in questa situazione sa bene che non funziona.

Non funziona perché il problema non è il pensiero in sé.

👉 Il problema è la sua continuità.

Cercare di “non pensare” è inutile, oltre che irrealistico.

Molto più utile è introdurre un elemento diverso: la scelta.

Imparare a scegliere quando pensare

C’è un passaggio semplice, ma estremamente potente, che può cambiare radicalmente il modo in cui vivi questa dinamica.

Quando ti accorgi che il loop è partito — quando inizi a ripercorrere, analizzare, anticipare — invece di seguirlo automaticamente, puoi fare una cosa diversa.

Fermarti.

Non in modo brusco, ma intenzionale.

Prendere qualche respiro davvero consapevole, lento, non automatico, e riportare l’attenzione a ciò che sta succedendo nel momento presente.

Poi, mettere per iscritto ciò che sta girando nella tua testa.

Non in modo ordinato, non “bene”, non perfetto.

Semplicemente portarlo fuori.

E a quel punto fare il passaggio chiave:

👉 decidere quando tornerai a pensarci.

Non risolvere subito.

Non chiudere tutto.

Decidere.

Può essere domani mattina, può essere tra due giorni, può essere in un momento specifico che scegli tu.

Questo passaggio, che può sembrare minimo, ha in realtà un impatto molto forte.

Perché sposta il controllo.

Non sei più tu dentro il pensiero.

È il pensiero che rientra dentro uno spazio che hai definito tu.

Ed è proprio lì che il sistema inizia a calmarsi.

Non è il lavoro il problema

Spesso si pensa che la soluzione sia cambiare lavoro, ridurre le responsabilità o “imparare a vivere più leggeri”.

Ma nella maggior parte dei casi il punto è un altro.

👉 Non è il lavoro il problema.

👉 È quanto il lavoro continua a restarti addosso anche quando è finito.

E finché questo meccanismo resta attivo, anche il lavoro migliore rischia di diventare qualcosa che consuma più di quanto dovrebbe.

Una competenza da sviluppare, non un difetto da correggere

Questa capacità di vedere, anticipare e risolvere non è qualcosa da eliminare.

È una competenza.

Ma, come tutte le competenze, ha bisogno di essere gestita.

👉 Non per spegnerla.

👉 Ma per usarla quando serve, e lasciarla andare quando non serve più.

È lì che cambia tutto.

Perché non si tratta più di “resistere” al lavoro.

Ma di non portarlo con sé, ovunque.

—–
Questo è esattamente uno dei passaggi su cui lavoriamo nel percorso Serenità sul lavoro™.
Perché il problema non è il lavoro.
👉 È quanto ti resta addosso anche quando è finito.
—–
A metà aprile parte il nuovo percorso.
I posti sono pochi (per scelta, non per marketing).
Se ti sei riconosciuta, scrivimi!!
👉 Oppure, vai alla pagina “il mio libro” e acquista : Lavorare senza logorarsi
Per cominciare a capire come lavorare su te stessa per abbandonare il peso che ti attanaglia e ritrovare la serenità!
5

La fatica silenziosa di chi non sa dire di no: confini, colpa e bisogno di approvazione

Mettere confini sul lavoro, e nella vita personale, è una delle competenze più sottovalutate in assoluto.

Molti professionisti competenti e responsabili non hanno difficoltà a lavorare sodo, a gestire complessità o a prendere decisioni.

Hanno difficoltà a dire no, non perché non sappiano farlo, ma perché temono ciò che potrebbe accadere dopo.

 

> Quando il “sì” diventa automatico

La scena è familiare:

. Accetti una riunione in cui il tuo contributo non è davvero necessario.

. Dici sì a un favore anche se sei già stanco.

. Ti rendi disponibile per “non creare tensioni”.

Ogni singolo sì sembra piccolo; nel tempo, però, si accumula.

Il problema non è la disponibilità, è quando smette di essere una scelta e diventa un automatismo.

In quel momento non stai più decidendo consapevolmente, stai evitando di deludere.

 

> La cultura della compiacenza

In molti ambienti lavorativi la disponibilità viene premiata.

  • Chi si adatta viene percepito come collaborativo.
  • Chi non crea attriti viene considerato maturo.
  • Chi regge viene definito affidabile.

Il rischio è che il valore personale inizi a coincidere con l’essere utili, e quando il tuo valore dipende dall’approvazione, il no diventa pericoloso.

Non perché sia sbagliato, ma perché mette a rischio l’immagine che hai costruito.

