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Il prezzo nascosto dell’essere sempre disponibili

Essere definiti “una persona preziosa” è un complimento che molti professionisti ricevono spesso.

Sei affidabile.

Sei disponibile.

Non ti tiri indietro.

Trovi soluzioni.

Eppure, c’è un paradosso che raramente viene nominato: a volte proprio l’essere sempre disponibili diventa il primo passo verso il logoramento.

> Quando la disponibilità diventa identità

In molti contesti lavorativi, la disponibilità è una qualità apprezzata; il problema nasce quando smette di essere una scelta e diventa un’identità. Quando il tuo valore inizia a coincidere con:

•quanto sei utile

•quanto reggi

•quanto sistemi

•quanto ti adatti

In quel momento non lavori più per esprimere competenza, ma per evitare di deludere; non per crescere, ma per mantenere approvazione, ed è qui che inizia il prezzo nascosto.

> I segnali che stai pagando troppo

La dinamica non è eclatante. Non ci sono scenate o rotture improvvise.

Si manifesta in modo silenzioso:

•Accetti carichi che sai di non poter sostenere nel lungo periodo.

•Eviti confronti per non sembrare “difficile”.

•Ti adegui a dinamiche che non condividi.

•Metti sistematicamente i bisogni del team prima dei tuoi.

•Ti senti in colpa quando provi a fermarti.

Fuori sembri impeccabile, dentro inizi a sentirti stanco, distante, poco centrato.

La cosa più subdola?

Spesso vieni anche elogiato per questo.

“Senza di te qui sarebbe un caos.”

“Sei una risorsa preziosa.”

“Per fortuna che ci sei.”

Ma essere indispensabili non è la stessa cosa che stare bene.

> Il rischio dell’indispensabilità

Quando una persona regge troppo a lungo, l’organizzazione si abitua, i carichi si concentrano, le responsabilità si sovrappongono, i confini si sfumano e nel tempo, la disponibilità smette di essere una qualità e diventa una compensazione.

Non è un problema di fragilità personale, è un adattamento protratto in contesti dove chiarezza, confini e responsabilità condivise non sono sempre esplicite e più sei competente, più diventi il punto di equilibrio di un sistema che fatica a riorganizzarsi.

> Non è questione di forza

Molte delle persone che si riconoscono in questa dinamica sono professionisti preparati, responsabili, con senso del dovere.

Il punto non è diventare meno professionali, ma smettere di pagare la professionalità con la propria identità.

La domanda che prima o poi emerge è semplice e scomoda: Chi sono io al lavoro quando smetto di cercare approvazione?

> Lavorare senza logorarsi

Uscire da questa dinamica non significa fare meno, significa fare in modo diverso.

Significa:

•distinguere ciò che è davvero di tua responsabilità

•imparare a comunicare confini chiari

•sostenere confronti senza viverli come minacce

•accettare che il tuo valore non dipende dalla tua disponibilità costante

È un lavoro di consapevolezza, ma anche di pratica concreta nella comunicazione e nelle relazioni professionali; non si tratta di diventare più performanti, si tratta di diventare più centrati.

> Una riflessione per te

Se ti sei riconosciuto/a anche solo in una parte di questo articolo, fermati un momento.

Chiediti:

•Dove sto compensando invece di scegliere?

•Cosa temo possa accadere se smetto di essere sempre disponibile?

•Quali confini non sto comunicando?

A volte il primo passo non è cambiare lavoro, è cambiare come noi stiamo in quel contesto.

> Vuoi approfondire?

Ho raccolto riflessioni, esempi concreti e strumenti pratici su questo tema nell’ebook “Serenità sul lavoro”, pensato per chi vuole continuare a fare bene il proprio lavoro senza consumarsi. Lo trovi qui: https://go.hotmart.com/W104360582J

Oppure, se preferisci un confronto diretto, puoi contattarmi per capire se un percorso individuale può esserti utile.

Progetto senza titolo

COME VINCERE LA PAURA DEL GIUDIZIO ALTRUI?

Troppe volte ci troviamo ad avere paura di “fare o dire cose” solo perché pensiamo “CHISSA’ COSA PENSERANNO GLI ALTRI…”

Perché questo accade? E poi… possiamo svincolarci da questo pensiero per riuscire ad essere le persone che vogliamo, senza limiti o pregiudizi?

La risposta è SI’!

Ciò che troppo spesso non consideriamo è il fatto che ciò che pensano gli altri per noi è importante perché, se è un qualcosa che possiamo considerare positivo, ci aiuta ad aumentare la nostra autostima, alimentando sicurezza e fiducia in noi stessi.

Se una persona ti dice: “Come sei bella oggi!” la tua giornata probabilmente prenderà una piega diversa. Ti sentirai più serena e di riflesso il tuo atteggiamento nei confronti degli altri e della giornata stessa sarà più positivo.

