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Avere la scritta “Manager” nella Job title non basta…

C’è una verità scomoda che continuiamo a rimandare, soprattutto nelle organizzazioni:

non basta essere un buon manager per essere un leader.

Lo dice chiaramente anche John Kotter: “Le organizzazioni sono “over-managed e under-led”: piene di ruoli manageriali, ma povere di vera leadership.”

Il management serve a far funzionare un sistema. La leadership serve a costruirne uno nuovo o a trasformare quello che non regge più e questa non è una distinzione teorica, ma una frattura concreta che oggi, nel lavoro, si sente tutta.

Il manager organizza, pianifica, controlla, tiene insieme processi, obiettivi, risorse, aiuta le persone a fare bene ciò che già sanno fare.

La leadership, invece, fa un’altra cosa:

. ti porta fuori dal conosciuto.

. ti chiede di muoverti in territori dove non hai ancora risposte, dove non esistono procedure consolidate, dove l’incertezza non è un’eccezione ma la regola.

E questo, in un mondo che cambia sempre più velocemente, non è un dettaglio: è il punto.

Perché oggi non siamo in crisi di competenze tecniche (anzi, forse ne abbiamo fin troppe…) siamo in crisi di capacità di attraversare il cambiamento senza irrigidirci.

Molti manager funzionano benissimo finché il contesto è stabile, quando tutto è prevedibile, quando le regole sono chiare, quando le persone devono “solo” eseguire bene.

Ma cosa succede quando il sistema scricchiola?

Quando i modelli non reggono più?

Quando le persone sono stanche, disallineate, sotto pressione?

Quando le risposte del passato non funzionano più?

È lì che il management, da solo, non basta.

La leadership entra in gioco quando non puoi limitarti a far rispettare le regole, ma devi metterle in discussione, quando non puoi promettere certezze, ma devi offrire direzione e quando non puoi controllare tutto, ma devi saper reggere l’incertezza (tua e degli altri).

Ed è qui che arriva un’altra verità scomoda: la leadership non è comoda.

Richiede presenza e ascolto, non solo ruolo.

Richiede responsabilità emotiva, non solo autorità.

Richiede la capacità di stare nel disagio senza scaricarlo verso il basso.

E restare presenti, in quei momenti, non è affatto semplice.

Un leader non è quello che ha tutte le risposte, ma quello che sa restare presente quando le risposte non ci sono.

E restare presenti, in quei momenti, non è affatto semplice.

Significa non rifugiarsi nel ruolo, nel controllo, nelle procedure, significa non riempire il vuoto con soluzioni affrettate solo per sedare l’ansia (propria o altrui), significa tollerare l’incertezza senza scaricarla sul team sotto forma di pressione, rigidità o silenzi.

Quando le risposte non ci sono, emergono le emozioni: paura, frustrazione, vergogna, disorientamento, a volte rabbia.

Un leader che sa restare presente non le nega, non le minimizza, non le vive come una minaccia alla propria autorevolezza. Le riconosce come parte del processo.

Creare uno spazio sicuro non vuol dire abbassare gli standard o evitare il confronto.

Vuol dire costruire un contesto in cui le persone possano dire ciò che vedono, ciò che sentono, ciò che non funziona, senza il timore di essere giudicate, ridicolizzate o penalizzate.

È in quello spazio che il pensiero torna a muoversi, che le idee emergono, che la responsabilità diventa condivisa e non subita.

Un clima accogliente non nasce dalla gentilezza di facciata, ma dalla coerenza, dalla capacità di ascoltare davvero, dalla disponibilità a fare domande invece di imporre risposte, dalla presenza di qualcuno che regge il momento senza doverlo dominare.

In contesti complessi e in continuo cambiamento, la leadership non è dimostrare di sapere sempre cosa fare, è permettere alle persone di contribuire con ciò che sanno, di pensare insieme, di attraversare l’incertezza senza spegnersi, perché le organizzazioni non hanno bisogno di leader infallibili.

Hanno bisogno di leader sufficientemente presenti da non avere paura dell’umanità che emerge quando il sistema smette di funzionare come prima.

E no, non c’entra con il “buonismo”. C’entra con la maturità.

Perché guidare persone in contesti complessi significa anche riconoscere che emozioni, paure, resistenze non sono un ostacolo da eliminare, ma un dato di realtà da attraversare.

Ignorarle non rende il sistema più efficiente, lo rende più fragile.

Forse allora la domanda utile non è: “Che tipo di manager sono?”

Ma:

👉 Sono in grado di guidare quando il sistema non funziona più come prima?

👉 So reggere l’incertezza senza chiedere agli altri di pagare il prezzo al posto mio?

👉 Sto costruendo un contesto che funziona… o solo uno che regge?

Perché oggi la differenza non la fa chi sa far funzionare ciò che esiste, la fa chi ha il coraggio (e la responsabilità) di avviare un cambiamento reale.

E questa, piaccia o no, è leadership.


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COME VINCERE LA PAURA DEL GIUDIZIO ALTRUI?

Troppe volte ci troviamo ad avere paura di “fare o dire cose” solo perché pensiamo “CHISSA’ COSA PENSERANNO GLI ALTRI…”

Perché questo accade? E poi… possiamo svincolarci da questo pensiero per riuscire ad essere le persone che vogliamo, senza limiti o pregiudizi?

La risposta è SI’!

Ciò che troppo spesso non consideriamo è il fatto che ciò che pensano gli altri per noi è importante perché, se è un qualcosa che possiamo considerare positivo, ci aiuta ad aumentare la nostra autostima, alimentando sicurezza e fiducia in noi stessi.