 

> Il prezzo invisibile

Dire sempre sì non produce effetti immediati.

Il prezzo arriva lentamente. Si manifesta come:

•stanchezza persistente

•irritabilità che non sai spiegare

•risentimento verso chi “chiede troppo”

•difficoltà a concentrarti

•sensazione di essere sempre in rincorsa

Non è fragilità.

È sovraesposizione.

Ogni volta che ignori un tuo limite per proteggere l’armonia esterna, stai sacrificando equilibrio interno e prima o poi il corpo e la mente chiedono conto.

 

> Il grande fraintendimento sui confini

Molti temono che mettere confini significhi diventare egoisti, rigidi o poco collaborativi.

In realtà è vero il contrario.

Senza confini chiari:

  • l’empatia diventa esaurimento
  • la collaborazione diventa sacrificio
  • la professionalità diventa maschera

Dire no in modo rispettoso non distrugge relazioni sane.

Le rende più adulte.

Un sì detto controvoglia, invece, logora.

 

> Il coraggio di deludere (senza colpa)

Esiste una verità scomoda che pochi nominano: Non puoi proteggere ciò che è importante per te se non accetti la possibilità di deludere qualcuno.

Non si tratta di ferire, si tratta di smettere di considerare la delusione altrui come una tua responsabilità assoluta.

Quando inizi a dire no con lucidità:

  • il tuo sì acquista valore
  • le tue energie tornano disponibili
  • le relazioni diventano più trasparenti

Il confine non è una barriera, è una forma di manutenzione.

 

> Una domanda utile

Se oggi dovessi rivedere la tua agenda, quali sì sono davvero scelti… e quali sono stati dettati dalla paura di deludere?

E cosa temi possa accadere se inizi a dire qualche no in più?

Spesso non è l’evento a spaventare, ma l’immagine che pensi di perdere.

Il tuo valore non è proporzionale alla tua disponibilità, ricordalo!

 

> Lavorare senza logorarsi

Il tema dei confini, del bisogno di approvazione e del logoramento silenzioso è centrale nel mio lavoro con professionisti e team.

Non si tratta di diventare meno professionali.

Si tratta di diventare più centrati.

Nel mio ebook “Serenità sul lavoro” approfondisco proprio questi aspetti, con riflessioni ed esercizi concreti per imparare a lavorare senza consumarsi nel tentativo di piacere a tutti.

Se senti che questo argomento ti riguarda, puoi approfondire qui → https://go.hotmart.com/W104360582J

A volte il cambiamento non inizia con una rivoluzione.

Inizia con un no detto al momento giusto.

3

Il prezzo nascosto dell’essere sempre disponibili

Essere definiti “una persona preziosa” è un complimento che molti professionisti ricevono spesso.

Sei affidabile.

Sei disponibile.

Non ti tiri indietro.

Trovi soluzioni.

Eppure, c’è un paradosso che raramente viene nominato: a volte proprio l’essere sempre disponibili diventa il primo passo verso il logoramento.

> Quando la disponibilità diventa identità

In molti contesti lavorativi, la disponibilità è una qualità apprezzata; il problema nasce quando smette di essere una scelta e diventa un’identità. Quando il tuo valore inizia a coincidere con:

•quanto sei utile

•quanto reggi

•quanto sistemi

•quanto ti adatti

In quel momento non lavori più per esprimere competenza, ma per evitare di deludere; non per crescere, ma per mantenere approvazione, ed è qui che inizia il prezzo nascosto.

> I segnali che stai pagando troppo

La dinamica non è eclatante. Non ci sono scenate o rotture improvvise.

Si manifesta in modo silenzioso:

•Accetti carichi che sai di non poter sostenere nel lungo periodo.

•Eviti confronti per non sembrare “difficile”.

•Ti adegui a dinamiche che non condividi.

•Metti sistematicamente i bisogni del team prima dei tuoi.

•Ti senti in colpa quando provi a fermarti.

Fuori sembri impeccabile, dentro inizi a sentirti stanco, distante, poco centrato.

La cosa più subdola?

Spesso vieni anche elogiato per questo.

“Senza di te qui sarebbe un caos.”

“Sei una risorsa preziosa.”

“Per fortuna che ci sei.”

Ma essere indispensabili non è la stessa cosa che stare bene.

> Il rischio dell’indispensabilità

Quando una persona regge troppo a lungo, l’organizzazione si abitua, i carichi si concentrano, le responsabilità si sovrappongono, i confini si sfumano e nel tempo, la disponibilità smette di essere una qualità e diventa una compensazione.