 Pensa invece se una persona ti dicesse: “Che brutti pantaloni che hai oggi! Così larghi!!” è facile che la tua giornata prenda una piega meno radiosa e spumeggiante. Forse inizierai a pensare che ha ragione, che sono brutti, che sembri più grassa, che “Ecco, non dovevo comprarli, lo sapevo”…”In effetti, non sono da me!”

 Mi soffermo su questa frase perché è di una potenza pazzesca: “Non sono da me!”

Cosa stai cercando di dirti con questa frase? Prova a pensare…

Hai comprato questi pantaloni perché ti piacevano e ti facevano sentire a tuo agio, perché il colore ti ha colpita, perché la forma è particolare, ma confortevole, perché ti permette di coprire quelli che vedi come tuoi difetti, ma riescono in qualche modo a risaltare invece i tuoi pregi… li hai comprati perché ti fanno stare bene, e non vedevi l’ora di metterli!

Tutto crolla perché qualcuno ti dice che non gli piacciono.

Ecco che nella tua mente parte subito il pensiero che l’altro ha ragione, perché questi pantaloni vanno “fuori” dal tuo modo di vestire solito e quindi cominci a mettere in dubbio la tua scelta e a pensare che DEVI ritornare nei ranghi, perché così non va bene.

Ma chi lo dice che non va bene?

Arrivi addirittura a convincere te stessa che non va bene…

Perché? Perché hai riposto nel giudizio degli altri il metro con il quale tu stessa ti misuri.

Ma cosa c’è di sbagliato nel mettere un paio di pantaloni diverso dal solito?

Potrei capire che magari, se fossi uscita in mutande, la cosa avrebbe potuto essere in effetti commentabile (ma per altre ragioni, quali il buon costume e la decenza), ma detto questo, se sei solita mettere i jeans e invece oggi avevi voglia di mettere proprio quei pantaloni morbidi e colorati, perché ci stai bene e ti senti a tuo agio, chi lo dice che non puoi metterli?

I nostri atteggiamenti sono condizionati da paure, pregiudizi e preconcetti spesso legati ad esperienze passate, a come siamo cresciuti, alle persone che ci hanno accompagnato nei primi anni della nostra vita e ai condizionamenti.

Ogni società, ogni ambiente, ogni gruppo ne possiede di specifici, spesso legati al bisogno del perfezionismo, ai sensi di colpa, falsi miti, etc..

Questi sono tutti pensieri irrazionali.

Pantaloni a parte, ti riporto alcuni esempi, per meglio farti capire…

1.      Devo piacere a tutti e andare d’accordo con tutti.

2.      Devo essere perfetto.

3.      Quando le cose non vanno come vorrei, è una catastrofe.

4.      È più facile evitare certe difficoltà della vita, piuttosto che affrontarle.

5.      Gli altri dovrebbero comportarsi come dico io.

Questi pensieri provocano sofferenza emotiva, in particolare ansia, senso di colpa, tristezza e rabbia.

Se, quando salgono in noi pensieri di questo tipo, riuscissimo ad accorgercene, facendo ricorso alla razionalità, sarebbe possibile smascherare la falsità di queste affermazioni, ridimensionando così la portata negativa che questo pensiero ha in noi e la relativa nascita di emozioni altrettanto negative. Diventare consapevoli di questo gioco mentale, diventa quindi la chiave.

Ecco che allora, se la persona che incontriamo proprio quel giorno in cui abbiamo messo dei pantaloni diversi, ci dice: “Che brutti pantaloni che hai oggi! Così larghi!!” riuscirai ad avere la prontezza di riflessi per rispondere:

“A me piacciono molto, sono un po’ diversi dal solito, risaltano la mia solarità!”

Ecco che il giudizio della persona di fronte a noi non peserà più come un macigno, ma anzi sarà un modo per confermare a me stessa che “Oggi ho deciso di essere me stessa e di vestire ciò che volevo e porterò a testa alta questa mia decisione, sicura di me e delle mie volontà!”

Abbiamo paura del giudizio altrui, ma siamo noi i primi a giudicarci!

Non giudicare non significa non operare delle scelte, ma piuttosto discriminare ciò che è più adatto a noi e viverlo totalmente, senza bisogno di prestare attenzione al bisogno compulsivo della nostra mente di formulare a tutti i costi una opinione, sia essa positiva o negativa.

E’ vero, è pressoché impossibile non giudicare, ma è possibilissimo lasciare andare tutto il carico emotivo che si porta dietro il giudizio. 

Giudicarci sempre “non adeguati” o “fuori posto” non fa altro che alimentare la nostra sicurezza e la nostra fobia sociale legate proprio alla paura del giudizio altrui.

Quindi??

Leggerezza e non giudizio! E se agli altri non piacciono i pantaloni che portiamo?! Pazienza!! Guarderanno altrove se sono così disturbati…..” 


Se sei interessata/o ad imparare a gestire le tue emozioni, a liberarti dal peso del giudizio altrui e vuoi imparare ad approcciare la tua quotidianità e le tue relazioni con più leggerezza, contattami e cerchiamo di capire se posso esserti di aiuto per iniziare la tua trasformazione!