Se una persona ti dice: “Come sei bella oggi!” la tua giornata probabilmente prenderà una piega diversa. Ti sentirai più serena e di riflesso il tuo atteggiamento nei confronti degli altri e della giornata stessa sarà più positivo.

 Pensa invece se una persona ti dicesse: “Che brutti pantaloni che hai oggi! Così larghi!!” è facile che la tua giornata prenda una piega meno radiosa e spumeggiante. Forse inizierai a pensare che ha ragione, che sono brutti, che sembri più grassa, che “Ecco, non dovevo comprarli, lo sapevo”…”In effetti, non sono da me!”

 Mi soffermo su questa frase perché è di una potenza pazzesca: “Non sono da me!”

Cosa stai cercando di dirti con questa frase? Prova a pensare…

Hai comprato questi pantaloni perché ti piacevano e ti facevano sentire a tuo agio, perché il colore ti ha colpita, perché la forma è particolare, ma confortevole, perché ti permette di coprire quelli che vedi come tuoi difetti, ma riescono in qualche modo a risaltare invece i tuoi pregi… li hai comprati perché ti fanno stare bene, e non vedevi l’ora di metterli!

Tutto crolla perché qualcuno ti dice che non gli piacciono.

Ecco che nella tua mente parte subito il pensiero che l’altro ha ragione, perché questi pantaloni vanno “fuori” dal tuo modo di vestire solito e quindi cominci a mettere in dubbio la tua scelta e a pensare che DEVI ritornare nei ranghi, perché così non va bene.

Ma chi lo dice che non va bene?

Arrivi addirittura a convincere te stessa che non va bene…

Perché? Perché hai riposto nel giudizio degli altri il metro con il quale tu stessa ti misuri.

Ma cosa c’è di sbagliato nel mettere un paio di pantaloni diverso dal solito?

Potrei capire che magari, se fossi uscita in mutande, la cosa avrebbe potuto essere in effetti commentabile (ma per altre ragioni, quali il buon costume e la decenza), ma detto questo, se sei solita mettere i jeans e invece oggi avevi voglia di mettere proprio quei pantaloni morbidi e colorati, perché ci stai bene e ti senti a tuo agio, chi lo dice che non puoi metterli?

I nostri atteggiamenti sono condizionati da paure, pregiudizi e preconcetti spesso legati ad esperienze passate, a come siamo cresciuti, alle persone che ci hanno accompagnato nei primi anni della nostra vita e ai condizionamenti.

Ogni società, ogni ambiente, ogni gruppo ne possiede di specifici, spesso legati al bisogno del perfezionismo, ai sensi di colpa, falsi miti, etc..

Questi sono tutti pensieri irrazionali.

Pantaloni a parte, ti riporto alcuni esempi, per meglio farti capire…

1.      Devo piacere a tutti e andare d’accordo con tutti.

2.      Devo essere perfetto.

3.      Quando le cose non vanno come vorrei, è una catastrofe.

4.      È più facile evitare certe difficoltà della vita, piuttosto che affrontarle.

5.      Gli altri dovrebbero comportarsi come dico io.

Questi pensieri provocano sofferenza emotiva, in particolare ansia, senso di colpa, tristezza e rabbia.

Se, quando salgono in noi pensieri di questo tipo, riuscissimo ad accorgercene, facendo ricorso alla razionalità, sarebbe possibile smascherare la falsità di queste affermazioni, ridimensionando così la portata negativa che questo pensiero ha in noi e la relativa nascita di emozioni altrettanto negative. Diventare consapevoli di questo gioco mentale, diventa quindi la chiave.

Ecco che allora, se la persona che incontriamo proprio quel giorno in cui abbiamo messo dei pantaloni diversi, ci dice: “Che brutti pantaloni che hai oggi! Così larghi!!” riuscirai ad avere la prontezza di riflessi per rispondere:

“A me piacciono molto, sono un po’ diversi dal solito, risaltano la mia solarità!”

Ecco che il giudizio della persona di fronte a noi non peserà più come un macigno, ma anzi sarà un modo per confermare a me stessa che “Oggi ho deciso di essere me stessa e di vestire ciò che volevo e porterò a testa alta questa mia decisione, sicura di me e delle mie volontà!”

Abbiamo paura del giudizio altrui, ma siamo noi i primi a giudicarci!

Non giudicare non significa non operare delle scelte, ma piuttosto discriminare ciò che è più adatto a noi e viverlo totalmente, senza bisogno di prestare attenzione al bisogno compulsivo della nostra mente di formulare a tutti i costi una opinione, sia essa positiva o negativa.

E’ vero, è pressoché impossibile non giudicare, ma è possibilissimo lasciare andare tutto il carico emotivo che si porta dietro il giudizio. 

Giudicarci sempre “non adeguati” o “fuori posto” non fa altro che alimentare la nostra sicurezza e la nostra fobia sociale legate proprio alla paura del giudizio altrui.

Quindi??

Leggerezza e non giudizio! E se agli altri non piacciono i pantaloni che portiamo?! Pazienza!! Guarderanno altrove se sono così disturbati…..” 


Se sei interessata/o ad imparare a gestire le tue emozioni, a liberarti dal peso del giudizio altrui e vuoi imparare ad approcciare la tua quotidianità e le tue relazioni con più leggerezza, contattami e cerchiamo di capire se posso esserti di aiuto per iniziare la tua trasformazione!