Non è un problema di fragilità personale, è un adattamento protratto in contesti dove chiarezza, confini e responsabilità condivise non sono sempre esplicite e più sei competente, più diventi il punto di equilibrio di un sistema che fatica a riorganizzarsi.

> Non è questione di forza

Molte delle persone che si riconoscono in questa dinamica sono professionisti preparati, responsabili, con senso del dovere.

Il punto non è diventare meno professionali, ma smettere di pagare la professionalità con la propria identità.

La domanda che prima o poi emerge è semplice e scomoda: Chi sono io al lavoro quando smetto di cercare approvazione?

> Lavorare senza logorarsi

Uscire da questa dinamica non significa fare meno, significa fare in modo diverso.

Significa:

•distinguere ciò che è davvero di tua responsabilità

•imparare a comunicare confini chiari

•sostenere confronti senza viverli come minacce

•accettare che il tuo valore non dipende dalla tua disponibilità costante

È un lavoro di consapevolezza, ma anche di pratica concreta nella comunicazione e nelle relazioni professionali; non si tratta di diventare più performanti, si tratta di diventare più centrati.

> Una riflessione per te

Se ti sei riconosciuto/a anche solo in una parte di questo articolo, fermati un momento.

Chiediti:

•Dove sto compensando invece di scegliere?

•Cosa temo possa accadere se smetto di essere sempre disponibile?

•Quali confini non sto comunicando?

A volte il primo passo non è cambiare lavoro, è cambiare come noi stiamo in quel contesto.

> Vuoi approfondire?

Ho raccolto riflessioni, esempi concreti e strumenti pratici su questo tema nell’ebook “Serenità sul lavoro”, pensato per chi vuole continuare a fare bene il proprio lavoro senza consumarsi. Lo trovi qui: https://go.hotmart.com/W104360582J

Oppure, se preferisci un confronto diretto, puoi contattarmi per capire se un percorso individuale può esserti utile.

SERENITÀ SUL LAVORO (ma non solo...)

Un’azienda che accelera sempre, consuma capitale umano!

Questa frase, ascoltata ieri al WellbeingInnovationDay, continua a girarmi in testa.
L’evento organizzato da RS – Rieducatore Sportivo Italia è stato ricco, stimolante, un luogo in cui confrontarsi davvero con la realtà imprenditoriale del Nord Italia e non solo.

Si è parlato di wellbeing a 360 gradi.
Non come benefit, ma come tema strutturale (finalmente!)

E secondo me è proprio qui che quella frase diventa scomoda…

Accelerare non è un problema.
Restare sempre in accelerazione lo è, perché l’essere umano non è progettato per stare in performance continua.

Un sistema che vive in modalità “emergenza cronica” può anche performare… ma lo fa bruciando energia, lucidità e relazioni.

Il capitale umano non si consuma solo con i carichi eccessivi.
Si consuma quando:
• le priorità cambiano continuamente
• le decisioni non hanno perimetri chiari
• l’errore genera colpa invece che apprendimento
• la pressione diventa l’unico linguaggio possibile

Il punto non è rallentare.
È progettare meglio.

Un’organizzazione matura non elimina la pressione. La governa.

Una leadership solida non chiede di “tenere botta”.
Costruisce contesti in cui non serve farlo ogni giorno.

Se la performance dipende dall’iper-disponibilità di pochi, non è crescita.
È consumo differito.

Nel tuo contesto o nella tua esperienza, la velocità è sostenuta dalla struttura… o troppo spesso dall’iper-disponibilità delle persone? Parliamone 👇

——————————
💫 Se vuoi confrontarti su come rendere il tuo sistema più solido e sostenibile (non più lento, ma più strutturato) scrivimi.
Possiamo analizzarlo insieme e capire se ci sono punti deboli da cui cominciare!

blog-2

Stress da lavoro correlato: la verità che nessuno dice (è che riguarda TUTTI…)

Quando parliamo di stress da lavoro correlato, quasi automaticamente pensiamo agli operativi: chi è al telefono tutto il giorno, chi è in produzione e deve correre dietro a tempistiche tirate, chi gestisce clienti, chi risolve emergenze, chi è nel flusso continuo del “fare”…

Ma la verità scomoda è un’altra: lo stress da lavoro non è democratico. Colpisce tutti. Solo che cambia forma.

E a volte, paradossalmente, più sali nella gerarchia… più diventa silenzioso, subdolo, e socialmente “invisibile”.

👉 Gli operativi pagano lo stress dell’iper-operatività. Incastonati tra procedure, richieste urgenti, scadenze continue, clienti difficili, aspettative sempre più alte.

👉 I manager pagano lo stress della responsabilità. Mediare, gestire, proteggere, decidere, regolare conflitti, mantenere equilibrio emotivo per tutti.

👉 Gli imprenditori pagano lo stress della solitudine decisionale. Quella pressione costante che non puoi condividere con nessuno: né con il team, né con i clienti, né con la famiglia.

👉 La verità: non esiste un lavoro “leggero”

Esistono solo pesi diversi.

E più spesso di quanto pensiamo, chi sta in alto non è affatto più “tranquillo”: è solo più bravo a nascondere il peso, perché socialmente ci si aspetta che “regga”.

Ed è proprio questo che manda molte persone in burnout: non il carico di lavoro… ma il carico emotivo non riconosciuto.

Allora cosa fare? Non ti propongo soluzioni magiche (non esistono).

Ti propongo invece tre punti essenziali, diversi per ogni lavoratore.

PER GLI OPERATIVI — tornare a respirare dentro i ritmi

1️⃣ Impara a distinguere urgenza da pressione – Non tutto è un’emergenza, anche se te lo presentano così.

2️⃣ Dai un nome alle emozioni – Se non riconosci cosa ti pesa, non puoi metterlo in ordine.

3️⃣ Chiedi chiarezza, non favori – Molto stress nasce dal “non detto”, non dal lavoro in sé.

PER MANAGER E DIRETTORI — smettere di salvare tutti

1️⃣ Non essere il “buffer emotivo” dell’azienda – Non puoi assorbire ogni tensione. Devi restituire responsabilità, non farti contenitore.

2️⃣ Comunica prima, meglio e con fermezza gentile – Il 70% dello stress nei team nasce da scarsa chiarezza, non da scarsa competenza.

3️⃣ Ricorda che guidare non è trattenere: è far crescere – Delegare non è perdere controllo: è creare capacità.

PER IMPRENDITORI E TITOLARI — togliersi il mantello dell’invincibile

1️⃣ Condividi la strategia, non il peso – Il team non può portare la tua ansia, ma può portare la tua visione.

2️⃣ Smetti di lavorare nel business e inizia a lavorare sul business – L’iper-operatività dell’imprenditore è uno dei più grandi sabotaggi aziendali.

3️⃣ Crea una rete di confronto – Un imprenditore solo diventa prevedibile, impulsivo e stanco. Un imprenditore sostenuto torna lucido e focalizzato sull’obbiettivo.

 

La domanda utile di questa settimana

👉 Quale parte del tuo stress non ha ancora ricevuto un nome?

Perché lo stress non riconosciuto non scompare: si accumula. E quando esplode, non avvisa.


Se vuoi lavorare in modo più profondo su te stesso/a o col tuo team, capendo come iniziare a gestire stress, limiti, comunicazione e confini nel lavoro, scrivimi e fissiamo una sessione di consulenza gratuita dedicata.

Oppure

⚠️ Se sei un professionista che si sente ingabbiato nelle sue emozioni, che non riesce più ad esprimere se stesso nel contesto lavorativo, che vuole ritrovare il rispetto e la collaborazione che merita nelle relazioni professionali, forse è giunto il momento di prenderti cura di te.

Serenità sul lavoro™ è un percorso che integra comunicazione efficace, consapevolezza emotiva e strumenti pratici per trasformare tensioni, frustrazione e blocchi in dialogo, chiarezza e azione sostenibile.

Qui trovi un Ebook che può aiutarti a ripartire da te: https://go.hotmart.com/W104360582J

2

Avere la scritta “Manager” nella Job title non basta…

C’è una verità scomoda che continuiamo a rimandare, soprattutto nelle organizzazioni:

non basta essere un buon manager per essere un leader.

Lo dice chiaramente anche John Kotter: “Le organizzazioni sono “over-managed e under-led”: piene di ruoli manageriali, ma povere di vera leadership.”

Il management serve a far funzionare un sistema. La leadership serve a costruirne uno nuovo o a trasformare quello che non regge più e questa non è una distinzione teorica, ma una frattura concreta che oggi, nel lavoro, si sente tutta.

Il manager organizza, pianifica, controlla, tiene insieme processi, obiettivi, risorse, aiuta le persone a fare bene ciò che già sanno fare.

La leadership, invece, fa un’altra cosa:

. ti porta fuori dal conosciuto.

. ti chiede di muoverti in territori dove non hai ancora risposte, dove non esistono procedure consolidate, dove l’incertezza non è un’eccezione ma la regola.

E questo, in un mondo che cambia sempre più velocemente, non è un dettaglio: è il punto.

Perché oggi non siamo in crisi di competenze tecniche (anzi, forse ne abbiamo fin troppe…) siamo in crisi di capacità di attraversare il cambiamento senza irrigidirci.

Molti manager funzionano benissimo finché il contesto è stabile, quando tutto è prevedibile, quando le regole sono chiare, quando le persone devono “solo” eseguire bene.

Ma cosa succede quando il sistema scricchiola?

Quando i modelli non reggono più?

Quando le persone sono stanche, disallineate, sotto pressione?

Quando le risposte del passato non funzionano più?

È lì che il management, da solo, non basta.

La leadership entra in gioco quando non puoi limitarti a far rispettare le regole, ma devi metterle in discussione, quando non puoi promettere certezze, ma devi offrire direzione e quando non puoi controllare tutto, ma devi saper reggere l’incertezza (tua e degli altri).

Ed è qui che arriva un’altra verità scomoda: la leadership non è comoda.

Richiede presenza e ascolto, non solo ruolo.

Richiede responsabilità emotiva, non solo autorità.

Richiede la capacità di stare nel disagio senza scaricarlo verso il basso.

E restare presenti, in quei momenti, non è affatto semplice.

Un leader non è quello che ha tutte le risposte, ma quello che sa restare presente quando le risposte non ci sono.

E restare presenti, in quei momenti, non è affatto semplice.

Significa non rifugiarsi nel ruolo, nel controllo, nelle procedure, significa non riempire il vuoto con soluzioni affrettate solo per sedare l’ansia (propria o altrui), significa tollerare l’incertezza senza scaricarla sul team sotto forma di pressione, rigidità o silenzi.

Quando le risposte non ci sono, emergono le emozioni: paura, frustrazione, vergogna, disorientamento, a volte rabbia.

Un leader che sa restare presente non le nega, non le minimizza, non le vive come una minaccia alla propria autorevolezza. Le riconosce come parte del processo.

Creare uno spazio sicuro non vuol dire abbassare gli standard o evitare il confronto.

Vuol dire costruire un contesto in cui le persone possano dire ciò che vedono, ciò che sentono, ciò che non funziona, senza il timore di essere giudicate, ridicolizzate o penalizzate.

È in quello spazio che il pensiero torna a muoversi, che le idee emergono, che la responsabilità diventa condivisa e non subita.

Un clima accogliente non nasce dalla gentilezza di facciata, ma dalla coerenza, dalla capacità di ascoltare davvero, dalla disponibilità a fare domande invece di imporre risposte, dalla presenza di qualcuno che regge il momento senza doverlo dominare.

In contesti complessi e in continuo cambiamento, la leadership non è dimostrare di sapere sempre cosa fare, è permettere alle persone di contribuire con ciò che sanno, di pensare insieme, di attraversare l’incertezza senza spegnersi, perché le organizzazioni non hanno bisogno di leader infallibili.

Hanno bisogno di leader sufficientemente presenti da non avere paura dell’umanità che emerge quando il sistema smette di funzionare come prima.

E no, non c’entra con il “buonismo”. C’entra con la maturità.

Perché guidare persone in contesti complessi significa anche riconoscere che emozioni, paure, resistenze non sono un ostacolo da eliminare, ma un dato di realtà da attraversare.

Ignorarle non rende il sistema più efficiente, lo rende più fragile.

Forse allora la domanda utile non è: “Che tipo di manager sono?”

Ma:

👉 Sono in grado di guidare quando il sistema non funziona più come prima?

👉 So reggere l’incertezza senza chiedere agli altri di pagare il prezzo al posto mio?

👉 Sto costruendo un contesto che funziona… o solo uno che regge?

Perché oggi la differenza non la fa chi sa far funzionare ciò che esiste, la fa chi ha il coraggio (e la responsabilità) di avviare un cambiamento reale.

E questa, piaccia o no, è leadership.


⚠️ Se sei un professionista che si sente ingabbiato nelle sue emozioni, che non riesce più ad esprimere se stesso nel contesto lavorativo, che vuole ritrovare il rispetto e la collaborazione che merita nelle relazioni professionali, forse è giunto il momento di prenderti cura di te.

Serenità sul lavoro™ è un percorso che integra comunicazione efficace, consapevolezza emotiva e strumenti pratici per trasformare tensioni, frustrazione e blocchi in dialogo, chiarezza e azione sostenibile.

Qui trovi un Ebook che può aiutarti a ripartire da te: https://go.hotmart.com/W104360582J

pexels-gul-isik-3292558-scaled

“MI PIACEREBBE RIUSCIRE AD ESSERE ME STESSO, SENZA AVERE PAURA DI ESSERE CONTINUAMENTE GIUDICATO!”

Questa richiesta è abbastanza ricorrente tra le persone che mi contattano perché vorrebbero sentirsi liberi di esprimere ciò che pensano (e ciò di cui hanno bisogno) nel contesto lavorativo, senza il timore di essere giudicati per ogni parola detta o per la possibilità che il concetto espresso possa essere male interpretato e così portare a scontri o chiusure con colleghi e responsabili.

In questo post ti spiego alcuni passaggi fondamentali per capire come iniziare ad uscire dal loop della “paura del giudizio altrui” e cominciare a sentirti più libero/a di esprimere i tuoi bisogni e necessità, anche nel contesto professionale, risultando sicuro/a di te.

La paura del giudizio altrui è un qualcosa che accomuna la maggior parte di noi.

Mi ci metto in mezzo anche io, perché è stato un ostacolo difficile da superare e che ogni tanto ritorna a galla, perché alcune credenze, soprattutto se sono state parte integrante del percorso di crescita di ognuno di noi, è davvero difficile sradicarle completamente. 

Ciò che è importante fare però è capire quando tornano a bussare alla nostra porta e riuscire a lasciarle sullo zerbino (si stuferanno di stare lì ad aspettare e se ne andranno da sole!) 

La paura del giudizio degli altri ha spesso radici nel passato, deriva da una visione distorta di noi stessi e della nostra capacità di metterci in relazione con gli altri.

Sfido chiunque stia leggendo questo post, nel dirmi che non ha mai pensato, almeno una volta nella vita: “chissà cosa penseranno gli altri se” :

– faccio/dico questo

– metto quello

– taglio i capelli così

– prendo questa decisione

– decido di separarmi/sposarmi 

– mi metto la gonna invece dei pantaloni

 etc etc… potrebbero esserci mille e uno esempi diversi!

Alla base di tutto questo ci sono delle insicurezze che contribuiscono a generare una bassa autostima e ci portano a provare ansia. Nei casi peggiori ci si confronta con una estrema timidezza che porta all’ isolamento; questo non fa altro che allontanarci maggiormente dagli altri, portandoci alla chiusura e alimentando nuovamente la ns insicurezza.

Capite che questo è un vero e proprio circolo vizioso che si auto alimenta e che è davvero difficile scardinare.

Ognuno di noi ha il suo percorso, i suoi valori, le sue credenze e i suoi bisogni, e per ognuno di noi è necessario lavorare sulla propria impronta, ma ciò che ci accomuna è che se abbiamo paura del giudizio altrui, difficilmente troveremo la sicurezza che ci permette di essere noi stessi nei contesti sociali e quindi di riuscire a dire ciò che pensiamo o ciò di cui abbiamo bisogno.

Su cosa è stato utile lavorare per le persone che hanno fatto con me questa parte del percorso? 

Inizialmente è stato importante capire e ammettere che ognuno di noi ha i suoi difetti, ma anche pregi e che se riusciamo ad identificarli, possiamo usarli a nostro vantaggio nel momento in cui ci mettiamo in relazione con gli altri.

M. ha scoperto di essere una persona particolarmente paziente, abbiamo lavorato su questo suo lato, per far sì che diventasse un suo punto di forza nel mettersi in relazione con i colleghi.

S. ha capito di essere una persona estremamente precisa e questo punto forte l’ha aiutata a tirare fuori la giusta sicurezza, quando doveva relazionarsi con il coordinatore.

A. ha capito di essere una persona socievole e solare e ha usato questa cosa per ritrovare la giusta armonia in ufficio.

Lo ripeto spesso (e non smetterò di farlo!) è necessario imparare ad apprezzarsi perché si è unici e delle nostre unicità, riuscire a fare i nostri punti di forza.

Man mano che acquisiamo sicurezza (e quindi lavoriamo sulla nostra autostima), la paura del giudizio altrui si allontana e poco a poco verrà sempre meno a bussare alla nostra porta.

E’ un processo di crescita personale, non può avvenire dall’oggi al domani, ma affrontando le situazioni che ci causano ansia, facendo piccoli passi e aumentando gradualmente la sfida (con noi stessi), acquisiremo la giusta fiducia che ci permetterà di essere noi stessi nei vari contesti sociali.

Non c’è giusto o sbagliato nell’essere noi stessi, anzi, portare sé stessi nella relazione con l’altro può portare tanta soddisfazione e una vita più autentica.

Se ti va, fammi sapere sotto nei commenti il tuo miglior “CHISSA’ COSA PENSERANNO GLI ALTRI SE…….”.

cat-2

“DOVRESTI FERMARTI UN’ORA IN PIU’! E’ ARRIVATO UN LAVORO URGENTE!” – “OK! MI FERMO!”

(Cavoli, proprio stasera che volevo portare mio figlio al cinema…. Ufff!!!Che rabbia!!!!)

Dopo l’ennesima volta in cui non sei riuscito/a a dire di no ad un lavoro urgente che il tuo responsabile ti ha propinato proprio mezz’ora prima di uscire, mettendo di nuovo da parte i tuoi impegni e la tua vita privata, ti senti schiacciato/a dal senso di colpa e non riesci a vedere una via d’uscita?

In questo post ti spiego alcuni passaggi fondamentali per riuscire a dire di NO senza risultare prevaricante e soprattutto senza sentirti in colpa. Questi passaggi hanno aiutato già diverse persone che hanno deciso di lavorare con me, nel sentirsi più sicuri di esprimere i propri bisogni, senza sentirsi giudicati dai propri responsabili.

Ci sono alcune cose che ti possono aiutare a dire di NO, risultando sicuro/a di te e non aggressivo/a, vediamole insieme…

Esprimi ciò che senti: “Mi dispiace rifiutare, ma …”

Sii diretto e specifico, ma senza trovare scuse o giustificazioni assurde: “Mi dispiace rifiutare, ma non posso fermarmi perché ho un impegno pregresso”

Offri un’alternativa: “Mi dispiace rifiutare, ma non posso fermarmi perché ho un impegno pregresso, ma potremmo trovarci domattina sul presto, rifare il piano delle priorità e inserire anche questa urgenza!”

Se l’interlocutore è abile nell’utilizzare uno stile manipolativo e riesce sempre ad imporsi, potrebbe cercare di lavorare sulla tua “scusa” per trovarti una soluzione differente e permetterti di fargli comunque il lavoro… 

Se è così, non cedere e soprattutto non scendere troppo nei dettagli di cosa dovrai fare invece di fermarti al lavoro, perché potrebbe diventare una lama a doppio taglio!

Spesso pensiamo che giustificando per filo e per segno, in modo dettagliato, ciò che dobbiamo fare sia una giustificazione “validata”, per cui “accettabile”.

In realtà, chi è abile nel rigirare le parole a suo favore, potrebbe usare proprio i dettagli della tua “scusa” per trovarti una via differente per risolvere la cosa e permetterti di rimanere al lavoro.

Ti faccio un esempio pratico:

“Non posso perché devo accompagnare mio figlio al cinema, ci tiene tanto a vedere l’ultimo film degli Avengers, glielo avevo promesso!”

La persona potrebbe dirti:

“Beh, dai, il film al cinema non sarà in programmazione solo per stasera, potresti portarlo nel weekend, con tutta la calma e magari andarvi anche a prendere un bel gelato!! Vedrai che sarà ancora più felice! La pratica è già qui sulla tua scrivania….”

A questo punto, se non vi sentite sicuri nella vostra posizione e avete paura che lui/lei possa giudicarvi perché “preferite andare al cinema con vostro figlio piuttosto che fermarvi un’oretta al lavoro, perché c’è bisogno”, rischiate di finire per acconsentire a rimanere quell’ora in più, per fare il lavoro tanto urgente e chiamare vostro figlio per disdire il vostro appuntamento.

Prova a fermarti un attimo a pensare se questo lavoro dell’ultimo minuto sia davvero un qualcosa che non può in nessun modo aspettare fino all’indomani, dovendo mettere da parte la tua vita privata e il tuo tempo libero, oppure se è davvero necessario fermarsi a completarlo.

Io non posso sapere quale sia la priorità, sicuramente ci saranno dei momenti in cui quel lavoro, fatto in quel momento, farà la differenza e altri invece in cui farà la differenza mantenere una promessa fatta a tuo figlio.

Ciò che mi interessa farti capire è che se, fermarti, perché il capo ti obbliga, perché non riesci a dirgli di no, perché hai paura del suo giudizio, perché ti senti in colpa nei suoi confronti (sentendoti altrettanto in colpa nei confronti di tuo figlio perché devi rimandare il vs tempo insieme), forse è giunto il momento di provare a ritrovare un pochino di serenità, imparando a darti e a dare le giuste priorità, apprendendo le giuste tecniche e strategie comunicative che possono aiutarti a confermare i tuoi bisogni, senza risultare inopportuno o scontroso.

Prova questa la tecnica che ti ho indicato sopra e fammi sapere se ci sei riuscito/a e se ti ha aiutato a dire di no.

Se sei interessato a lavorare sulle tue relazioni con colleghi e responsabili e così ritrovare la sicurezza e la serenità che ti possono permettere di concentrarti sui tuoi obbiettivi, contattami!

Sarà un piacere fare una chiacchierata e capire se posso esserti di aiuto.

pexels-photo-3760790

DICI LA VERITA’ E GLI ALTRI SI ARRABBIANO! NON DEVONO ARRABBIARSI, E’ LA VERITA’!

… ma sei sicuro/a che la tua verità sia davvero ciò che loro vogliono sentirsi dire?

Sei convinto che dire sempre la verità sia l’unico modo per comunicare efficacemente, ma poi ti rendi conto che i tuoi colleghi si arrabbiano oppure sono risentiti dopo che hai detto ciò che pensavi?

In questo post ti spiegherò un passaggio fondamentale per riuscire ad essere davvero efficace nel passare il messaggio, qualunque esso sia, senza risultare troppo diretto o addirittura inopportuno.

Una cosa che aiuta tanto le persone che arrivano a me chiedendosi perché i colleghi sono così cattivi e scontrosi quando diciamo solo ciò che pensiamo, è il capire che forse la “nostra” verità non per forza deve essere anche la verità altrui. 

Mi spiego meglio…

Nel momento in cui noi facciamo un’affermazione, un commento, una constatazione (tipo “E ma cavoli come sei disordinato!”) su un fatto che riguarda quindi il comportamento altrui (nel caso specifico il disordine), quando portiamo la nostra verità (che tradotta potrebbe essere “che abbiamo bisogno di ordine”) rischiamo di giudicare il comportamento di quest’altra persona, elevandoci (a persona ordinata).

Se nel fare questa affermazione utilizziamo anche uno stile comunicativo un po’ troppo diretto (“perché tanto sto dicendo la verità, è palese!”) rischiamo di passare dalla parte del torto perché di fatto stiamo giudicando in toto il comportamento di un’altra persona.

Ciò che noi vediamo e sentiamo passa attraverso i nostri filtri e i nostri bisogni (il ns bisogno di ordine). 

Ciò che l’altro percepisce dalle nostre parole passa attraverso i suoi bisogni e i suoi filtri (il suo ordine non rientra nei nostri canoni).

Ecco che qui si incrina qualcosa e nasce l’incomprensione.

Come uscire da questo circolo vizioso?

Potremmo dire all’altro che “se entrambi riuscissimo a coordinare gli spazi in modo più ordinato, potremmo giovarne tutti nella gestione quotidiana del lavoro d’ufficio risultando così più efficienti, anche agli occhi dei responsabili”.

Prima di fare la tua affermazione o il tuo commento, quindi, cerca di spogliare il messaggio dal giudizio, valutando se ciò che stai per dire è davvero costruttivo.

Inoltre, è importante cercare di non utilizzare uno stile che sia passivo oppure aggressivo, perché non aiuterebbe a far passare il messaggio nel modo corretto e soprattutto è necessario fare in modo che il tuo corpo e il tuo tono di voce supportino il messaggio che stai portando, risultando coerente!

Spero che queste parole ti sia state di aiuto e che tu possa iniziare ad alleggerire il peso della quotidianità nel relazionarti con i tuoi colleghi, per ritrovare un po’ di serenità. 

Se sei interessato a lavorare sulle tue relazioni con colleghi e responsabili e così ritrovare la sicurezza, la collaborazione e la serenità tanto agognate, che ti possono permettere di concentrarti nuovamente sui tuoi obbiettivi professionali, contattami! 

Sarà un piacere fare una chiacchierata e capire se posso esserti di aiuto.